Il tirocinio a Palazzo Strozzi: l’esperienza di Ana

Ana Clemencia Venturi si è laureata in Arti Visive all’Alma Mater Studiorum di Bologna. La sua passione per l’arte la spinge, nel marzo 2014, ad iscriversi al Master de Il Sole 24 Ore in Economia e Management dei Beni Culturali a Roma, per ampliare la sua conoscenza anche dell’economia e del marketing dei beni culturali.

Come sei arrivata a Palazzo Strozzi per svolgere il tuo tirocinio?

A fine maggio 2015, sono iniziati i vari colloqui per trovare la sede del tirocinio previsto dal percorso di studi del master, stabiliti in base ai campi di interesse e ai requisiti posseduti da ciascun studente. È stato così che dopo essere stata selezionata sono arrivata a Palazzo Strozzi. Fin dal primo colloquio le mie responsabili si sono dimostrate gentili e disponibili. Questo fattore, unito alla sede di lavoro e al ruolo di supporto che avrei avuto all’interno dell’Ufficio Mostre di Palazzo Strozzi, mi hanno davvero entusiasmata. Arrivare da Bologna ogni mattina col treno e vedere la cupola di Santa Maria del Fiore continua a sorprendermi tuttora. Il mio contratto, iniziato a settembre, prevedeva inizialmente dai 4 ai 6 mesi di tirocinio. I compiti che avrei dovuto svolgere corrispondevano appieno a quello che speravo di imparare, come partecipare all’allestimento delle mostre e occuparmi dei condition reports delle opere (i documenti che definiscono lo stato di conservazione delle opere d’arte in occasione di un prestito temporaneo). Fortunatamente hanno deciso di prorogare il mio tirocinio per altri 2 mesi, potendo quindi partecipare, oltre che all’allestimento, anche al disallestimento della mostra Bellezza Divina, Tra Van Gogh, Chagall e Fontana, che si è tenuta a Palazzo Strozzi dal 24 settembre 2015 al 24 gennaio 2016. Con mia sorpresa e soddisfazione le mie responsabili hanno deciso di offrirmi un contratto di collaborazione con la Fondazione per il mese di marzo, in occasione dell’allestimento della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim.

 

width=Potresti raccontarci una tua giornata tipo?

La mia giornata tipo inizia verso le sei del mattino. Dopo essermi vestita e aver fatto colazione esco senza fretta per prendere il treno alla stazione, che dista 5 minuti a piedi da casa. Dopo un’oretta e mezzo eccomi quindi alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, dove è facile che mi perda alcuni momenti per le vie vicino a Ponte Vecchio e a Santa Trinita. Giunta in ufficio, una delle prime cose di cui sono solita occuparmi è l’aggiornamento dei dati del database della Fondazione, in cui sono contenuti tutte le informazioni necessarie per la progettazione non solamente di una mostra, ma di tutte le mostre con sede a Palazzo Strozzi: fra queste le caratteristiche fisiche delle opere, o i loro valori assicurativi, o i contatti dei relativi prestatori. Mentre aggiorno questo tipo di informazioni può capitare di dover modificare un PowerPoint di presentazione di una mostra prevista nel 2017, oppure di iniziare una ricerca di immagini e dati inerenti ad una mostra che si svolgerà nel 2018, o di modificare le liste delle immagini delle opere cambiandone ad esempio la risoluzione. Dopo la pausa pranzo si riprende il lavoro nel pomeriggio, finché non arriva il momento di riprendere il treno, dove mi rilasso nell’attesa di tornare a casa.

Fra i progetti a cui hai lavorato, quali ti hanno appassionata e coinvolta di più?

Sicuramente l’esperienza che mi ha colpito di più è stata l’allestimento della mostra Bellezza Divina, in particolare la compilazione finale dei condition reports delle opere, l’aver potuto assistere all’apertura delle casse contenenti le stesse, camminare per le sale ancora semi vuote e vedere di persona la movimentazione di quadri imponenti come I Maccabei di Ciseri o La Flagellazione di Cristo di Bouguereau, oppure di sculture di grandi dimensioni come Il Figliol Prodigo di Martini. La commozione totale l’ho provata dinnanzi alla Crocifissione Bianca di Chagall e di fronte alla magnificenza del Crocifisso in ceramica di Fontana.

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Che consiglio daresti a chi vorrebbe svolgere un tirocinio simile al tuo?

Penso che l’entusiasmo e la perseveranza siano due fattori chiave quando si svolge un tirocinio. All’inizio si possono commettere errori dovuti all’inesperienza, ma col tempo la maggior parte delle mansioni diventa di routine. A chi volesse svolgere questo tipo di tirocinio consiglierei inoltre di approfondire le tematiche riguardanti le assicurazioni delle opere d’arte e la tipologia dei materiali utilizzati per gli allestimenti museali, soprattutto se si è curiosi di scoprire la reale dinamica dell’organizzazione delle mostre d’arte e il vocabolario specifico. La curiosità rappresenta da ultima una qualità fondamentale, utile per approfondire gli stimoli che si ricevono durante il tirocinio.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Da una parte mi piacerebbe conseguire più esperienza nell’ambito della mobilitazione e del trasporto delle opere d’arte, dall’altra sono affascinata soprattutto dalla figura professionale del registrar, anche se mi rendo conto che per poter svolgere questo lavoro il cammino è molto lungo. Non mi dispiacerebbe sperimentare anche altri ambiti lavorativi, magari per un periodo di breve durata, con la finalità di ampliare le mie conoscenze, ad esempio presso le case d’asta, o nelle compagnie di assicurazioni specializzate in opere d’arte, o ancora in musei e associazioni che promuovano l’organizzazione di mostre e di progetti culturali. Mi piacerebbe lavorare per qualche anno all’estero, per migliorare il mio livello linguistico di spagnolo e d’inglese e perché mi incuriosisce scoprire nuove modalità di gestione dei beni culturali in altri paesi, quali la Spagna o l’Inghilterra.

width=Nelle foto Ana durante l’allestimento di Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana (Palazzo Strozzi, 24 settembre 2015-24 gennaio 2016)

 

 

 

A più voci

Oggi parliamo di accessibilità museale e di quanto il progetto A più voci stia contribuendo all’abbattimento delle barriere, non solo fisiche, all’interno dei nostri percorsi espositivi. Si tratta di un’iniziativa, tra le prime in Italia, che Palazzo Strozzi porta avanti dal 2011.

Dedicato alle persone affette da Alzheimer e a chi se ne prende cura, il progetto è finalizzato a rendere accessibili alle persone con demenza le mostre promosse dalla Fondazione attraverso attività appositamente concepite. Le persone affette da Alzheimer hanno così la possibilità di esprimersi attraverso l’arte, attraverso un modello per una comunicazione ancora possibile, facendo ricorso all’immaginazione e non alla memoria, alla fantasia e non alle capacità logico-cognitive, valorizzando le residue capacità comunicative.

Gli obiettivi perseguiti dal progetto A più voci sono:

  • proporre alle persone con Alzheimer e ai loro caregiver un incontro diretto con l’arte attraverso un’esperienza piacevole, stimolante, emozionante;
  • offrire ai partecipanti la possibilità di esprimere se stessi e proporre nuovi esempi di comunicazione possibile;
  • creare nuove occasioni di relazioni sociali e promuovere un cambiamento nella percezione sociale della malattia.

width=Per ogni mostra vengono organizzati quattro cicli di tre incontri ciascuno, completamente gratuiti per i partecipanti. Ogni incontro è condotto da tre educatori in compresenza, di cui almeno uno specializzato in comunicazione museale e almeno uno specializzato in animazione geriatrica. Gli incontri si svolgono negli orari di apertura di Palazzo Strozzi per promuovere la conoscenza della malattia e un cambiamento nella percezione sociale del malato.

Nei primi due incontri viene scelta un’opera della mostra di fronte alla quale soffermarsi. Attraverso una conversazione guidata, si invitano tutti i partecipanti alla creazione di un racconto collettivo o di una poesia (appunto le più voci che può assumere un’opera) suggerendo così altri modi possibili di guardare all’arte.

Il terzo incontro è invece dedicato a un’attività creativa ispirata alle opere esposte in mostra e incentrata sulla relazione tra le persone affette da Alzheimer e i loro accompagnatori.

Parte importante del progetto è costituita dai due incontri riservati ai caregiver. Il primo appuntamento viene fissato all’inizio di ogni mostra per spiegare gli obiettivi del progetto e ascoltare le opinioni dei partecipanti. Il secondo avviene a conclusione della mostra, per valutare insieme l’attività svolta e per progettare le azioni future.

Nel 2012 e nel 2014 sono stati organizzati da Palazzo Strozzi due convegni internazionali sulle proposte museali per le persone affette da Alzheimer che hanno visto la partecipazione delle più importanti realtà museali internazionali (fra cui il MoMA e il Museum of Modern Art di New York, la Royal Academy di Londra, il Prado di Madrid, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Norsk Teknisk Museum di Oslo, la Kunsthaus di Zurigo, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e le Gallerie d’Italia di Milano). I due convegni hanno avuto una risonanza internazionale e hanno contribuito a far nascere nuovi progetti analoghi a Firenze ed in Italia.

Maggiori informazioni www.palazzostrozzi.org/il-progetto-a-piu-voci/

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Un giovedì speciale a Palazzo Strozzi

Immaginate un giovedì sera a Palazzo Strozzi, la mostra Bellezza divina (terminata domenica 24 gennaio) e un gruppo di ragazze e ragazzi, tra i 18 e i 20 anni, che vi guida tra le sale espositive per osservare e discutere delle opere insieme a voi, soffermandosi su quelle che maggiormente hanno colpito la loro attenzione. Quello che vi abbiamo appena descritto è il Giovedì per i Giovani, appuntamento che, da alcuni anni, è diventato un momento imprescindibile dell’attività didattica di Palazzo Strozzi, dove arte e giovani trovano un punto d’incontro e di dialogo.

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L’idea del progetto è di offrire ai ragazzi delle scuole superiori un’esperienza di confronto con l’arte, dando loro la possibilità di diventare i protagonisti del racconto di un’opera esposta in mostra. Per raggiungere l’obiettivo è necessario stabilire un contatto ravvicinato con l’opera, mettersi in gioco e superare la timidezza, sviluppare un vocabolario specifico e riflettere sulla comunicazione. Un’attività in cui si mescolano apprendimento, curiosità e passione, per un’esperienza formativa che ogni volta coinvolge studenti, insegnati e visitatori.

In occasione della mostra appena conclusa Bellezza divina, grazie alla collaborazione con le professoresse Giovanna Ragionieri e Francesca Giannetti abbiamo lavorato al progetto con due scuole superiori fiorentine: il Liceo Artistico Statale “Leon Battista Alberti” e l’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gobetti Volta”. Gli studenti hanno aderito all’esperienza per i motivi più diversi: c’è chi ha preso parte al progetto per superare le proprie barriere emotive (come parlare in pubblico), chi semplicemente per passione dell’arte, chi come approfondimento del proprio percorso scolastico, chi per farsi un’idea su un possibile lavoro futuro. I partecipanti erano accomunati dal desiderio di comprendere l’arte e di comunicare il loro punto di vista.

Ma come si racconta un’opera d’arte? Come relazionarsi a qualcuno che non si conosce? Quale opera scegliere? Tante le domande e tante le preoccupazioni che si sono posti i ragazzi.

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A questo proposito Martino Margheri e Alessio Bertini, del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi, hanno organizzato un calendario di incontri di avvicinamento alle due serate, per preparare i ragazzi sul percorso espositivo, sulle singole opere e sulle strategie comunicative da adottare con il pubblico della mostra.

Le “lezioni” da apprendere sono molteplici:

1: presentarsi e stabilire un contatto con il visitatore;

2: coinvolgere il visitatore attraverso il racconto dell’opera;

3: restituire la ricchezza di un percorso espositivo;

4: condividere le proprie idee e trasmettere la propria passione per l’arte.

Il risultato è stato un evento speciale, che ha permesso di visitare la mostra con occhi nuovi, confrontandosi con il punto di vista degli studenti, con la loro spontaneità e la loro passione.

Vi aspettiamo per il prossimo Giovedì per i Giovani in occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim!


Gli insegnati interessati a partecipare con le proprie classi al progetto in occasione delle prossime mostre possono rivolgersi al Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi: edu@palazzostrozzi.org

Si ringrazia per le foto Martino Margheri.

 

Speciale ultimi giorni di “Bellezza divina”

Si avvia al termine la mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana inaugurata lo scorso 24 settembre a Palazzo Strozzi. Domenica 24 gennaio sarà infatti l’ultimo giorno disponibile per poter visitare l’esposizione dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento.

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In occasione degli ultimi giorni di apertura, da giovedì 21 a domenica 24 gennaio, l’orario di Bellezza divina sarà eccezionalmente prolungato fino alle ore 23:00, con ultimo ingresso alle ore 22:00. Se desiderate evitare la coda, è possibile acquistare online il biglietto ed entrare direttamente in mostra.

Da non perdere le seguenti visite guidate ufficiali dedicate ai singoli visitatori:

giovedì 21 gennaio alle ore 17.00;
sabato 23 gennaio alle ore 16.00;
giovedì 21, venerdì 22, sabato 23 e domenica 24 gennaio alle ore 21.00.
Prenotazione obbligatoria tel. 055 2469600.

La mostra chiude nel segno del successo superando già oggi i 155.000 visitatori e rappresentando un forte richiamo per gli appassionati d’arte che possono visitare un’esposizione del tutto inedita nel suo genere. Curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, la mostra nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e i Musei Vaticani inserendosi nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, tenutosi a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015.

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Attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse, i visitatori sono guidati attraverso un secolo di arte sacra moderna. Le opere in mostra possono essere liberamente fotografate dai visitatori, grazie a questo Bellezza divina ci sorprende per l’innumerevole quantità di immagini, che seguendo l’hastag #BellezzadivinaFi, possono essere visualizzate sui canali social.

Non ci rimane che invitarvi a Palazzo Strozzi in occasione degli ultimi giorni di mostra!

 

 

Il sacro e il moderno. Da Segantini a Vedova

«Che i figli delle viscere tue siano belli per l’amore, forti per la lotta, intelligenti per la vittoria. Sono queste le parole che lo spirito dell’idealità della vita sussurra nell’orecchio della vergine». Quasi non si nota quest’iscrizione fra il groviglio di segni che generano un’atmosfera fosca e insieme brulicante di vita nel disegno con l’Annunciazione di Giovanni Segantini, una delle opere che passa più inosservata accanto a tante immagini piene di colore sul percorso espositivo di Bellezza divina. Per chi si sofferma incuriosito da come l’artista ha risolto l’iconografia tradizionale dell’incontro fra l’angelo – lo “spirito dell’idealità della vita” come lo chiama Segantini in una lettera ad un amico – e la Vergine, e cioè in un passaggio di fluido vitale attraverso le loro teste combacianti, non desteranno minori interrogativi quelle insolite parole sussurrate e inscritte sul muricciolo di divisione dell’hortus conclusus sacro, dietro la Vergine. Insieme ad altri particolari enigmatici, come il rapace che tiene sospesa in aria una figura umana o la locomotiva che fende il paesaggio, creano un ambiente singolare per il tema dell’Annunciazione, immaginato dal più celebre dei divisionisti italiani come copertina della prima traduzione italiana di Così parlò Zarathustra. Niente di meno religioso e confessionale per un artista che sentiva una spiritualità immensa e laica, infusa nella natura grandiosa delle Alpi dove trascorse buona parte della sua vita e che lo indusse a scegliere l’Annunciazione come un evento simbolico di un messaggio universale al centro delle filosofie idealiste e simboliste della sua epoca.

Un’opera esemplare quindi dei contenuti di questa esposizione dedicata al tema sacro al pari di altri generi (ad esempio il ritratto, il paesaggio, la storia) durante un secolo moderno (dal 1850 al 1950 circa), non necessariamente quindi per adesione ai principi religiosi, o tanto meno per committenza ecclesiastica – questo è un secolo anzi che vide tanti momenti bui, d’incomprensione e scarsi rapporti fra artisti e Chiesa ufficiale.

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Giovanni Segantini, L’Annunciazione del nuovo Verbo, 1896, Sankt Moritz, Segantini Museum

Attraversando le sale scopriremo tante scelte iconografiche e tante rese stilistiche in piena sinergia con i linguaggi artistici della modernità e non necessariamente frutto di devozione, magari invece declinate secondo sentimenti, esperienze e significati contemporanei.

Glyn Philpot sulla stessa parete breve dove s’incontra il disegno di Segantini, propone il tema dell’Annunciazione come traslato moderno, addirittura interattivo. La sua invenzione colpisce poiché ci immerge nell’evento, nelle vesti della protagonista in serrato dialogo con quell’angelo – che ha catturato l’immaginazione di Virgilio Sieni scegliendo di dedicargli uno dei più intensi quadri di danza in Dolce vita, spettacolo ispirato alla mostra. Ci osserva etereo nei suoi tratti all’antica, da Veronese a Lotto, secondo il ritorno alla tradizione allora da molti adottato,  ma con lo sguardo smarrito perché caduto nella modernità di un ambiente inglese degli anni Venti, nel quale si rispecchia il nostro stato d’animo di involontari protagonisti, ancora smarriti davanti ai misteri della vita.

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Glyn Warren Philpot, L’angelo dell’Annunciazione, 1925, Brighton and Hove, The Royal Pavilion & Museums

Stanley Spencer è un altro artista d’oltremanica che negli stessi anni pone gli eventi religiosi nel proprio tempo e nel proprio spazio: Cookham, la cittadina natia nei dintorni di Londra, per tutta la vita protettivo paradiso terrestre intaccato solo dal disincanto della guerra. A quell’epoca risalgono i due quadri esposti, L’entrata di Cristo in Gerusalemme e L’Ultima cena entrambi del 1920.  Il villaggio inglese accoglie straordinarie riletture della vita di Cristo in moderni travestimenti: al posto delle ridenti aiuole di un tempo una strada precipitata dalla prospettiva franta e un interno che comprime la mensa dei dodici apostoli resi in toni cromatici caldi o freddi, comunque bassi, risentono del dramma della guerra e dello stato d’animo ferito; e traducono in una scena quotidiana i temi sacri secondo i pensieri democratici cristiani degli ambienti laburisti frequentati al tempo da  Spencer.  Il linguaggio aggiornato, sintetico e bidimensionale come quello di Gauguin e dei sintetisti, geometrico sull’eco delle avanguardie, diventa il mezzo allusivo alla trasposizione moderna dei fatti religiosi.

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A sinistra: Stanley Spencer, L’entrata di Cristo in Gerusalemme, 1920, Leeds, Leeds Museums and Galleries; a destra: Stanley Spencer, L’Ultima cena, 1920, Cookham, Stanley Spencer Gallery

Ancora nel secondo dopoguerra l’immaginario sacro e in specie i momenti più intensi e drammatici della Passione di Cristo, dalla Via Crucis alla Crocefissione, tornavano ad offrirsi non solo a metafore dell’oltraggio recente subito dall’umanità, ma, proprio per il valore universale di quei fatti, come ambiente di sperimentazione dello spazio e delle potenzialità espressive di forme, linee, colore. Lucio Fontana in una delle opere più alte che accoglie la mostra, tre stazioni della Via crucis bianca (1955-56), eseguita per una cappella disegnata da Marco Zanuso a Milano, raggiunge il delicato e intenso momento di passaggio dalla figurazione all’astrazione. Le brevi superfici ceramiche accolgono quindi una rivoluzione linguistica: la materia si muove in multiformi spessori; chi vi ha visto “l’espressione di un dolore sanguinante” che si impenna in rilievi a tutto tondo fino poi a implodere, sprofondare, fino a rarefarsi in semplici segni dipinti. A guardar meglio le linee nere che segnalano il suolo nascondono ferite slabbrate della materia, allusione ad una vita ulteriore, premessa in nuce ai tagli.

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Lucio Fontana, Via Crucis (Stazioni II,III,XIII), 1955-1956, Milano, Museo Diocesano

Della stessa aspirazione alla pura astrazione vive la Crocefissione in ceramica di Fontana che insieme a quelle dipinte da Graham Sutherland e Emilio Vedova rappresentano la metafora di tutti gli oltraggi, come diceva Guttuso, e l’ultimo traguardo dell’immaginario artistico nella prima metà del Novecento. I colori si riducono e il segno acquista una sua autonomia espressiva nel misurarsi con la potenza del dramma della Crocifissione. «Nel 1953 mi scoppia il “Ciclo della protesta” in un crescendo di tensione e di forza inesauribile» esclamava Vedova. Non c’è nessuna protesta blasfema nel titolo scelto per la serie di cui fa parte la nostra Crocifissione contemporanea. Piuttosto vi prende forma l’impegno morale dell’artista in un mondo in conflitto, un’epoca in cui se la croce ha chiari connotati allusivi cocenti, può diventare anche un segno emblematico al centro dei cruciali dibattiti fra astrazione e figurazione.

width=A sinistra: Lucio Fontana, Crocifissione, 1951, Collezione privata; a destra: Emilio Vedova, Crocifissione Contemporanea – Ciclo della protesta n. 4, 1953, Roma, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Durante l’Ottocento era stato Van Gogh a spingere la capacità espressiva del segno-colore, aderendo a una sorta di vangelo dell’arte radicato nella natura e preferito alla tentazione di identificazioni superstiziose di se stesso con il sacro, ritenute aberrazioni religiose. Tuttavia non a caso l’acuirsi della disperazione emotiva verso l’epilogo della sua esistenza, lo ricondusse ai soggetti religiosi. La mostra accoglie la Pietà dei Musei Vaticani, un piccolo capolavoro, mirabile riprova per la straordinaria potenza immaginifica della pennellata che senza distinzioni accomuna e immerge la scena sacra nella natura. La Mater dolorosa come il Figlio esangue raccolgono le estreme lacerazioni interiori dell’artista e la sua mai sopita ricerca espressiva del colore: al fratello Theo scriveva di aver sottolineato l’ombra che investe il morto e il pallore chiaro della dolente «contrasto che fa sì che le due teste sembrino un fiore scuro e un fiore pallido avvicinati insieme per valorizzarsi».

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Vincent van Gogh, Pietà (da Delacroix), 1889 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Collezione d’Arte Contemporanea

Gli artisti moderni si confermano interpreti e animatori di profondi significati che investono e rinnovano i contenuti del repertorio religioso che da sempre è stato soggetto privilegiato delle arti.

Anna Mazzanti, curatrice della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

 

 

Da Ciseri a Martini a Chagall: segni e metafore della storia nell’arte sacra

Nel momento in cui la pala Maccabei di Antonio Ciseri (1857-1863) fu presentata, prima di raggiungere l’altare di Santa Felicita, fu accolta quale il maggiore raggiungimento italiano del Purismo di linea francese, “alla Ingres”, ma anche percepita come una composizione nutrita di complessi riferimenti formali e culturali, tali da suscitare molteplici interpretazioni. Lo attestano le recensioni del tempo, che davanti alla strage dei giovani Maccabei evocarono il ricordo del gruppo marmoreo dei Niobidi, ma anche le immagini – che certo erano negli occhi di molti – di più recenti martirii, quelli subiti da quanti non erano mai tornati dalle guerre di Indipendenza.

Nella sua imponenza, l’opera di Ciseri campeggia al centro della prima sala, dedicata a un affondo cronologico, a quegli anni vissuti dall’Italia in travaglio politico e culturale, ideologico ed etico, nella ricerca di un’unità nazionale; e ci avverte di come, negli intenti degli artisti o negli animi dei riguardanti, i soggetti sacri potessero prestarsi a costituire segni e metafore della contemporaneità. A percorrere la mostra con una lente di ingrandimento da storico, saranno infatti numerose le opere a rivelarsi allusive a fatti storici.

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Antonio Ciseri, I Maccabei, 1857-1863, Firenze, Chiesa di Santa Felicita

E così, anche un soggetto evangelico evocativo di intimità domestica quale può apparire Nazareth di Maurice Denis (1905) – dove i bambini raffigurati ricordano quelli delle figlie di Berthe de La Laurencie già ritratte dal pittore – può celare riferimenti alla contemporaneità: se il tema della famiglia s’innesta su quello della Sacra famiglia (Maria con Elisabetta e, in disparte, san Giuseppe), è vero anche che il Gesù fanciullo assume il gesto di colui che insegna, certo in simbolo di opposizione e critica a quel processo di laicizzazione della scuola che in Francia condusse alle Leggi Combes (1905) che sottrassero il diritto all’insegnamento alle congregazioni religiose.

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Maurice Denis (1870-1943); Nazareth; olio su tela; 1905; Musei Vaticani; Palazzi Apostolici Vaticani; Collezione di Arte Contemporanea; Inv. 23158

Maurice Denis, Nazareth, 1905, Città del Vaticano, Musei Vaticani

Se poi nel primo dopoguerra il passo evangelico del ritorno del figliol prodigo era diffuso e spesso adottato quale metafora di una riconciliazione tra la modernità e la classicità, sentita come necessaria dopo la frattura delle avanguardie, di “ritorno” alla tradizione, il Figliol prodigo di Arturo Martini (1927) si può eleggere a caso esemplare, non potendosi tuttavia esaurire come il riflesso di una moda iconografica. L’ampia cultura artistica dello scultore, memorie autobiografiche (la morte del padre) e una resa che partecipa dell’emozione di quel primo struggente contatto fisico, si fondono in uno dei manifesti della cultura artistica italiana degli anni Venti.

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Arturo Martini, Figliol prodigo, 1927, Acqui Terme, Casa di Riposo “Jona Ottolenghi”

Saranno tuttavia i temi della Passione di Cristo a venire diffusamente eletti a metafora del dramma della guerra, come avverrà soprattutto a ridosso del secondo conflitto mondiale, da Otto Dix a Manzù, da Sutherland a Chagall, per citare solo alcuni degli artisti presenti in mostra. Affiancate nel percorso espositivo sono, ad esempio, due Crocifissioni che ci dicono dell’atteggiamento di artisti italiani attorno 1940: Manzù in un piccolo bronzo raffigura nudi i personaggi, a voler rendere l’estrema prostrazione umana, ma pone un elmetto sul capo del soldato Longino che colpisce Cristo con la lancia, riportando così all’attualità della guerra; Guttuso, a proposito della sua monumentale tela, giudicata allora scandalosa e blasfema, aveva dichiarato: «Voglio dipingere il supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati… ma come simbolo di tutti coloro che subiscono l’oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee».

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A sinistra: Giacomo Manzù, Crocifissione, 1939-1940, Roma, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea; a destra: Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-1941, Roma, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Poteva anche avvenire che un artista come Graham Sutherland (1947), secondo un procedimento creativo inverso rispetto a quello appena ricordato, nell’esigenza di raffigurare una Crocifissione, trovasse spunto non solo nella cultura artistica storica (il cinquecentesco altare di Isenheim di Grünewald, oggi a Colmar) o contemporanea (il Guernica di Picasso o le ricerche di Bacon intorno al tema della Crocifissione), ma proprio nell’attualità: nelle immagini dei cadaveri e dei sopravvissuti scattate dagli americani all’apertura di campi di sterminio tedeschi, dunque in quei «corpi torturati [che] sembravano figure deposte dalla croce», come dirà.

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Graham Sutherland, Studio per la Crocifissione, 1947, Città del Vaticano, Musei Vaticani

L’icona di questo traslato della Croce di Cristo come pena del mondo, è da vedersi infine nella Crocifissione bianca di Chagall, non solo perché vi si può leggere un invito al dialogo interreligioso tra cristiani ed ebrei, come è stato più volte sottolineato. L’uomo sulla croce si qualifica immediatamente come un ebreo (il tallit al posto del perizoma; la menorah ai piedi) e a circondarlo non sono i soldati di età romana, bensì i nazisti che incendiano le sinagoghe o le armate che devastano i paesi: siamo nel 1938. Tuttavia, in quelli che fuggono a piedi o accalcandosi sul barcone, nell’anziano che cerca di mettere in salvo i rotoli della legge (la sua cultura, la sua tradizione), in quella madre che corre quasi a uscire dal quadro stringendo il figlio (cercando uno scampo per gli affetti), ritroviamo tante immagini anche ricorrenti nel nostro tempo e siamo presi da sgomento e commozione forse come quelli che nel 1863 si trovarono davanti i martiri di Ciseri.

Queste e altre opere presenti in mostra, affrontate con animo di credente o con spirito laico, si impongono quali occasioni per riflettere sull’uomo, sul suo passato, sul suo futuro.

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Marc Chagall, Crocifissione bianca, 1938, Chicago, The Art Institute of Chicago

Lucia Mannini, curatrice della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

Il 2016 di Palazzo Strozzi: un anno di mostre

Il nostro 2016 si apre con l’ultimo periodo di apertura della mostra Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontanafino al 24 gennaio, dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani e internazionali. Bellezza divina raccoglie in sette sezioni quasi un secolo di arte sacra moderna, guardando ad essa come genere artistico ma anche come momento d’incontro e, talvolta di conflitto, tra artista e sentimento del sacro. A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani.

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Due, invece, le novità per la primavera. Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016, mostra che ricostruirà rapporti e relazioni tra arte europea ed americana, tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, nel segno delle figure di due grandi collezionisti americani: Peggy e Solomon R. Guggenheim. Il percorso espositivo affascinerà il pubblico con oltre cento capolavori spaziando dalle opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei tra cui Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme ai grandi dipinti e alle sculture delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Marc Rothko, Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly. Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York.

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La seconda anteprima è squisitamente contemporanea. Dal 22 aprile al 19 giugno gli spazi della Strozzina di Palazzo Strozzi ospiteranno una personale dedicata ad uno dei più originali ed attuali artisti cinesi: Liu Xiaodong. Tra pittura, disegno e fotografia, l’artista racconta i luoghi osservati e vissuti durante il periodo di residenza in Toscana, tra l’autunno 2015 e la primavera 2016, attraverso il contatto diretto con il paesaggio, gli abitanti e soprattutto con le comunità cinesi locali. Grazie al suo stile personale ed in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo, la mostra diverrà un’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli ma anche sul rapporto tra ambiente geografico ed ambiente culturale.

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In autunno, Palazzo Strozzi rilancia la propria missione sul contemporaneo con una grande mostra evento dedicata al celebre maestro internazionale dell’arte contemporanea: Ai Weiwei.

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La mostra si terrà a Palazzo Strozzi dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, testimonierà la forza e la vivacità della riflessione artistica dell’artista, posta in dialogo con la storia e l’architettura rinascimentale del palazzo. Ai Weiwei produrrà inoltre una serie di installazioni per Palazzo Strozzi, utilizzato per la prima volta come uno spazio espositivo unitario, unendo Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

Esposizione che vi introduciamo attraverso le parole di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi:

Da quasi un anno sto lavorando per portare a Palazzo Strozzi la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, uno delle più iconiche ed influenti personalità del nostro tempo. Il lavoro di Ai Weiwei, tra attivismo politico, autobiografia e ricerca formale, ci parla di temi importanti in modo potente e diretto, utilizzando strumenti e linguaggi artistici a cavallo tra Oriente ed Occidente. Ospitare una simile retrospettiva qui a Firenze significa pensare alla città come ad una moderna capitale culturale, non soltanto legata alle vestigia del proprio passato ma finalmente in grado di partecipare in modo attivo all’avanguardia artistica del nostro tempo”.

I Focus mostra preferiti da Facebook su “Bellezza divina”

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Guttuso trascende la Crocifissione in un capoletto

«Il committente vuole una Crocifissione da mettere in capo al letto. Come farà a tenere sospesa sui suoi sogni la scena di un supplizio? Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati, ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee».

width=Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-1941, Roma, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Francia e Giappone

L’Angelus, preghiera che ricorda il saluto dell’angelo a Maria durante l’Annunciazione, già dal Trecento invitava i fedeli – con tre rintocchi brevi della campana della chiesa, seguiti da uno più lungo – al mattino, a mezzogiorno e alla sera alla recita dell’Ave Maria. Attraverso il suono delle campane il rito liturgico pervadeva la vita quotidiana, come attesta il poetico dipinto di Millet. E che la necessità di una pausa nel lavoro per un momento di raccoglimento sia universale, lo attesta l’attenzione del mondo giapponese per questo quadro: il Yamanashi Prefectural Museum of Art, accoglie infatti, oltre a opere di Millet, un video sull’Angelus.

width=Jean-François Millet, Angelus, 1857-1859, Parigi, Musée d’Orsay

Cento metri e un secolo e mezzo

Tra il numero 14 di via delle Belle Donne e Palazzo Strozzi la distanza è brevissima: un centinaio di metri appena. Nel suo studio posto proprio in via delle Belle Donne, Ciseri ha dipinto i Maccabei, l’imponente tela che accoglie i visitatori nella prima sala della mostra. Quello stesso studio alla fine del Settecento aveva ospitato Elisabeth Vigée Le Brun e, tra il 1820 e il 1824 Jean Auguste Dominique Ingres. Una lapide sulla facciata ricorda la presenza di Ciseri che, nel 1863, alla fine della lunga gestazione dei Maccabei, vi espose l’opera al pubblico con grande successo. Dal 1° agosto 1863 la tela è al terzo altare della chiesa fiorentina di Santa Felicita, ma – dopo un attento restauro – è adesso tornata per qualche mese vicino al luogo della sua creazione.

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Dettaglio in alto: targa via delle Belle Donne 14, Firenze; dettaglio in basso: Antonio Ciseri, I Maccabei, 1857-1863, Firenze, Chiesa di Santa Felicita

“L’eremita che conosceva a memoria l’orario dei treni”, ma anche l’arte fiorentina

Gustave Moreau – “l’eremita che conosceva a memoria l’orario dei treni” secondo Degas – fu spesso a Firenze. L’attenzione con cui frequentava i musei è dimostrata dallo sguardo ieratico del santo che è ricordo dei primitivi italiani, dalla selva di lance e dal cavallo che rinviano all’episodio della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello conservata agli Uffizi, dalla figura di soldato a destra che è citazione – rovesciata – della figura del re nei Diecimila martiri del Pontormo alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti.

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A sinistra: Gustave Moreau, San Sebastiano, 1870-1875 o 1890 circa, Parigi, Musée Gustave Moreau. Dettaglio in alto: Paolo Uccello, Battaglia di San RomanoDisarcionamento di Bernardino della Ciarda, 1438, Firenze, Galleria degli Uffizi. Dettaglio in basso: Jacopo Pontormo, Diecimila martiri, 1529-1530, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina. 

Un angelo scarmigliato

Può il pittore Glyn Warren Philpot (Londra 1884-1937) per il suo Angelo dell’Annunciazione del 1925 non aver guardato allo scarmigliato Davide con la testa di Golia di Tanzio conservato alla Pinacoteca civica di Varallo, che risale al 1625, precisamente trecento anni prima? Un angelo acrobatico, e vagamente inquietante, che fa pensare anche a Lotto, Pontormo o Rosso Fiorentino, ma quel muscoloso braccio nudo che fende il quadro, quei riccioli biondi, quel volto triangolare, fanno presumere che il pittore inglese abbia conosciuto il capolavoro di Tanzio da Varallo.

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A sinistra: Tanzio da Varallo, Davide e Golia, 1625 circa, Varallo, Pinacoteca civica.     A destra: Glyn Warren Philpot, L’angelo dell’Annunciazione, 1925, Brighton and Hove, Royal Pavilion & Museums

Van Gogh e la litografia rovinata

Dall’ospedale psichiatrico Saint-Paul presso Saint-Remy Van Gogh scrive al fratello Theo: «mi è successa una disgrazia; quella litografia di Delacroix, la Pietà, con altre tavole era caduta nell’olio e nella pittura e si era rovinata. […] Ne ho fatto una copia che credo sia sentita». L’immagine, trattandosi di un’incisione, è rovesciata rispetto al piccolo dipinto di Delacroix oggi a Oslo, e Van Gogh reinterpreta il bianco e nero utilizzando una gamma cromatica ridotta agli azzurri, grigi e gialli. Al Cristo morto Vincent ha dato i propri tratti: un Gesù dai capelli rossi e dalla barba corta che è l’immagine interiore della Passione, espressione della sofferenza dell’artista stesso.

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A sinistra: Vincent van Gogh, Pietà (da Delacroix), 1889 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Collezione d’Arte Contemporanea. A destra: Eugène Delacroix, Pietà, 1850 circa, Oslo, Nasjonalgalleriet

 

Focus a cura di Ludovica Sebregondi, curatrice della mostra e della Fondazione Palazzo Strozzi

Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

 

Cinque motivi per visitare “Bellezza divina”, di Ludovica Sebregondi

1)     UNA MOSTRA NUOVA E ORIGINALE
È una mostra nuova, originale, che non è mai stata fatta, dedicata a come gli artisti hanno affrontato il tema del sacro tra metà Ottocento e metà Novecento. Quando si parla di un’esposizione di arte sacra si suppone che accolga le espressioni artistiche dal Rinascimento al Barocco, non che sia dedicata a un periodo vicino a noi. Una mostra innovativa su un genere artistico, quello “dell’arte sacra”, in cui vengono proposte anche opere che hanno fatto discutere all’epoca della loro esecuzione, come la Madonna II di Munch. Ma, poiché l’esposizione nella parte centrale ripercorre le vicende della vita di Cristo, è una rassegna che può anche essere letta come una sorta di straordinario “catechismo per immagini”, in un singolare amalgama di espressioni figurative corrispondenti ai diversi temperamenti degli artisti e alle contingenze culturali e politiche in cui si trovarono a operare. Opere diversissime, di momenti anche lontani tra loro che, esposte le une accanto alle altre, divengono spunto per riflessioni. È inoltre una mostra di grande importanza per gli studenti, che vi possono leggere in filigrana (e anche ripercorrere parallelamente alla grande storia dell’arte) vicende di un periodo storico difficile, che parte dall’Italia unita e arriva fino ai momenti più drammatici del “secolo breve”.

2)     RIUNISCE CAPOLAVORI DA MANUALE DI STORIA DELL’ARTE
È una mostra di capolavori di famosissimi artisti internazionali, con prestiti eccezionali, come l’Angelus di Millet, a cui nell’allestimento del Musée d’Orsay è stata riservata una posizione fondamentale e centrale e che incarna nell’immaginario collettivo l’idea stessa di preghiera; la Crocifissione bianca di Chagall dall’Art Institute of Chicago, quadro preferito da papa Francesco; le delicatissime Stazioni della Via Crucis di Lucio Fontana del Museo Diocesano di Milano; la Crocifissione di Renato Guttuso della Galleria d’Arte moderna di Roma, solo per citarne alcune. Tutte opere utilizzate per illustrare i manuali di storia dell’arte, e sarà possibile ammirarle insieme, nelle stesse sale e in dialogo. Bisognerebbe intraprendere molti viaggi per poterle vedere tutte, fare molte code nei musei, e alcune non sarebbe proprio possibile ammirarle perché vengono da ambienti appartati (abbazie, case di riposo, conventi) o da collezioni private.

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3)     PERMETTE DI SCOPRIRE ARTISTI OGGI MENO NOTI
L’esposizione permette di riscoprire artisti oggi meno noti ma che hanno avuto fama in passato, come alcuni che recentemente sono stati oggetto di studi che li hanno riproposti all’attenzione del grande pubblico quali Stanley Spencer, Giuseppe Montanari, Glyn Warren Philpot, Pietro Bugiani. La mostra pone un particolare accento su quegli artisti (Gino Severini, Maurice Denis, Georges Rouault, Tullio Garbari, tra gli altri) il cui impegno creativo non è disgiunto da un coinvolgimento etico e spirituale e che si sarebbe configurato in militanza anche al di fuori della Chiesa istituzionale. Per Denis, ad esempio, fondamentali furono le questioni dell’autonomia artistica nel rispetto delle iconografie tradizionali, e della comunicatività dell’opera di tema sacro, che doveva necessariamente scaturire dall’esperienza personale e profonda dell’artista.

4)     CONSENTE UN DIALOGO INTERRELIGIOSO
La rassegna vede accostate espressioni artistiche che consentono un dialogo interreligioso, come la Crocifissione bianca di Chagall, artista di fede ebraica; l’Annunciazione di Vittorio Corcos, convertitosi dalla religione ebraica al cattolicesimo. Inoltre sono esposte opere di autori di formazione protestante, come Vincent van Gogh e Edvard Munch, Stanley Spencer, o Glyn Warren Philpot, convertitosi al cattolicesimo. Picasso, pur dichiaratamente ateo, ha affrontato più volte il tema della Passione, ed è presente in mostra con una Crocifissione giovanile che ha donato egli stesso al Museo di Barcellona che porta il suo nome.

5)     AMMIRARE DIECI OPERE RESTAURATE PER L’OCCASIONE
La mostra rappresenta l’occasione per ammirare dieci opere appositamente restaurate (ed è da sottolineare l’importanza che assume il restauro di opere appartenenti a istituzioni che spesso non potrebbero affrontare spese ingenti): prima tra tutte la monumentale tela dei Maccabei di Antonio Ciseri della chiesa di Santa Felicita a Firenze, ma anche Il Redentore di Giuseppe Catani Chiti della basilica di San Francesco a Siena; L’Annunciazione di Vittorio Corcos del Convento di San Francesco a Fiesole; l’imponente e drammatico Figliol prodigo di Arturo Martini della Casa di Riposo “Jona Ottolenghi” di Acqui Terme; la Crocifissione di Primo Conti del convento di Santa Maria Novella; il San Sebastiano di Gustave Moreau del Musée Gustave Moreau di Parigi; l’Annunciazione di Gaetano Previati della Galleria d’Arte Moderna di Milano; il Grande cardinale di Manzù di Ca’ Pesaro a Venezia.

Ludovica Sebregondi, curatrice della mostra e della Fondazione Palazzo Strozzi

Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

DANZA E SPIRITUALITÀ: Virgilio Sieni a confronto con la mostra Bellezza divina

Il coreografo Virgilio Sieni si confronta con le opere della mostra di Palazzo Strozzi attraverso una riflessione personale, suggestiva ed evocativa che mette a confronto cinque opere della mostra e altrettanti momenti dello spettacolo Dolce vita (Firenze, CANGO, dall’11 al 20 dicembre 2015). Attraverso codici formali ed espressivi intrinseci ma consonanti, arte e danza spesso raffigurano e interpretano episodi dei racconti evangelici già fondamento di un’iconografia millenaria. Nelle coreografie di Sieni, ricche di riferimenti pittorici e suggestioni iconografiche, il linguaggio del corpo e la potenza del gesto rappresentano forme e figure fortemente simboliche, alludendo al senso profondo del sacro e dell’umano.

ANNUNCIO: Messaggero indicibile di eventi, l’angelo senza epoche di Philpot si adagia nel corpo presente del danzatore: esso ci guarda con occhi tangenti alla vita, si tuffa letteralmente nella natura.

width=CROCIFISSIONE: Il concetto spaziale di Fontana emerge nella imprevedibile diffusione di energie e canali scavati nella materia. La figura sembra una conseguenza di una catena di gesti prima meditati e poi e lasciati andare. Nella Crocifissione di Dolce vita i danzatori sono meteore che si raggrumano per slanci e segni che ne mutano le sembianze.

width=DEPOSIZIONE: Il gesto del san Paolo di Morelli lascia intravedere la gravità immersa nel dettaglio di luce che dà forma all’umanità: così nella Deposizione di Dolce vita i danzatori si sospendono nella caduta.

width=SEPOLTURA: In un paesaggio sospeso, dove è forte l’odore della terra macchiata da una luce che ci lascia sprofondare nel raccoglimento, la pittura di Millet ci guida a una postura sempre rinnovata che lega l’umano al luogo, il gesto al cosmo. Nella Sepoltura di Dolce vita tutto avviene in un fazzoletto di terra dove i corpi agiscono sottovoce, riducono la gravità; dove tutto diviene orizzontale.

width=RESURREZIONE: Giuda è ridotto a polvere dal suo gesto; nonostante lo sforzo immane di sollevarsi, ergersi da terra, tutto procede secondo una forza più potente, ampia. Nel notturno di Montanari, dove il colore trova adagi cromatici, ci immaginiamo il volto stravolto di Giuda, un gesto febbrile che sospende il tempo. Nella Resurrezione di Dolce vita i danzatori accennano allo stravolgimento, cercano un nuovo volto.

width=Le foto pubblicate illustrano il confronto fra le opere in mostra e lo spettacolo Dolce vita e non sono esposte a Palazzo Strozzi