Il progetto A più voci

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito all’evoluzione da un atteggiamento meramente assistenziale nei confronti delle persone malate di Alzheimer, o nei migliori dei casi riabilitativo, a quello che è stato definito da Naomi Feil in Validation “approccio validante” e poi al “Gentle care” di Moyra Jones (M. Jones, Il metodo Gentle Care). Questi modelli hanno in comune il focus sulle capacità residue della persona piuttosto che sui deficit acquisiti e un obiettivo di “benessere possibile” piuttosto di un (impossibile) recupero funzionale. Soprattutto tali approcci (a partire dai fondamentali studi di Kitwood e della Scuola di Bradford) vedono nella capacità di trasformazione e di adeguamento della propria relazione con la persona malata da parte del curante lo strumento principale per ridurre i danni della malattia e guadagnare in termini di qualità della vita. Sebbene non confermati da evidenze scientifiche certe, è a questi modelli che si riferiscono gli approcci comportamentali più recenti all’Alzheimer e alle demenze degenerative a insorgenza senile.

A questi modelli fa riferimento anche il programma A più voci, che si pone come obiettivi specifici quelli di tener viva la capacità della persona malata di utilizzare la parola e di conversare, assecondare la sua necessità di esprimere emozioni profonde, essere ascoltata e rispettata, riconosciuta come persona così da recuperare uno status sociale (in linea con quanto sostiene Piero Vigorelli in La Conversazione possibile con il malato di Alzheimer).

La perdita funzionale, conseguenza di queste malattie, è progressiva, ma riguarda alcune capacità prima di altre: per questo A più voci si concentra sulla capacità di osservare, di provare emozioni, di immaginare e fantasticare, abilità che si mantengono più a lungo di quelle logico-cognitive e questo consente di partecipare anche a persone con un deficit cognitivo acquisito importante. Il tipo di attività proposta, infatti, e la guida degli educatori, consentono a tutti di partecipare in modo adeguato, trasformando la perdita di freni inibitori e schemi interpretativi mentali in maggiore libertà di giudizio e facilità d’immaginazione.

Altri importanti ed espliciti obiettivi del programma riguardano i caregiver, familiari o professionali, e sono relativi all’elaborazione di una nuova, diversa, adeguata modalità comunicativa con la persona malata. Sono stati proprio i familiari che hanno partecipato alla nostra attività, assieme alle persone delle quali si prendono cura, a testimoniarne l’efficacia: vivere un’esperienza gratificante ed emozionante, in un ambiente stimolante e prestigioso, durante la quale la persona malata si dimostra perfettamente adeguata rispetto alle richieste poste, comporta un recupero di stima rispetto alla propria capacità di fronteggiare la situazione, oltre a un benessere immediato.

Intento del progetto è anche cercare di indurre un cambiamento nella percezione sociale di questa malattia attraverso l’incontro con il pubblico della mostra, offrendo alle persone con Alzheimer e ai loro familiari nuove occasioni di relazioni sociali e riducendo lo stigma nei confronti delle persone malate.

Il progetto si rinnova di mostra in mostra.

Palazzo Strozzi non è solo mostre ma un laboratorio per la sperimentazione di nuove modalità per rapportarsi all’arte, riconosciuto a livello internazionale. Le mostre offrono a tutti la possibilità di fare esperienze coinvolgenti e non convenzionali, anche attraverso un ricco programma di attività ed eventi pensati per scuole, famiglie, giovani, adulti e pubblici speciali: dai laboratori del fine settimana alla Valigia della famiglia, fino alle sale interattive e al kit disegno, ognuno può trovare a Palazzo Strozzi il proprio modo di incontrare l’arte.

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