Anish Kapoor. Untrue Unreal
dal 10 marzo 2026
al 10 marzo 2026
Introduzione
Attraverso opere storiche e recenti, tra cui una nuova produzione specificatamente ideata in dialogo con l’architettura del cortile rinascimentale, la mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal rappresenta l’opportunità di entrare in contatto diretto con l’arte di Kapoor nella sua versatilità, discordanza, entropia ed effimerità. Palazzo Strozzi diviene un luogo concavo e convesso, integro e frantumato allo stesso tempo, in cui il visitatore è chiamato a mettere in discussione i propri sensi.
Nell’arte di Anish Kapoor, l’irreale (unreal) si mescola con l’inverosimile (untrue), trasformando o negando la comune percezione della realtà, invitandoci a esplorare un mondo in cui i confini tra vero e falso si dissolvono, aprendo le porte alla dimensione dell’impossibile.
Le opere di Kapoor uniscono spazi vuoti e pieni, superfici assorbenti e riflettenti, forme geometriche e biomorfe. Rifuggendo categorizzazioni e distinguendosi per un linguaggio visivo unico che unisce pittura, scultura e forme architettoniche, Kapoor indaga lo spazio e il tempo, il dentro e il fuori, invitandoci a esplorare i limiti e le potenzialità del nostro rapporto con il mondo che ci circonda e a riflettere su dualismi come corpo e mente, natura e artificio. Le sue opere suscitano stupore e inquietudine, mettendo in discussione ogni certezza e sollecitandoci ad accogliere la complessità.
Si prega di prestare particolare attenzione a non toccare le opere in mostra. Alcuni dei materiali possono causare macchie indelebili o irritazioni agli occhi e alla pelle. La Fondazione Palazzo Strozzi declina ogni responsabilità per eventuali danni.

1
Svayambhu, 2007
cera, vernice a base di olio
Il termine sanscrito “svayambhu” definisce ciò che si genera autonomamente, che è “sorto da sé”, ed è il corrispettivo delle immagini acheropite cristiane create senza l’intervento di una mano umana ma impresse miracolosamente su un materiale. Come per queste tradizionali rappresentazioni nell’opera è assente l’intervento dell’artista, sostituito da un motore invisibile che fa muovere un monumentale blocco di cera. «La forma, […] si è fatta da sé», e Kapoor, in queste sue opere “auto-generate”, elimina ogni traccia di presenza o di azioni umane.
Svayambhu propone anche una riflessione dialettica tra vuoto e materia: la massa di cera malleabile si muove su rotaie che seguono un percorso di quasi venti metri tra due sale di Palazzo Strozzi plasmando il materiale di cui è composta in rapporto con l’architettura che attraversa. Nel corso del tragitto – con un movimento quasi impercettibile di circa un’ora tra andata e ritorno – la cera rossa lascia traccia del proprio passaggio diventando metafora di nascita ma anche evocando immagini di morte e violenza.
2
To Reflect an Intimate Part of the Red, 1981
tecnica mista, pigmento
To Reflect an Intimate Part of the Red (Per riflettere una parte intima del rosso) rappresenta uno tra i primi fondamentali lavori con i pigmenti che hanno consacrato Kapoor quale voce profondamente originale nel panorama dell’arte contemporanea. L’opera appare come un suggestivo insieme di forme di pigmento giallo e rosso, che emergono dal pavimento, fragili, quasi ultraterrene ma potentemente presenti. Se la scala ridotta differenzia questi lavori da altri successivi, già forte è l’effetto spaziale di questi oggetti nell’interazione con l’architettura in cui sono posti. Nei severi ambienti di Palazzo Strozzi l’intensità cromatica delle forme riverbera nello spazio, dimostrando come il colore nella poetica di Kapoor non sia solo materia o tonalità, ma fenomeno immersivo.
In tutta la progettazione della mostra Kapoor è intervenuto sulla perfetta regolarità dell’edificio. Come lui stesso ha dichiarato: «Fare una esposizione in queste sale non è facile. Troppo ordine distrugge il modo in cui l’opera può interagire con lo spettatore. È stato quindi necessario interrompere la scansione delle sale, collocando i lavori in maniera da creare percorsi alternativi attraverso l’edificio».
3
Endless Column, 1992
tecnica mista, pigmento
Endless Column (Colonna infinita) omaggia nel titolo la celebre scultura La colonne sans fin (1937) di Costantin Brâncuși. Se quest’ultimo aveva l’obiettivo di evocare uno slancio verso l’infinito, Kapoor spinge ulteriormente le possibilità immaginative della sua opera mettendo in gioco l’architettura dello spazio. La colonna in vivido colore rosso sembra penetrare il pavimento e sfondare il soffitto, infrangendo i confini della sala ed espandendone i limiti. Si crea così una sensazione di eterea corporeità architettonica, metafora del legame tra terra e cosmo.
«Se create un oggetto e lo rivestite di pigmento, il pigmento cade a terra come un’aureola intorno all’oggetto stesso. E ne consegue che sia come un iceberg: la maggior parte dell’oggetto è nascosta, invisibile. Così mi sono interessato sempre di più all’oggetto invisibile. C’era una parte che sporgeva nel mondo, ma il resto era davvero interessante». (Anish Kapoor)
4
Non-Object Black, 2015
Untitled, 2023
resina, vernice
Dark Brutal, 2023
tecnica mista, vernice
Esempio della rivoluzionaria serie delle black works (“opere nere”), Non-Object Black testimonia l’utilizzo del Vantablack, materiale altamente innovativo in nanotubi di carbonio, in grado di assorbire più del 99,9% della luce visibile e rendere invisibili i contorni di un oggetto. Il risultato è la scomparsa della terza dimensione, permettendo a Kapoor di mettere in discussione l’idea stessa dell’oggetto fisico e tangibile e di presentare forme che si dissolvono davanti ai nostri occhi. In queste opere così sorprendenti visivamente, l’artista invita i visitatori a riflettere sulla stessa nozione dell’essere, non solo sulla natura degli oggetti ma anche sull’immaterialità che permea il nostro mondo. In dialogo si pongono due recenti opere che approfondiscono ulteriormente l’esplorazione di Kapoor sull’oggetto vuoto nella sua relazione potenzialmente paradossale con quello che egli ha definito “proto-oggetto”: un confronto con una gestazione che è fatta di assenza.
5
Gathering Clouds, 2014
fibra di vetro, vernice
cm 188 × 188 × 39 ciascuno
La forte esperienza del “non-oggetto” della sala precedente continua con Gathering Clouds (Nuvole che si addensano), opera composta da quattro monocromi concavi che realizzano una simbiosi poetica del linguaggio di Kapoor tra colore, specchio e vuoto. La forma concava è spesso esplorata dall’artista in lavori che assorbono lo spazio circostante in un’oscurità meditativa o in una sorta di distorsione riflessiva, creando così uno spazio attivo nel primo piano, in cui lo spettatore sperimenta una sensazione di vertiginosa disintegrazione, che Kapoor ha definito ‘sublime contemporaneo’. Le tonalità di grigio di Gathering Clouds non hanno un punto focale; al contrario, c’è solo immersione nell’oscurità che emettono.
6
A Blackish Fluid Excavation, 2018
acciaio, resina
cm 150 × 140 × 740
Tongue Memory, 2016
silicone, vernice
cm 250 × 130 × 70
Today You Will Be in Paradise, 2016
silicone, vernice
cm 250 × 195 × 45
Three Days of Mourning, 2016
silicone, tecnica mista, vernice
cm 250 × 120 × 70
First Milk, 2015
silicone, fibra di vetro, vernice
cm 180 × 230 × 60
La carne, la materia organica, il corpo e il sangue sono temi ricorrenti e fondamentali nella ricerca di Kapoor. In questa sala vengono presentate drammatiche intimità sventrate e devastate, quali la grande scultura A Blackish Fluid Excavation (Scavo con fluido nerastro), che richiama un incavo uterino contorto, una forma che attraversa lo spazio e i sensi dello spettatore.
Nelle opere esposte a parete, Kapoor unisce invece la pittura e il silicone dando origine a forme fluide che ci appaiono come masse viscerali, che sembrano pulsare di vita propria. Le strutture si contorcono, si espandono e si contraggono, evocando un senso di movimento e di trasformazione continua, ma anche di una forte sensualità tattile che emerge dall’interazione tra le sensazioni di morbidezza e solidità, organicità e linearità. Evocano queste suggestioni gli stessi titoli delle opere: Tongue Memory (Ricordo della lingua), Today You Will Be in Paradise (Oggi sarai in paradiso), Three Days of Mourning (Tre giorni di lutto) e First Milk (Primo latte). La genesi di questi dipinti può essere rintracciata nei lavori con la cera che Kapoor ha iniziato a creare già nei primi anni 2000. Egli stesso ha definito questa sua produzione come la «fase del sangue» dominata dal rosso, colore che da sempre ha caratterizzato i suoi lavori, caratterizzata nel suo duplice valore espressivo di vita e di morte.
7
Vertigo, 2006
acciaio inossidabile
cm 225 × 480 × 60
Mirror, 2018
acciaio inossidabile
cm 195 × 195 × 25
Newborn, 2019
acciaio inossidabile
cm 300 × 300 × 300
Il concetto di confine e la dualità tra soggetto e oggetto sono centrali in sculture specchianti come Vertigo (Vertigine), Mirror (Specchio) e Newborn (Neonato), un’opera che ancora una volta rende omaggio alle sperimentazioni formali di Costantin Brâncuși. Attraverso le riflessioni invertite di queste opere, ciò che si specchia entra in una dimensione illusoria che sembra smentire le leggi della fisica. Queste grandi sculture, infatti, riflettono e deformano lo spazio circostante e lo ingrandiscono, riducono e moltiplicano, creando una sensazione di irrealtà e destabilizzazione e attirando lo spettatore nello spazio indefinito che emanano.
«Le opere specchianti, le opere dipinte, tutte avevano una specie di pelle. […] La pelle è quello che separa una cosa dal suo ambiente, ma è anche la superficie sulla quale o attraverso la quale leggiamo un oggetto e il confine dove il bidimensionale incontra il tridimensionale. […] Nella pelle c’è una sorta di irrealtà implicita che ritengo meravigliosa». (Anish Kapoor)
8
Angel, 1990
ardesia, pigmento
Il percorso espositivo del Piano Nobile si conclude con Angel (Angelo): grandi pietre di ardesia ricoperte da numerose mani di intenso pigmento blu di Prussia. I pesanti massi appaiono in contraddizione con il loro aspetto incorporeo: sembrano infatti solidificare l’aria e suggerire la trasformazione di lastre di ardesia in pezzi di cielo, trasfigurando così l’idea di purezza in un elemento materiale.
Kapoor altera la forte materialità dell’opera ed evoca così un senso di mistero che risponde all’ambizione di matrice esoterica di raggiungimento della fusione degli opposti. «Se l’arte ha a che fare con qualcosa, è senz’altro la trasformazione. Si tratta di cambiare stato alla materia. Questo non desiderando il suo passaggio da uno stato all’altro, ma attraverso uno strano processo di manipolazione di cui non saprei (proprio) come parlare. Sono sicuro che se affermassi con insistenza che queste forme sono uscite da una cava come blocchi blu di Prussia, mi credereste». (Anish Kapoor)
9
Void Pavilion VII, 2023
tecnica mista, vernice
cm 750 × 750 × 750
Al centro del cortile si erge il grande Void Pavilion VII (Padiglione del vuoto) che si pone allo stesso tempo come punto di partenza e di approdo nel dialogo tra l’arte di Anish Kapoor e Palazzo Strozzi. Entrando in quest’opera di carattere scultoreo i visitatori si trovano di fronte a tre grandi forme rettangolari vuote in cui lo sguardo è invitato a immergersi, in un’esperienza meditativa su spazio, prospettiva e tempo, che sconvolge la razionale struttura geometrica e l’emblematica armonia dell’edificio rinascimentale.
È quasi impossibile percepire con la vista questa esperienza, che pare accogliere, in un mondo di ombre, l’inconscio di ciascuno di noi. È il vuoto, il pozzo, la vertigine fisica di quanto sconosciuto, il timore della caduta, dell’essere risucchiati verso l’imperscrutabilità del passato e del futuro. In un luogo rigoroso e controllato come Palazzo Strozzi, Kapoor ci invita a contemplare l’oscurità in cui perdere e ritrovare noi stessi interrogandoci sulla nostra interiorità, su ciò che è reale o irreale, verosimile o inverosimile.
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