Di fronte al frammento

di Esmeralda Moretti

Pubblicato il 23 ottobre 2026

Quando Roland Barthes pubblica nel 1977 i suoi Frammenti di un discorso amoroso, compie un gesto apparentemente privo di senso: decide di non raccontare una storia d’amore dall’inizio alla fine, ma di catalogarla in ordine alfabetico, per schegge, lemmi ed esclamazioni. In realtà, quel senso scelto da Barthes, è l’unico realmente in grado di fotografare la realtà delle storie d’amore: scrivere l’amore, spiega Barthes, significa affrontare il «guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo e povero1».

Chiunque abbia vissuto la fine di una relazione conosce bene questo guazzabuglio: l’ossessione di ripassare a memoria mezze frasi dette per sbaglio in un parcheggio, sguardi fraintesi, promesse mancate. Di fronte alla rottura non ricordiamo mai la totalità di una storia; tratteniamo solo frammenti ruvidi e decontestualizzati, attorno ai quali edifichiamo complesse impalcature per giustificare a noi stessi perché doveva andare proprio così. Spesso sentiamo il bisogno di restaurare quel frammento, inventandone intere parti o incorniciando solo ciò che conferma la nostra versione, pur di dare un senso compiuto all’irrisolto. Conserviamo degli altri nient’altro che frammenti raccontati come totalità, e lo stesso fanno gli altri con noi.

Eppure, questo ostinato rifiuto dell’incompiuto non è solo una dinamica intima: è il modo stesso in cui trattiamo il mondo. Trasferiamo la stessa ansia di totalità sulle rovine della nostra storia, pretendendo che ogni frattura venga sanata, restaurata, riassorbita in una narrazione coerente che non lasci spazio all’ambiguità.

Broken. Il potere del frammento, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Sarà per questo che quando ho saputo che Palazzo Strozzi aveva dedicato un’intera mostra al potere del frammento ho ritenuto che questa scelta fosse un coraggiosissimo gesto politico, sovversivo. Senza nemmeno bisogno di troppa approssimazione, potremmo infatti dire che l’intera storia umana è un grande tentativo di costruire e ricostruire: città, monumenti, società, storia, discipline. È naturale che sia così: siamo esseri umani finiti, e in quanto tali tendiamo a voler trovare un senso, una direzione alle cose che facciamo, o che ci capitano. Oggi più che mai: lo sviluppo tecnologico che nel giro di poco più di dieci anni ha fornito a ciascuno di noi uno smartphone sempre a disposizione, i social media e l’accesso quotidiano all’intelligenza artificiale, ci ha anche resi suscettibili a una certa tendenza a semplificare e banalizzare: ci polarizziamo sui social, deleghiamo fin troppe task ai chatbot AI, siamo sempre concentrati sul risultato. Di nuovo: per il frammento non c’è spazio. Quando non sappiamo come concludere una frase interpelliamo Gemini. Quando non siamo certi di cosa sia meglio votare a un referendum ci facciamo un’idea sentendo qualche opinione sui social.
Ma no, direte voi, c’è una distanza abissale tra chiedere a Gemini di chiudere una mail e costruirsi un’opinione politica. Io non ne sarei così sicura: fa tutto parte dello stesso processo che rende sempre meno appetibile abitare la complessità, riempire gli spazi frammentati e incompleti, ruvidi e spesso taglienti di cui la quotidianità si compone. E, ultimo ma non meno importante, è indice anche di una certa abitudine a risolvere l’irrisolto da soli: chiedere a Gemini non è come chiedere a un collega; guardare un video non è come parlarne a tavola. È la tentazione di anestetizzare l’attrito anziché riconoscerlo e abitarlo. Preferiamo ricomporre il quadro in solitudine, senza il fastidio della contraddizione.

Per questo Broken, Il potere del frammento è un atto politico. Ci obbliga (letteralmente) anche in senso fisico a stare in piedi di fronte alla complessità, per ben dieci sale consecutive. Ci impone di fare i conti con la non linearità dei processi sociali e storici, con la loro violenza intrinseca, quella violenza che a posteriori non vogliamo mai ricordare come parte integrante del movimento umano. 

Nelle opere d’arte, così come in quelle letterarie, ma anche nell’esperienza biografica delle persone, i frammenti possono dipendere da molteplici fattori.
La prima e più frequente causa di distruzione, e quindi produzione del frammento, è la natura. Ci giungono testi frammentati (tutta la storia della filosofia antica, soprattutto presocratica, è un grande lavoro di ricostruzione e contestualizzazione dei frammenti), opere danneggiate perché conservate non correttamente, o esposte alle intemperie. Di queste in mostra se ne trovano molte, tra cui spicca una statua greca del I a.C. raffigurante un ragazzo accovacciato2, per metà perfettamente conservata, per metà invece deteriorata. La causa è la natura: la statua, dopo essere stata coinvolta in un naufragio, è rimasta per metà sepolta nella sabbia, e per metà esposta all’azione corrosiva del mare. È ciò che Georg Simmel chiamava il fascino della rovina3: quel momento in cui la natura non si limita a distruggere l’opera dell’uomo, ma inizia a collaborare con essa, facendola propria.

Con gli esseri umani, in fin dei conti, succede lo stesso: pensiamo all’enfasi con cui cerchiamo di fissare le “ultime parole” che abbiamo detto a un affetto prima che lasciasse questo mondo, o che lui ha detto a noi, e al senso di amaro che resta in bocca quando constatiamo che quell’ultimo frammento non è stato così perfetto come avremmo voluto che fosse. Di nuovo, è il finalismo: proiettiamo il potere dei frammenti oltre ai frammenti, nel tentativo di ricostruire un intero che possa darci pace.

Arte egizia (Akhetaten), Naso e labbra di Akhenaton, 1353-1336 a.C. circa, calcare indurito, New York, The Metropolitan Museum of Art.
Broken. Il potere del frammento, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Ma non sempre è la natura a produrre frammento. Ci sono situazioni in cui la produzione di frammento è intenzionale, e anche di questo l’arte è testimone. Il frammento scelto come simbolo dell’intera mostra4 ne è già un esempio. Si tratta di una parte del volto di una statua che raffigurava il faraone Akhenaton, risalente a oltre tremila anni fa. La statua originale non fu distrutta da un naufragio o da qualche calamità naturale, né la rottura fu frutto del caso: si è trattato di un gesto consapevole. Durante il proprio regno Akhenaton aveva abolito il politeismo, imponendo come unico culto quello del dio del sole Aten. Dopo la sua morte, i successori (tra cui il figlio Tutankhamon) ripristinarono il tradizionale politeismo e avviarono un processo di condanna storica di Akhenaton, demolendone statue e templi. Siamo di fronte ad un atto di iconoclastia distruttiva: creare frammenti non è che l’effetto collaterale della volontà politica di distruggere, condannare a damnatio memoriae. Che in fin dei conti non è un po’ quello che facciamo anche dopo una brutta rottura? Creare frammenti di ciò che è stato e incorniciare quelli che sono più funzionali alla nostra narrazione? 

Frammenti amorosi e politici forse si somigliano più di quanto vorremmo mai ammettere, semplicemente perché siamo umani.
La politica, nel bene o nel male, crea costantemente frammenti, a volte per scelta, a volte come effetto collaterale di una distruzione che nelle intenzioni non vorrebbe far sopravvivere niente (ma poi, lo sappiamo, qualche piccolo frammento, in un modo o nell’altro, resiste sempre). Senza bisogno di andare troppo indietro nel tempo, vediamo qualcosa di simile a quanto avvenuto in Egitto tremila anni fa nel busto in bronzo di Benito Mussolini eseguito da Adolfo Wildt5 nel 1923, e successivamente sfigurato dai partigiani durante la Liberazione. Ciò che separa le due sculture non è il risultato ottenuto (la distruzione): è il ruolo del potere. Nel caso di Akhenaton siamo di fronte a una distruzione imposta dal potere regale (il nuovo faraone), esattamente come quando il conquistatore spagnolo Hernàn Cortés nel 1520 ordina ai propri soldati di sfregiare le statue azteche del Templo Mayor di Tenochtitlàn (anche questi frammenti fanno parte della mostra)6. Il fine è chiaro: imporre un nuovo sistema di valori, e palesare a tutti ciò che si ritiene sbagliato, e che in quanto tale sarà punito.

Adolfo  Wildt, Dux, 1923, bronzo, Collezione Carlo Eleuteri
Broken. Il potere del frammento, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Non è un caso che in queste situazioni spesso non si distrugge: si sfigura. Il naso, gli occhi, le orecchie (che nella cultura egizia consentivano all’anima del defunto di sentire, vedere, respirare), oppure, nel caso della dea azteca Chalchiuhtlicue, oltre al volto, le braccia. Sfigurare, in molti sensi, è anche peggio che distruggere: equivale a mantenere riconoscibile il simbolo, ma offenderlo. Guardatelo pure: tanto è stato reso inoffensivo. In Sorvegliare e punire7 il filosofo Michel Foucault descrive il corpo sfigurato come teatro del potere. Punire (sfigurare) un simbolo ha una funzione sociale, esiste una precisa strategia nell’esercizio di quello specifico tipo di potere.

Non si può dire lo stesso nel caso del busto di Mussolini, il cui sfregio non risponde ad una logica di potere verticale (il faraone che ordina / Cortés che ordina), ma è la risposta sociale, orizzontale e viscerale di una comunità che si riappropria dello spazio pubblico e rovescia il simulacro del tiranno. È l’iconoclastia dal basso: il colpo di piccone che non cancella la storia, ma ne inaugura un nuovo capitolo proprio incidendo la ferita sul metallo.

Arte mexica (Città del Messico), Statua di Chalchiuhtlicue, 1325-1521 circa, diorite, Città del Messico, Museo Nacional de Antropología
Broken. Il potere del frammento, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Che sia il mare a corrodere il marmo, un editto regale a cancellare un volto, o una piazza in tumulto a mutilare un busto, il frammento ci disarma perché rifiuta l’illusione della totalità. Ci ricorda che ogni nostra certezza (amorosa, politica, memoriale) non è mai un blocco monolitico, è una composizione precaria di schegge che abbiamo faticosamente rimesso insieme.

In un romanzo che fotografa un mondo post apocalittico ormai distrutto dai capricci delle Big Tech, la saggia penna di Naomi Alderman ipotizza che poco prima dell’inizio della fine (l’apocalisse), un gruppo di individui abbia deciso di unirsi sotto la guida di Enoch, un leader carismatico, in una peculiare religione che mira a ricomporre l’intero, rifiutando le schegge e i frammenti, perché «il mondo in cui viviamo è fatto per essere intero, siamo noi a dividerlo e suddividerlo»8, e dalla suddivisione eccessiva non è mai venuto nulla di buono: insomma, siamo addirittura arrivati a scindere l’atomo, e non ne è derivato altro che distruzione9. Eppure forse non è così. Martha, la protagonista di Alderman, in uno dei momenti di più alta tensione narrativa, trovandosi in pericolo di vita, si scopre completamente assorbita da un dettaglio: le unghie smaltate di una donna altrettanto disperata davanti a lei. Una donna che, nello sconforto più totale, guardando le proprie unghie rosse, trova sollievo, rassicurazione nelle schegge di colore che ha applicate sulle unghie. 

«La donna era rapita dalle schegge di colore, guardava un’unghia alla volta, confrontava la prima con la seconda e la seconda con la quarta. E Martha pensò: Ma sì, certo. Sì, capisco. Frammenti. Pezzi. I pezzi sono tutto ciò che hanno queste persone. Non esiste niente di intero per loro, ma queste minuscole scaglie frantumate di colore sono abbastanza. Pensò: Questo non me l’ha mai insegnato, Enoch, non mi ha mai insegnato che i pezzi possono dare abbastanza conforto in un mondo rotto»10.

E questo, credo, riassume bene il perché abbiamo un così disperato bisogno di rimettere al centro il potere del frammento, di ripartire dai frammenti per costruire di nuovo, da capo e ancora, tutte le volte che ce ne sarà bisogno, di trovare conforto nella risignificazione del frammento in un mondo rotto. 


Esmeralda Moretti è una divulgatrice filosofica e content creator, specializzata in etiche applicate. Laureata in filosofia, impiega i linguaggi digitali contemporanei per stimolare il pensiero critico e il dibattito etico, rendendo la riflessione filosofica un terreno vivo, accessibile e di continuo confronto.

  1. Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, trad. it. di Renzo Guidieri, Einaudi, Torino 1979 (ed. or. Fragments d’un discours amoureux, Éditions du Seuil, Paris 1977, p. 187). ↩︎
  2. Arte greca (Anticitera), Ragazzo accovacciato (Lottatore?), inizi I secolo a.C., marmo pario, Atene, Hellenic National Archaeological Museum, inv. HNAM 2773. ↩︎
  3. Georg Simmel, La rovina (1911), in Id., Saggi sul paesaggio, a cura di Monica Sassatelli, Armando Editore, Roma 2006. ↩︎
  4.  Arte egizia (Akhetaten), Naso e labbra di Akhenaton, 1353-1336 a.C. circa, calcare indurito, New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 26.7.1396. ↩︎
  5. Adolfo  Wildt, Dux, 1923, bronzo, cm 95 × 140 × 60, Collezione Carlo Eleuteri. ↩︎
  6. Arte mexica (Città del Messico), Statua di Chalchiuhtlicue, 1325-1521 circa, diorite, Città del Messico, Museo Nacional de Antropología (INAH), inv. 10-82215. ↩︎
  7. Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. it. di Alcesti Tarchetti, Einaudi, Torino 1976. ↩︎
  8. Naomi Alderman, Il futuro, trad. it. di Francesca Pe’, Feltrinelli, 2025, pp. 137 sgg. ↩︎
  9. Ibidem. ↩︎
  10. Ibidem. ↩︎

In copertina: Arte greca (Anticitera), Ragazzo accovacciato (Lottatore?), inizi I secolo a.C., marmo pario, Atene, Hellenic National Archaeological Museum. Broken. Il potere del frammento, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio