Una parola a settimana

Ogni settimana la newsletter di Palazzo Strozzi svela una parola o un termine legato agli artisti e alle opere in mostra, creando un originale glossario per approfondire temi e connessioni con la mostra American Art 1961-2001.

La Fondazione Palazzo Strozzi, in collaborazione con il Dipartimento SAGAS (Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo) dell’Università degli Studi di Firenze, ha sviluppato il progetto Una parola a settimana: un’esperienza di formazione dedicata a 14 studentesse di Laurea Magistrale in Storia dell’Arte finalizzata alla creazione di un glossario di approfondimento dedicato alla mostra, sempre disponibile on-line, per tutti i visitatori di Palazzo Strozzi.

Durante un ciclo di incontri (ottobre 2020-febbraio 2021) le studentesse hanno approfondito le opere, agli artisti e i temi della mostra American Art 1961-2001, hanno analizzato i materiali di comunicazione utilizzati nelle mostre di Palazzo Strozzi (pannelli di sala, didascalie, cronologie, testi per famiglie) e selezionato 14 parole chiave da approfondire per rendere accessibili alcuni concetti ricorrenti nell’arte del Novecento. Nella stesura del glossario si sono alternate sessioni di scrittura in autonomia e momenti di revisione collettiva in modo da condividere le diverse fasi di lavoro e comprendere con maggiore dettaglio l’approccio alla scrittura.

Ogni voce del progetto Una parola a settimana corrisponde a una sala del percorso espositivo, spiega un termine e lo contestualizza in relazione al lavoro degli artisti presenti in mostra. Hanno partecipato al progetto: Lida Artusio, Veronica Betti, Chiara Ciagli, Irene D’amato, Alessia D’Annunzio, Gioia Dipaola, Evelyn Monia Ferro, Francesca La Rocca, Sonia Luppi, Cristina Marcelli, Camilla Marruganti, Francesca Pinna, Caterina Vagniluca, Federica Valleise.

In copertina: Lorna Simpson, Wigs (portfolio) (det.), 1994, Minneapolis, Walker Art Center. © Lorna Simpson. Courtesy the artist and the Walker Art Center, Minneapolis

Nella produzione industriale il termine assemblaggio indica una serie di operazioni necessarie per unire le parti di un apparecchio o di un manufatto, in ambito artistico il concetto di assemblaggio rimanda all’accostamento di materiali eterogenei per la realizzazione di un’opera.

I futuristi e i cubisti sono stati i primi a fare ricorso a questo approccio utilizzando oggetti, integri o in pezzi, nuovi o con un vissuto, e inserendoli nelle loro creazioni. Gli oggetti estrapolati dal contesto originario e assemblati tra loro, entrano nel mondo dell’arte come un nuovo materiale a disposizione degli artisti. La tecnica dell’assemblaggio estende la pratica del collage in una dimensione spaziale e permette di trasformare oggetti neutri, senza evidenti qualità estetiche, in nuove manifestazioni artistiche.

Artisti come Louise Nevelson (1899-1988) e Joseph Cornell (1903-1972) hanno fatto ricorso alla pratica dell’assemblaggio cercando ispirazione negli oggetti quotidiani, raccogliendo frammenti e detriti di vita e inserendoli nelle loro opere.

Nevelson è ispirata dalle forme e dalle superfici segnate dal tempo, da ciò che definisce «robaccia che vedo dalla mia finestra», e per l’artista tutta la creazione è ricerca di un ordine, di «una grande sinfonia dove nulla si sente fuori posto». Nevelson talvolta dipinge di nero i suoi assemblaggi realizzati con frammenti di legno, armonizzando le diverse parti in un insieme, cui conferisce un’aura magico-sacrale.

Cornell esplora New York girovagando per botteghe antiquarie, negozietti di cianfrusaglie e librerie dell’usato. Ama la sensazione di piacevole sorpresa che avverte quando trova qualcosa che lo affascina e custodisce questi oggetti assemblandoli in scatole reliquiari, nelle quali crea una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio.

Irene D’Amato

Il termine serialità indica ciò che è disposto secondo un preciso ordine o ripetuto in sequenza a formare una serie. Artisti come Andy Warhol (1928-1987) e Roy Lichtenstein (1923-1997), legati alla Pop Art, affrontano con il proprio lavoro l’immaginario della società dei consumi che si sviluppa in America nel secondo dopoguerra. La loro produzione abbraccia soggetti della cultura popolare e ricorre a tecniche di produzione seriale delle immagini, un approccio che appartiene più all’ambito della pubblicità e dell’industria che a quello dell’arte.

Andy Warhol, ispirato dal linguaggio pubblicitario, elabora uno stile impersonale in cui annulla la propria soggettività e si fa interprete dei desideri collettivi: «laddove la società dei consumi non la puoi abbattere, forse è meglio assimilarla, o addirittura esporla».

Utilizzando la tecnica della serigrafia su tela Warhol semplifica le immagini diffuse dalla stampa e dalla pubblicità, rendendole ripetitive e apparentemente superficiali mediante la riproduzione in serie. Questo approccio è applicato sia alle zuppe Campbell, riprodotte nelle loro varianti di gusto, e ad altri oggetti di uso comune che diventano icone del modo di vivere, ma anche a celebrità, come Marilyn Monroe o Jackie Kennedy, o a immagini di eventi disturbanti, quali incidenti stradali o sedie elettriche.

Anche Roy Lichtenstein conferisce un carattere di serialità al proprio lavoro: in anni in cui il fumetto ha sempre maggiore diffusione, l’artista si appropria di illustrazioni, le ingigantisce e le separa dal contesto originario. Imitandone la campitura a piccoli punti del retino tipografico, Lichtenstein procede imitando in maniera artigianale il processo seriale e meccanico della stampa.

Evelyn Monia Ferro

Con intermedialità si fa riferimento a produzioni artistiche in cui differenti media coesistono in un contesto unitario. Il termine viene usato per la prima volta da Dick Higgins (1938-1998) nel testo Intermedia (1966) con l’intento di identificare un’opera d’arte caratterizzata da «musica che non è Musica, poesie che non sono Poesia, dipinti che non sono Pittura, ma musica che può adattarsi alla poesia, poesia che può adattarsi alla pittura». I lavori intermediali nascono perciò dal dialogo e dalla collaborazione tra artisti di più discipline, e il Walker Art Center di Minneapolis raccoglie un’importante collezione di lavori di questa tipologia: dal 2011 il museo conserva infatti l’archivio del coreografo Merce Cunningham (1919-2009), artista interdisciplinare e aperto a collaborazioni, il cui approccio all’arte è considerato modello di intermedialità.

Il metodo di Cunningham si basa sul concetto di caso: strumento necessario per creare coreografie “imprevedibili”, ovvero esibizioni che sono sempre aperte a inaspettati momenti di meraviglia. Nell’importante collaborazione con il compositore John Cage (1912-2002) Cunningham prepara le sue coreografie senza musica, nel silenzio totale, mentre Cage compone la musica indipendentemente dalla coreografia. Come afferma il compositore: «Che sia un pezzo divertente o un pezzo serio, noi semplicemente lavoriamo separati e mettiamo insieme in teatro». Allo stesso modo, la collaborazione con Robert Rauschenberg (1925-2008) per la coreografia Minutiae (1954-1976) è descritta da Cunningham come una «collaborazione eccitante e “straziante” al tempo stesso, in cui nessuno sapeva cosa stessero facendo gli altri fino all’ultimo momento», così da rivoluzionare il tradizionale rapporto tra danza e musica.

Chiara Ciagli

Hard-Edge Painting è una definizione coniata nel 1959 dal critico d’arte californiano Jules Langsner per indicare una pittura caratterizzata da contrasti netti e ampie stesure monocromatiche, diffusa negli Stati Uniti negli anni Sessanta del ’900. La semplicità delle forme e il rigore dei colori, così come il ricorso all’astrazione sono elementi tipici della pittura Hard-Edge che trova un precedente nell’arte di Piet Mondrian e Joseph Albers, artisti del primo ’900 che hanno gettato le basi della pittura astratta geometrica fatta di scelte cromatiche essenziali. Gli artisti genericamente definiti Hard-Edge hanno in comune l’interesse per una pittura ridotta ai minimi termini in cui dominano la freddezza delle scelte compositive e il distacco emotivo. Queste opere hanno una natura oggettiva e si contrappongono al trasporto emotivo e personale degli espressionisti astratti, la generazione di artisti americani che domina la scena degli anni Quaranta e Cinquanta del ’900 con grandi tele astratte intrise di esperienze biografiche e angosce esistenziali.

Ellsworth Kelly (1923-2015) è tra i più noti esponenti dell’Hard-Edge Painting, la sua pittura è caratterizzata da forme geometriche elementari con contorni netti: composizioni di forme primarie spesso ricavate dall’osservazione di sagome di oggetti comuni che ingrandisce fino a renderle irriconoscibili. Kelly dichiara: «Mi piace lavorare traendo ispirazione dalle cose che vedo, che siano realizzate dall’uomo, provenienti dalla natura, o una combinazione delle due.» Nella sua pittura ricorrono campi monocromatici dai colori accesi, l’effetto di chiaroscuro non esiste, forma e colore coincidono. Il profilo delle figure geometriche raffigurate talvolta incide sulla forma del quadro che arriva a perdere la sua canonica forma rettangolare per divenire un oggetto sagomato appeso alla parete.

Federica Valleise

Con il termine minimalismo si indica in maniera estensiva la tendenza a ridurre all’essenziale, e l’uso del termine trova la sua declinazione in più ambiti: dall’architettura, all’arte, al design, e può essere usato per indicare un particolare approccio alla vita.

«Less is more» è la frase con cui l’architetto Mies van der Rohe (1886-1969) esordisce nel suo manifesto, racchiudendo in poche parole l’essenza del Minimalismo. In ambito artistico il Minimalismo è un movimento che si sviluppa a partire dagli anni Sessanta del ’900 negli Stati Uniti come reazione all’Espressionismo astratto e alla Pop Art. Le opere degli artisti minimalisti si caratterizzano per una ricerca di forme pure, ridotte a strutture geometriche elementari prive di riferimenti simbolici o emotivi. Questa freddezza si riflette anche nell’uso di nuovi materiali realizzati industrialmente come acciaio, cemento, tubi fluorescenti al neon, plexiglas.

Tra gli artisti che sono stati avvicinati al Minimalismo, sebbene rifiutassero questa etichetta, sono Frank Stella (1936), Dan Flavin (1933-1996), Carl Andre (1935), Richard Serra (1939), Anne Truitt (1921-2004) e Donald Judd (1928-1994), teorico e intellettuale del gruppo.

Nel 1965 Judd condivide le sue idee nel saggio Specific Objects, dove usa la definizione di “oggetti specifici” per inquadrare quelle opere d’arte non classificabili né come scultura né come pittura. L’artista applica questo concetto ai suoi lavori creando sequenze modulari di elementi che si ripetono mantenendo immutata la forma, ma variando i colori, le quantità e le proporzioni.

Le opere di Dan Flavin, realizzate con tubi fluorescenti, aprono una nuova relazione con lo spazio che viene occupato da neon riconfigurati in forme geometriche e invaso dal bagliore della luce che ne proviene. L’opera minimalista, come afferma l’artista: «È quello che è, nient’altro. Tutto viene espresso chiaramente, apertamente, semplicemente. Non vi è alcuna spiritualità opprimente con la quale si è tenuti ad entrare in contatto».

Camilla Marruganti

La definizione performance art indica un genere artistico in cui il corpo dell’artista è il principale strumento espressivo, e si differenzia per il suo carattere effimero e immateriale. Nel 1970 Willoughby Sharp (1936-2008), artista, curatore ed editore, scrive: «I giovani artisti si sono rivolti alla loro risorsa più direttamente utilizzabile, essi stessi come materiale di scultura, con un potenziale quasi illimitato».

La performance art risponde all’esigenza di rottura con le discipline tradizionali e alle logiche economiche tipiche del mercato dell’arte, interessato alla produzione di oggetti facilmente vendibili. Le opere che rientrano sotto questa definizione comprendono una pluralità di esperienze molto diverse tra loro: ci sono performance accuratamente pianificate, altre lasciate interamente alle possibilità creative del caso, ci sono azioni in cui la relazione tra artista e pubblico che partecipa attivamente è imprescindibile, altre invece sono eseguite in completa solitudine per essere documentate attraverso fotografie o video, come nel caso delle opere di Bruce Nauman (1941). Nauman spazia tra vari linguaggi espressivi mescolando scultura, performance, installazioni interattive e video, testimoniando un interesse ricorrente per la rappresentazione del corpo e l’uso del linguaggio. Nelle performance realizzate all’interno del proprio studio Nauman sostituisce il pubblico con una telecamera che documenta azioni semplici, spesso ripetute ossessivamente: camminare, pizzicarsi, suonare uno strumento, o dipingersi meticolosamente il corpo in una sequenza di quattro colori come nell’opera Art Make-Up del 1967-1968. In maniera drastica Nauman afferma: «Se sono un artista e se mi trovo all’interno di uno studio, vuol dire che qualsiasi cosa io faccia all’interno di questo studio è arte».

Cristina Marcelli

La definizione Arte concettuale nasce in America nei primi anni Sessanta del ’900 e indica un approccio alla produzione artistica in cui le idee e i concetti sono gli elementi fondamentali dell’opera tanto da assumere un peso maggiore rispetto alla realizzazione materiale e al valore estetico. Mentre la Pop Art enfatizza gli oggetti e i simboli della società consumistica, l’Arte concettuale si allontana da quel panorama visivo e dagli aspetti più emozionali delle immagini. Gli artisti vicini a questa tendenza individuano nell’espressione di idee il carattere essenziale dell’arte, adottando pertanto indistintamente diversi mezzi di comunicazione: scultura, pittura, fotografia, video, pubblicazioni, materiali industriali e anche il corpo.

John Baldessari (1931-2020) è stato tra gli iniziatori dell’Arte concettuale e nel suo lavoro ha abbracciato vari linguaggi. La sua pratica artistica si fonda sulla combinazione di testi e sull’appropriazione di immagini tratte da riviste o fotogrammi cinematografici, offrendo una visione ironica, umoristica, e non di rado insolente, in contrapposizione con il rigore che caratterizza molti lavori del movimento. Esemplificativo del suo approccio è il video in cui la mano dell’artista è ripresa mentre scrive la frase I will not make any more boring art (Non farò mai più arte noiosa), da cui l’opera prende il titolo. Baldessari prosegue interrottamente la scrittura per trenta minuti, come se fosse una punizione, ironizzando sulla contraddizione tra il gesto (noioso) e quanto dichiarato dall’enunciato. L’artista crea così un gioco nel gioco in cui il soggetto dell’opera e la sua realizzazione coincidono.

Alessia D’Annunzio

All’inizio degli anni Ottanta la parola AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome) entra a far parte del linguaggio quotidiano. L’acronimo si riferisce a una malattia del sistema immunitario provocata dal virus dell’HIV, che ha causato milioni di morti. Fino alla metà degli anni Novanta la politica conservatrice di Ronald Reagan (presidente degli USA), Margaret Tatcher (primo ministro inglese) e Helmut Kohl (cancelliere della Germania) dimostra una profonda insensibilità verso l’epidemia di AIDS. Questi governi esprimono disinteresse sulla diffusione del virus, gli omosessuali vengono emarginati e l’omofobia è un atteggiamento diffuso. In reazione all’indifferenza delle istituzioni, nel 1987 negli Stati Uniti nasce l’ACT-UP (AIDS Coalition to Unleash Power), con lo scopo di «intraprendere un’azione diretta per porre fine alla crisi dell’AIDS» e molti artisti vi si associano. Simbolo dell’organizzazione è un triangolo rosa su fondo nero con il motto “Silenzio-Morte”. Lo stesso anno lo storico dell’arte americano Douglas Crimp, attivista per i diritti LGBTIQ+, nel saggio AIDS Cultural Analysis/Cultural Activism scrive «non abbiamo bisogno di una rinascita culturale; abbiamo bisogno di pratiche culturali che partecipino attivamente alla lotta contro l’AIDS», sollecitando l’intervento delle istituzioni contro l’emarginazione della AIDS Community. In una società in cui la parola omosessualità è bandita, arte e attivismo diventano gli unici strumenti di denuncia, come attesta l’opera di Robert Gober (1954), artista dichiaratamente gay che si considera un sopravvissuto. Felix Gonzalez-Torres (1957-1996), morto di AIDS, affronta invece il tema da una prospettiva più intima e personale legandolo al proprio vissuto: in “Untitled” (Last Light) usa simbolicamente delle lampadine per rappresentare la fugacità della vita e rendere immortale il compagno Ross, scomparso a causa della malattia nel 1991.

Veronica Betti

Il termine appropriazionismo fa riferimento al concetto di appropriazione, ovvero la presa di possesso di qualcosa che appartiene ad altri con l’intento di farla propria. Dal punto di vista artistico è una pratica che consiste nel riutilizzare immagini, opere d’arte preesistenti, oggetti, apportandovi o meno modifiche. L’appropriazione come approccio creativo risale all’inizio del ’900 e ha in Marcel Duchamp (1887-1968) la figura di maggiore spicco. L’attitudine al “furto di oggetti e immagini” trova slancio anche nella Pop Art fino a raggiungere il suo apice negli anni Settanta con una nuova generazione di artisti che radicalizza ulteriormente il concetto. Nel 1977 il critico e curatore Douglas Crimp organizza presso la galleria Artists Space di New York la mostra Picutres in cui raduna artisti il cui lavoro ha nell’appropriazione di immagini altrui e nella critica all’originalità, un elemento fondamentale. La mostra getta le basi di un dibattito che viene raccolto da artisti come Barbara Kruger (1945), Sherrie Levine (1947), Robert Longo (1953) e Richard Prince (1949), che attribuiscono un nuovo senso all’immagine, sovvertendo il valore di autenticità e autorialità. Molti fanno ricorso alla fotografia, in quanto il linguaggio più adatto a esplorare i confini labili tra originalità e riproduzione, oltre a essere lo stesso linguaggio che pubblicità e mass media utilizzano per veicolare precise costruzioni sociali. Con la serie Cowboy Richard Prince ri-fotografa le pubblicità delle sigarette Marlboro per poi ingrandirle ed eliminare le scritte, generando un ulteriore livello di ambiguità: «anche se sono consapevole della natura classica delle immagini, mi trovo a inseguire immagini che non mi appaiono del tutto credibili. E io cerco di ri-presentarle in modo ancor meno credibile».

Francesca Pinna

Con il termine minoranze si intendono quei gruppi di persone che rappresentano la parte minoritaria della comunità di appartenenza e che si distingue per etnia, religione e lingua dalla maggioranza della popolazione. Le comunità sottorappresentate, proprio per la loro diversità, dovrebbero essere considerate fonte di ricchezza culturale per la società, ma da sempre sono state oggetto di discriminazioni. Le ingiustizie perpetrate a scapito delle minoranze hanno dato avvio a rivendicazioni e lotte che hanno profondamente segnato la storia degli Stati Uniti: queste tensioni hanno portato alla nascita dei movimenti per l’abolizione della schiavitù nell’Ottocento, a quelli per i diritti civili dagli anni Cinquanta-Sessanta; alle battaglie per la liberazione e l’emancipazione della donna, a quelle per il riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e delle comunità gay negli anni Settanta.

Hock E. Ave/Edgar Heap of Birds (1954), delle tribù Cheyenne e Harrapao, commemora con la sua arte chi ha combattuto battaglie identitarie, spesso perdute, ma servite a innescare un cambiamento culturale. L’artista crea opere che affrontano storie di repressione e violenza da parte dello Stato e dei coloni contro le comunità native degli Stati Uniti, tracciando parallelismi tra la violenza storica e le ingiustizie di oggi.

L’appartenenza a una minoranza ritorna anche nel lavoro di Lorna Simpson (1960), artista afro-discendente, che sottolinea il peso della discriminazione della comunità nera. L’opera Wigs (porfolio) indaga la storia delle acconciature afroamericane e delle convenzioni di bellezza. Le capigliature al naturale sono simbolo di rivendicazione ed emancipazione identitaria, contrapponendosi ai canoni estetici dominanti, e i capelli assumono quindi implicazioni sociali e politiche.

Gioia Dipaola

Il termine tedesco Gesamtkunstwerk (cioè “opera d’arte totale”), fa riferimento a una fusione di linguaggi artistici che si completano a vicenda in una sintesi perfetta. Questo approccio, teorizzato da Richard Wagner nel 1827, persiste ancora oggi in molte opere d’arte, e The Cremaster Cycle di Mattew Barney ne è un esempio perfetto.

L’opera è infatti articolata in cinque lungometraggi realizzati tra il 1994 e il 2002, in cui l’artista fa convergere lo studio delle religioni, la mitologia e le pulsioni umane all’origine della vita. Nelle mostre l’opera video è spesso accompagnata da fotografie, disegni, sculture e oggetti utilizzati nei film, facendo acquistare al lavoro anche una dimensione scenografica.

Cremaster 2 (1999) è il secondo episodio narrativo del ciclo scritto e interpretato da Matthew Barney. Il lungometraggio prende spunto dal caso di Gary Gilmore, mormone che nel 1977, dopo aver confessato due omicidi, chiese di essere fucilato per seguire il volere della sua fede, che richiede lo spargimento del proprio sangue per l’espiazione dei peccati. Nel film appaiono anche riferimenti ai familiari di Gilmore: la nonna sensitiva, i genitori impegnati in una visione mistica collegata alle api che porta al concepimento di Gary, e un rimando alla presunta discendenza del protagonista dall’illusionista Harry Houdini.

The Cremaster Cycle è stato definito da molti critici un Gesamtkunstwerk dell’era multimediale.

Il concetto di opera d’arte totale in Barney si lega anche al titolo del ciclo, poiché il Cremaster – un muscolo presente nei testicoli – è qui un’allegoria della creazione della vita e delle sue infinite metamorfosi.

Sonia Luppi

La California, Stato federato degli USA, ha costituito uno dei motori economici, politici e culturali del sogno americano (American Dream) ovvero della fiducia incondizionata di poter raggiungere una qualità di vita migliore attraverso l’impegno personale. Negli anni Sessanta lo sgretolamento di questa speranza ha portato a una profonda crisi e alla nascita di una controcultura giovanile, nota come Beat Generation e movimento Hippy, che aveva proprio in questo Stato il suo epicentro. La California negli anni Novanta era conosciuta per il surf, per la produzione cinematografica, per l’industria del porno e per l’hip-hop; è poi diventata lo stato più abitato dell’Unione e la sua popolazione è una delle più varie del mondo da un punto di vista etnico. Tuttavia, avvenimenti come la rivolta di Los Angeles del 1992 hanno evidenziato profonde tensioni sociali, portando gli artisti a concentrarsi su temi come le comunità sottorappresentate e i diritti LGBTQ+. La California oggi è guida dello sviluppo mondiale ed è sede di alcune delle maggiori aziende tecnologiche, come Youtube, Google, Apple e Facebook. New York non è più la capitale incontrastata dell’arte contemporanea: la produzione artistica e culturale si è spostata in California alla ricerca di sperimentazioni e di un rinnovato senso di comunità, trovandovi anche una delle società più ricche del mondo che sostiene enti culturali, quali l’Institute of Contemporary Art e The Broad, museo di arte contemporanea. Un’intera generazione di artisti si è formata o si è trasferita in California e collabora con le sue istituzioni, realizzando opere che sono espressione vitale dell’arte americana, e la presenza di Mark Bradford (1961) alla Biennale di Venezia del 2017 in qualità di rappresentante degli Stati Uniti, ne è la dimostrazione.

Lidia Artusio

Per silhouette si intende un’immagine in nero su fondo bianco, di moda dalla seconda metà del Settecento, che riproduce il profilo di un soggetto delineandone solo il contorno, il cui interno è annerito come un’ombra. Questa tecnica era diffusa particolarmente in epoca vittoriana come passatempo delle signore più abbienti, ma Kara Walker (1969) la recupera e la reinterpreta, ribaltandone la prospettiva. A partire dagli anni Novanta del ’900 emerge una nuova forma di arte politicizzata e la critica alle convenzioni razziali, come costruzioni sociali, passa anche attraverso il ricorso a generi artistici alternativi. L’artista afro-discendente adotta la strategia del “grottesco stereotipico” per mettere in scena i simboli della tradizione razzista e denunciarli. Walker esplora la storia americana attraverso opere che narrano vicende, antecedenti alla guerra di Secessione, di schiavi e padroni nelle piantagioni del Sud coinvolti in scene di sesso e violenza. I temi trattati e le figure caricaturali contrastano con i soggetti e le forme discrete tipici della silhouette. I personaggi rappresentati sono ridotti a mere sagome di sé stessi, esseri umani non del tutto compiuti. Con uno sguardo critico sul passato, i lavori di Kara Walker offrono uno spunto di riflessione sul presente, sul permanere di modelli culturali nella società contemporanea. L’artista vede silhouettes e stereotipi come «intimamente connessi poiché entrambi dicono molto con poche informazioni».

Francesca La Rocca

La Videoarte è un linguaggio artistico che fa ricorso ai sistemi di registrazione e riproduzione delle immagini in movimento ed è strettamente legata al progresso tecnologico e alle possibilità espressive del video. La Videoarte nasce e si sviluppa dal 1965, quando la Sony commercializza il Portapak, prima videocamera portatile, presupposto per la nascita di questa forma d’arte. Negli anni Sessanta del ’900 gli artisti legati al movimento internazionale Fluxus contribuiscono alla diffusione dell’uso del linguaggio video, ma l’artista che ha un ruolo determinante per l’esordio della Videoarte è il sud coreano Nam June Paik (1932-2006) che nel 1963 usa per la prima volta un televisore come materiale artistico. A metà dello stesso decennio Paik realizza televisori modificati: connette televisori a comandi radio interattivi per rendere il suono “visibile” sullo schermo, nel 1971 costruisce TV Cello uno strumento musicale/scultura realizzato con schermi capaci di trasmettere contenuti televisivi e registrazioni video, da utilizzare durante selvagge performance musicali. Paik afferma che la vita dell’uomo è fortemente influenzata dalla tecnologia e l’obiettivo del suo lavoro è proprio quello di «umanizzare la tecnologia» per trovare un equilibrio tra le parti. Anche Dara Birnbaum (1946) lavora con il video ma pone un’attenzione completamente diversa alle immagini in movimento. L’artista è conosciuta per le sue strategie rivoluzionarie nella realizzazione dei video in cui usa anche frammenti modificati di programmi televisivi. Uno dei suoi lavori principali è Technology/Transformation: Wonder Woman con cui critica la visione che la società offre della donna e la mancanza di un modello realistico da porre a metà tra l’eroina – nella fattispecie Wonder Woman – e la segretaria, non permettendole di trovare la sua identità.

Caterina Vagniluca