Vademecum per la mostra

Ai Weiwei. Libero
Artista dissidente e icona della lotta per la libertà di espressione, Ai Weiwei è noto a livello globale per l’unione di attivismo politico e ricerca artistica attraverso opere spettacolari e provocatorie. Protagonista di mostre presso i maggiori musei del mondo, Ai Weiwei ha invaso Palazzo Strozzi con lavori storici e nuove produzioni site-specific che coinvolgono tutto lo spazio: facciata, cortile, Piano Nobile e Strozzina. Per la prima volta Palazzo Strozzi è utilizzato come luogo espositivo unitario, creando un’esperienza inedita per i visitatori e permettendo all’artista cinese di confrontarsi con un contesto ricco di sollecitazioni rinascimentali. La mostra propone un percorso tra installazioni monumentali, sculture e oggetti simbolo della sua carriera, video e serie fotografiche dal forte impatto, consentendo una totale immersione nel mondo di Ai Weiwei. Si spazia dunque dai lavori del periodo newyorkese alle iconiche installazioni fatte di assemblaggi di materiali e oggetti, fino alle opere politiche e controverse che hanno segnato gli ultimi tempi della sua produzione, come i ritratti di dissidenti politici in LEGO o i progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo.

FACCIATA

1. Facciata
L’installazione Reframe (Nuova cornice), pensata per la facciata di Palazzo Strozzi, nasce dall’impegno dell’artista sul fronte della migrazione e dei rifugiati. La serie di ventidue gommoni di salvataggio arancioni circonda le finestre del Piano Nobile sulle due facciate di piazza Strozzi e via Strozzi. L’installazione dà quindi vita a un’insolita decorazione del palazzo rinascimentale, creando una nuova cornice, un nuovo punto di vista, in un forte contrasto visivo e culturale, su uno dei simboli della storia dell’arte occidentale. Ai Weiwei vuole scuotere le coscienze per ricordare la tragedia vissuta da coloro che intraprendono un viaggio disumano verso le coste europee in fuga dalle distruzioni e dalle guerre. Le leggere imbarcazioni innestate sulla facciata ricordano le fragili strutture a cui i rifugiati si aggrappano in mare, ed evocano, insieme, come i migranti tentino di innestare se stessi su un altro luogo, in un ambiente sconosciuto quale è l’Europa.

CORTILE

Cortile mappa

2. Cortile
L’installazione Refraction (Rifrazione) è costituita da cucine solari assemblate a formare un’ala. Presentata per la prima volta nel 2014 nell’isola di Alcatraz, la famosa prigione nella baia di San Francisco, quest’ala è simbolo di libertà, ma essendo pesante e ancorata a terra, è come immobilizzata. Per le dimensioni ingombranti e gli elementi taglienti comunica un senso claustrofobico che fa percepire la ristrettezza in cui vivono i detenuti. È dunque metafora della privazione della libertà, la stessa imposta ad Ai Weiwei, incarcerato nel 2011 dalla polizia in un luogo segreto per ottantuno giorni. L’opera allude anche alla situazione politica tibetana, essendo questi pannelli solari utilizzati in Tibet per cucinare e preparare il tè. Porcelain Vases with Bamboo Poles (Vasi di porcellana e canne di bambù) crea un contrasto tra due materiali tipicamente cinesi e la pietra tipica dell’architettura italiana. In particolare l’uso del bambù, apparentemente fragile ma in realtà fortissimo grazie alla sua elasticità e perciò tradizionalmente usato nell’edilizia, amplifica le relazioni e le diversità da un punto di vista storico-architettonico.

PIANO NOBILE

Piano Nobile

3. Forever
L’installazione Stacked (Impilate), presentata in un allestimento site-specific per Palazzo Strozzi, assembla novecentocinquanta biciclette, mezzo di trasporto che è parte integrante dell’identità cinese. Declinata dal 2003 – quando fu presentata col titolo Forever – in diversi allestimenti, l’opera rinvia al ready-made con la Ruota di bicicletta di Duchamp del 1913. Ai Weiwei vuole sottolineare il problema dei trasporti, molto sentito in Cina, e del suo impatto sull’ambiente. Ma le biciclette hanno anche un altro significato per Ai Weiwei, perché nella sua infanzia possederne una significava la libertà di movimento. La marca utilizzata (“Forever”) era la più popolare in Cina dagli anni quaranta, quasi l’unica commercializzata quando l’artista era giovane. Stacked, separando le biciclette dalla loro funzione, le riconfigura come una sorta di labirinto simile alla rete di Internet ma, col suo carattere architettonico, allude anche a un arco trionfale o a un monumentale portale d’ingresso.

4. Sichuan
Alle 14,28 del 12 maggio 2008 un terremoto di magnitudo 8.0 gradi sulla scala Richter provoca nel Sichuan circa settantamila vittime. Migliaia di studenti muoiono nel crollo delle scuole, collassate a causa dei materiali scadenti utilizzati. Ai Weiwei si reca sul posto e comincia un’inchiesta che lo porterà a denunciare le responsabilità del governo cinese in quella tragedia e i tentativi di insabbiamento. La memoria del dramma è cristallizzata in una serie di opere come Snake Bag (Borsa serpente), formato da 360 zaini scolastici cuciti a formare un serpente, che ricorda i moltissimi oggetti appartenuti alle giovani vittime ritrovati dall’artista nelle macerie. Rebar and Case (Tondino e cassa) è costituita da contenitori in pregiato legno huali con riproduzioni in marmo bianco dei tondini in ferro rinvenuti contorti tra le macerie. I contenitori evocano le bare e la forma stravolta rispecchia gli oggetti che conservano.

5. Wood
Fin dal suo ritorno in Cina nel 1993 dagli Stati Uniti, Ai Weiwei inizia a interessarsi alle antichità e all’antiquariato. Colleziona mobili e parti di templi delle dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911) abbattuti per essere sostituiti da nuove costruzioni. Nei lavori in legno Ai Weiwei reinterpreta la tradizione cinese: armonia di proporzioni e tecnica che non prevede l’uso di chiodi, viti o colla, ma solo di raffinati incastri. Map of China (Mappa della Cina) è una scultura-puzzle formata da legni che simboleggiano la diversità etnica e culturale di un Paese che, pur restando unitario, rappresenta la fusione di un’enorme massa di individui. Ai Weiwei è fedele agli antichi valori formali, ma li stravolge: nei due tavoli, esaltandone il nonsense, è ricostruita e modificata la struttura, lasciando però intatta la patina originaria. Grapes (Grappolo) unisce trentaquattro sgabelli – oggetti tra i più tipici della vita popolare cinese – e sfida la gravità in una composizione che prolifera ripetendo il modulo iniziale, come avviene nelle megalopoli. The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca (L’animale che sembra un lama ma è un alpaca) è una intricata carta da parati decorata dal logo di Twitter, da un alpaca, oltre che da videocamere di sorveglianza, catene e manette per ricordare la detenzione di Ai Weiwei nel 2011. Il curioso titolo allude al gergo usato in Cina per evitare la censura su Internet.

6. Renaissance
La sala è dedicata alla rilettura del Rinascimento italiano da parte di Ai Weiwei: i poliedri Divina Proportio (Divina proporzione) e Untitled – Wooden Ball (Senza titolo – Palla di legno) evocano i disegni eseguiti da Leonardo da Vinci per illustrare il trattato De divina proportione di Luca Pacioli del 1497, anche se prima fonte d’ispirazione è uno dei giochi dei gatti che popolano il suo studio di Pechino. Un doppio piano, alto-basso, che insieme a quello antico-moderno, naturale-tecnologico, è caratteristico del linguaggio dell’artista. I ritratti in LEGO proseguono la serie dedicata ai dissidenti politici. Per Palazzo Strozzi Ai Weiwei ha scelto quattro personaggi del passato legati a Firenze che hanno subito privazioni della libertà. Si tratta di Dante, l’esiliato per eccellenza della storia letteraria italiana; di Filippo Strozzi, bandito per venti anni – come il padre di Ai Weiwei – dai Medici e che al ritorno in patria costruì il Palazzo in cui ha sede la mostra; di Girolamo Savonarola, figura discussa, giustiziato per l’opposizione al regime mediceo e alla Chiesa di papa Borgia; di Galileo, scienziato incarcerato e processato per aver difeso le proprie idee. Volti che, nelle tinte non realistiche dei mattoncini, diventano immagini ludiche o pop.

7. Objects
Questi oggetti, nonostante l’uso di materiali preziosi e tecniche raffinate, sono legati ad abusi di diritti umani e alla censura. In passato il ruyi era uno scettro. L’artista ne ha interpretato la forma usando la porcellana, il materiale più delicato della tradizione cinese, per affrontare il tema del mercato degli organi umani – a cui alludono le interiora di pollo – di cui la Cina pare avere il triste primato. Le grucce e le manette ricordano la prigionia di Ai Weiwei, arrestato il 3 aprile 2011 dalla polizia e detenuto per ottantun giorni in un luogo segreto. Nella cella non c’era spazio per la biancheria pulita e l’artista ha ottenuto dalle guardie sei grucce di plastica su cui appendeva la biancheria che lavava quotidianamente. Nel corso della prigionia Ai Weiwei è stato interrogato più di cinquanta volte, mentre era incatenato con manette a una seggiola. Questi oggetti che hanno segnato la sua detenzione sono stati poi realizzati in materiali pregiati: le grucce in cristallo e legno huali, le manette in giada, elevando questi oggetti d’uso e facendoli diventare simboli di oppressione.

8. Jingdezhen
Nel lavoro di Ai Weiwei si fondono riferimenti alla storia cinese passata e presente e, riallacciandosi all’antica produzione autoctona, l’artista crea oggetti in porcellana realizzati artigianalmente a Jingdezhen, antica capitale di questo genere di fabbricazione. The Wave (L’onda) ricorda le opere della dinastia Yuan in cui l’acqua è rappresentazione ricorrente, e rinvia anche alle stampe giapponesi, soprattutto all’Onda di Hokusai. Free Speech Puzzle (Puzzle della libertà di parola), è costituito da trentadue tasselli di porcellana dipinta a mano che riproducono la suddivisione della Cina in province, comprese quella di Hainan e quella, contesa, di Taiwan. Imitando la tradizione di scrivere su pendenti di vario materiale il nome della famiglia come buon auspicio, Ai Weiwei ripete su ogni pezzo del puzzle il motto “Free Speech”, che diventa quindi quello di tutta la Cina e di ogni suo cittadino. Remains (Resti) è la riproduzione in porcellana di resti umani scoperti in uno dei campi di lavoro in cui, all’epoca della Rivoluzione culturale, venivano rinchiusi i dissidenti come il padre di Ai Weiwei.

9. Vases
Fondamentale per il linguaggio di Ai Weiwei è il rapporto fra tradizione e modernità: attraverso la manipolazione di oggetti, immagini e metafore, l’artista mostra un rapporto ambivalente con il proprio paese, diviso tra senso d’appartenenza e ribellione. Dropping a Han Dynasty Urn (Distruzione di un’urna della dinastia Han) è una controversa e famosissima performance del 1995 che lo vede distruggere un’urna funeraria della dinastia Han antica di oltre duemila anni. Fissata in tre iconici scatti fotografici, viene qui riproposta in una versione in LEGO, medium che Ai Weiwei utilizza sempre più sovente negli ultimi anni. Colpisce l’espressione indifferente dell’artista, per sottolineare che è un atto consapevole di barbarie culturale, paragonabile alla distruzione dell’eredità storica cinese portata avanti dal governo con la Rivoluzione culturale. Su questa linea si inserisce anche la serie Han Dynasty Vases with Auto Paint (Vasi della dinastia Han con vernice per carrozzeria) in cui l’artista immerge antichissimi vasi neolitici in latte di vernice per carrozzeria annullandone il valore storico e culturale, e trasformandole al contempo in opere contemporanee.

10a. Study of Perspective
Al 1995 risale la prima serie di fotografie Study of Perspective (Studio prospettico) ambientata in piazza Tienanmen a Pechino. Le quaranta fotografie – suddivise in questa sala e nella prossima – sono accomunate dal suo braccio sinistro sollevato con il dito medio alzato, davanti a monumenti mondiali altamente simbolici come la Casa bianca, la Gioconda, la Tour Eiffel, gli skyline di Hong-Kong e New York, piazza San Marco, il Colosseo o la Sagrada Família. Con il gesto profanatorio Ai Weiwei vuole attirare l’attenzione dell’osservatore affinché metta in discussione il proprio atteggiamento nei confronti di governi, istituzioni e persino della cultura. In occasione di questa mostra l’artista ha realizzato una nuova immagine della serie Study of Perspective, in cui il dito medio è sollevato contro Palazzo Strozzi. Collegata alla serie è la carta da parati Finger (Dito) in cui viene reiterata ossessivamente la provocazione.

10b. Blossom and Grass
Con le mattonelle in porcellana Blossom (Sbocciato) l’artista richiama, attraverso l’uso della tecnica artistica cinese per eccellenza, la campagna detta dei “Cento fiori”, che nel 1956 ha rappresentato un breve momento di apertura da parte del governo nei confronti della libertà di espressione. Come molte produzioni di Ai Weiwei ha richiesto il lavoro di numerose maestranze, al pari di Iron Grass (Erba d’acciaio), formata da ciuffi di erba in ghisa. La parola cinese per erba, cao, è anche un’imprecazione, e viene usata in Cina su Internet per eludere la censura. Questa installazione è altresì associata a Caochangdi, il distretto artistico nella zona nord-est di Pechino dove Ai Weiwei ha il suo studio.

11. Mythologies
La sala è dedicata a figure della cultura cinese. Le creature di seta e bambù sono ispirate a Shanhaijing (Il classico dei monti e dei mari), testo di geografia fantastica antico di oltre duemila anni, che Ai Weiwei non ha potuto leggere da bambino poiché vietato al pari di altri libri. Per fabbricare le figure l’artista si è ispirato ai disegni e agli aquiloni che creava da piccolo e ha coinvolto artigiani specializzati. Taifeng è il grande vento, che ha apparenza umana e coda di tigre, Feiyu il pesce volante, Huantouguo l’uomo-uccello. Anche la serie Zodiac Heads (Teste dello Zodiaco), formata da dodici teste in bronzo degli animali dell’astrologia cinese, riconduce alla cultura ancestrale di Ai Weiwei. L’artista ha voluto esporre Monkey (Scimmia) per ricordare che il 2016 è l’anno della Scimmia, segno instabile per eccellenza. Le figure, in origine parte di un orologio ad acqua concepito da gesuiti europei nel ’700 per il Palazzo d’Estate, furono trasferite poi nello Yuangminyuan, il Giardino della luminosità perfetta di Pechino. Saccheggiate da truppe francesi e britanniche nel 1860 durante la seconda guerra dell’oppio, sono state in parte ritrovate e riportate in Cina. Con quest’opera Ai Weiwei riflette sul passato coloniale, sulle distruzioni della modernità, su furti, restituzioni e valore delle opere d’arte.

12. Shanghai
Nel 2008 Ai Weiwei viene invitato dalle autorità di Shanghai a costruire uno studio a Malu Town. Quando lo studio è ultimato, nell’ottobre 2010, lo stesso governo municipale, a causa dell’attività politica, dichiara che è stato costruito senza i necessari permessi e stabilisce che venga demolito. Ai Weiwei invita così molte persone via Internet a partecipare a una festa il 7 novembre 2010, per celebrare contemporaneamente l’ultimazione dello studio e la sua demolizione. Per impedirgli di essere presente al party viene messo agli arresti domiciliari a Pechino: gli ottocento ospiti mangiano granchi di fiume, in cinese he xie, dal suono simile alla parola che indica “armonia”, slogan del governo, ma che ha anche assunto il significato di “censura”. Per questa mostra Ai Weiwei ha accatastato millecinquecento granchi in porcellana, ricordando che in Cina questi crostacei hanno una lunga tradizione iconografica L’11 gennaio 2011 lo studio viene raso al suolo senza preavviso. Le autorità cercano di impedirgli l’accesso durante la demolizione, ma l’artista riesce a salvare parti dell’edificio, che utilizza per creare Souvenir from Shanghai (Souvenir da Shanghai) cemento e macerie di mattoni posti a incorniciare il telaio di un letto della dinastia Qing.

STROZZINA

Strozzina

13. New York
Attratto dall’Occidente, nel febbraio 1981, a ventiquattro anni e con trenta dollari in tasca, Ai Weiwei si trasferisce negli Stati Uniti, prima per studiare inglese a Philadelphia e Berkeley, e poi a New York, dove entra alla Parsons New School for Design, al Greenwich Village. L’abbandona ben presto, spinto da quell’insofferenza verso le istituzioni che caratterizza la sua personalità. Frequenta musei e gallerie ed è influenzato da Marcel Duchamp, Andy Warhol e Jasper Johns. Gli oggetti esposti rinviano ai ready-made di Duchamp, il dipinto alle Cinque bottiglie di Coca Cola di Andy Warhol. Datano al periodo americano migliaia di fotografie in bianco e nero, quasi un blog ante litteram, con cui l’artista ha documentato i momenti di questa vita bohémien. Il suo appartamento diventa punto di incontro per gli artisti cinesi, per lo più dissidenti, che vivono negli USA, e Ai Weiwei rappresenta un collegamento tra intellettuali dei due mondi. Per mantenersi fa i lavori più svariati: contribuiscono al suo sostentamento i ritratti che esegue a Times Square e diviene leggendaria la sua abilità nel gioco del blackjack.

14. Disturbing the Peace
Il 12 agosto 2009, alla vigilia del processo a Chengdu contro l’attivista Tan Zuoren, processato per la sua attività legata all’inchiesta sulla morte di migliaia di scolari nel terremoto del Sichuan, Ai Weiwei, venuto da Pechino a deporre in suo favore, viene trattenuto dalla polizia nella sua camera d’albergo, interrogato e picchiato. Inoltre non gli viene consentito di lasciare l’albergo per recarsi in tribunale a testimoniare. Tutti questi momenti, filmati o registrati dall’artista, sono stati riuniti nel documentario Lao Ma Ti Hua (Disturbare la pace). In settembre, mentre si trova a Monaco di Baviera per allestire alla Haus der Kunst la mostra So Sorry, deve essere operato d’urgenza per emorragia celebrale, causata probabilmente dai colpi ricevuti dalla polizia a Chengdu.

15. 258 Fake
L’uso dei nuovi media è uno dei principali tratti distintivi dell’opera di Ai Weiwei e Internet è il suo maggior mezzo di espressione. È nel 2005 che Ai Weiwei si apre a questa nuova forma di comunicazione quando inizia a tenere un blog. 258 Fake riunisce su 12 monitor 7677 fotografie scattate fra il 2003 e il 2011 a documentare – quasi ossessivamente – vita quotidiana e produzione artistica. Il titolo si riferisce allo studio di Pechino di Ai Weiwei, FAKE Design, al numero 258 di Caochangdi. La video-installazione riunisce immagini pubblicate sul suo blog. L’opera attesta anche il proliferare delle immagini nell’età dei media digitali.

16. Beijing East Village
Al ritorno in Cina nel 1993 Ai Weiwei trova una situazione mutata in seguito ai fatti del 1989 e alle stragi di piazza Tienanmen: alla liberalizzazione, anche in campo culturale, guidata da Deng Xiaoping del decennio 1979-1989, è seguita infatti la repressione della libertà. Gli artisti si riuniscono in modo semiclandestino e Ai Weiwei è uno dei fondatori dell’East Village nella periferia di Pechino, una comunità ispirata a quella di Manhattan cui aderiscono fotografi, musicisti, performer. Le immagini ne attestano l’attività. Crystal Cube (Cubo di cristallo) appartiene alla serie con cui Ai Weiwei – traendo ispirazione dalla scultura minimalista degli anni sessanta – ripropone un cubo utilizzando i materiali della tradizione cinese: tè, ceramica, marmo, ebano. Crystal Cube, del peso di oltre due tonnellate, è stata la riproduzione più complessa realizzata finora.

17. Leg Gun
Nel giugno del 2014 Ai Weiwei ha postato su Instagram una fotografia, in pantaloncini corti e calzini neri, in cui imbraccia la gamba come se si trattasse di una pistola. Ha accompagnato l’immagine con le parole “Beijing Anti-Terrorism Series”. Il gesto è diventato virale ed è stato ripreso da migliaia di follower in chiave politica, ironica o artistica. L’opera comunica lo stile tipico della protesta online in Cina, in cui il dissenso è espresso in modo indiretto e sotteso.

18. Surveillance
Photographs of Surveillance (Fotografie di sorveglianza) riunisce una serie di fotografie pubblicate sul numero 43 della rivista FOAM “Freedom of Expression under Surveillance”, realizzato da Ai Weiwei in qualità di “guest editor”. Le fotografie sono state scattate negli anni dall’artista per documentare la propria vita. Le immagini mostrano la stretta vigilanza a cui Ai Weiwei è stato sottoposto dalle autorità cinesi, ma illustrano anche un punto di vista ribaltato, testimoniando la volontà dell’artista di tenere d’occhio quelli che lo sorvegliano. Tema ricorrente nella sua opera è la reinterpretazione, ispirata a Duchamp, di semplici oggetti di uso quotidiano che – tradotti in materiali pregiati quali marmo e cristallo – diventano simboli e icone. Al controllo dei cittadini da parte della politica allude Taxi Window Cranck, una maniglia di finestrino dei taxi di Pechino, analoga a quelle rimosse per impedire ai manifestanti di lanciare volantini dalle auto. Il video Discard the old path of closed doors and rigidity and reject evil attempts to change the Party’s banner (Abbandonare la vecchia politica delle porte chiuse e della rigidità e respingere i funesti tentativi di cambiare la bandiera del partito) ripercorre la vicenda. Mask (Maschera), altra opera ispirata ai problemi della Cina di oggi, è una maschera antigas appoggiata su una lastra tombale, scolpite in un unico blocco di marmo, per sottolineare il fortissimo inquinamento prodotto dalla rapida industrializzazione cinese. Tyre (Pneumatico) è invece parte della più recente ricerca di Ai Weiwei e richiama i salvagente – anche di fortuna – abbandonati sulle spiagge di Lesbo.

19. The Fake Case
Il film, del regista danese Andreas Johnsen, documenta la battaglia di Ai Weiwei contro il governo cinese. Segregato dalla polizia per oltre due mesi, viene rilasciato nel giugno 2011, accusato di frode fiscale commessa dal suo studio FAKE Design e multato per una cifra milionaria in dollari. Simpatizzanti organizzano una sottoscrizione popolare per raccogliere i soldi necessari per pagare la sanzione. Gli viene anche ritirato il passaporto, impedito di lasciare Pechino, proibito di pubblicare articoli su Internet e di parlare con la stampa. Il titolo del film allude al nome dello studio, ma anche a Fake nel senso di finzione, per sottolineare che si tratta di una montatura del governo relativa a un reato che non esiste. Il docu-film racconta altresì la creazione di S.A.C.R.E.D., opera – presentata in anteprima alla Biennale di Venezia del 2013 – che riproduce la prigionia di Ai Weiwei attraverso grandi diorami.

20. Selfie
Nel 2005 Ai Weiwei si apre a una nuova forma di espressione: su richiesta del portale cinese SINA inizia a tenere un blog su Internet e lo correda di fotografie per documentare attività artistica e vita personale, utilizzando la piattaforma per esprimere le sue idee sull’arte, l’architettura, la politica e la cultura. La sua denuncia contro il governo assume toni sempre più espliciti e duri a seguito del terribile terremoto del 2008. Nel maggio 2009 pubblica un elenco di nomi di bambini morti nel sisma, ma il blog – che raggiunge centomila contatti il giorno – è oscurato dal governo cinese. Passa dunque a Twitter e nei quattro anni successivi pubblica oltre centomila tweet, raggiungendo centinaia di migliaia di follower. I suoi interventi sui social media (dal 2009 è anche attivissimo su Instagram) col tempo assumono la valenza di una nuova forma d’arte. Ha affermato infatti: «Penso che l’arte non avrà nessun tipo di futuro se non riuscirà ad adattarsi alla tecnologia e alla vita di oggi».

Dieci cose da sapere su Ai Weiwei

Artista concettuale, performer, pittore, fotografo, documentarista, regista, architetto, urbanista, designer, paroliere, blogger, scrittore, editore, dissidente politico, attivista in lotta per i diritti umani. Ecco le dieci cose da sapere sull’artista presto in mostra a Palazzo Strozzi.

1. Suo padre era un poeta
Ai Weiwei nasce nel 1957 a Pechino da una famiglia di intellettuali. I suoi genitori, Ai Qing (1910-1996) e Gao Ying (1933), sono entrambi letterati. Il padre Ai Qing è uno dei maggiori poeti cinesi del secolo scorso, diverse volte candidato al premio Nobel.

width=I genitori di Ai Weiwei Ai Qing e Gao Ying.

 

2. È cresciuto in esilio
Alla fine degli anni cinquanta Ai Qing e la famiglia vengono inviati in un campo di rieducazione militare a Shihezi, nella provincia dello Xinjiang nel nord-ovest della Cina. In seguito sono spostati in un villaggio ancora più isolato e vivono per anni nel deserto del Gobi. Ai Qing è condannato ai lavori forzati: per umiliarlo gli viene affidato l’incarico di pulire le latrine del paese. Nel 1976 Ai Qing viene riabilitato e torna a Pechino con la famiglia.

width=Ai Weiwei a due anni, 1959.

 

3. Il rapporto, anche conflittuale, con la tradizione cinese è fondamentale per il suo linguaggio
Un esempio di tale rapporto è l’Han Dynasty Urn with Coca Cola Logo del 1994, un recipiente della dinastia Han cui l’artista aggiunge, dipingendolo a mano, il logo della bevanda, per sottolineare il problematico rapporto tra memoria storica e consumismo nella nuova economia capitalistica cinese. Altra declinazione del suo rapporto con l’arte antica cinese è Dropping a Han Dynasty Urn (Distruzione di un’urna della dinastia Han; 1995), controversa e famosissima performance che lo vede far cadere un’urna funeraria della dinastia Han antica di oltre duemila anni, fissata da tre iconici scatti fotografici in bianco e nero.

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Han Dynasty Urn with Coca Cola Logo
, 1995

width=Dropping a Han Dynasty Urn, 1995. Courtesy of Ai Weiwei Studio.

 

4. Ha vissuto negli Stati Uniti
Nel febbraio 1981, a ventiquattro anni e con trenta dollari in tasca, Ai Weiwei si trasferisce negli Stati Uniti per studiare inglese a Filadelfia e Berkeley. L’anno successivo si sposta a New York, dove entra alla Parsons New School for Design e studia tra l’altro con Sean Scully, ma lascia dopo sei mesi. Frequenta musei e gallerie ed è influenzato da Marcel Duchamp, Andy Warhol e Jasper Johns. È questa la sua vera formazione. Per mantenersi svolge i più svariati lavori e cambia una decina di case nel Queens, a Brooklyn e poi nel Lower East Side a Manhattan. Il suo appartamento diventa punto di incontro per gli artisti cinesi, perlopiù in fuga dal regime, e Ai Weiwei rappresenta un collegamento tra intellettuali dei due paesi. Nel 1993, alla notizia di una grave malattia del padre, Ai Weiwei torna in Cina.

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A sinistra: Ai Weiwei davanti a To Be Looked at (from the Other Side of the Glass) with One Eye, Close to, for Almost an Hour, di Marcel Duchamp, al Museum of Modern Art di New York. New York Photographs, 1983-1993 (1987).
A destra: Ai Weiwei nel suo appartamento sulla East Third Street a New York, 1984.

 

5. Un attivista in lotta per i diritti umani
In Ai Weiwei pensiero artistico e attività politica sono indissolubilmente legati. Artista dissidente, in aperto contrasto col governo cinese, è noto per il suo impegno sociale a favore della libertà di espressione e dei diritti umani. Attualmente è all’attenzione dei media di tutto il mondo per la sua protesta politica a favore dei rifugiati. A fine gennaio 2016 chiude anticipatamente la mostra Ruptures alla Fondazione Jens Faurschou di Copenaghen per protesta contro la decisione del governo danese di confiscare i beni ai rifugiati e richiedenti asilo. Qualche giorno dopo viene ritratto dal fotografo Rohit Chawla in una posa che richiama la sconvolgente immagine di Alan Kurdi, diventato il simbolo della crisi dei rifugiati siriani. In occasione dalla mostra Ai Weiwei. Libero ventidue grandi gommoni di salvataggio saranno ancorati alle finestre di Palazzo Strozzi. Con questa installazione intitolata Reframe (Nuova cornice) Ai Weiwei vuole attirare l’attenzione sulla crisi umanitaria e di valori che sta scuotendo le fondamenta dell’Europa.

width=A sinistra in alto: Ai Weiwei è ritratto dal fotografo Rohit Chawla in una posa che richiama l’immagine di Alan Kurdi.
A sinistra in basso: il post su Instagram di Ai Weiwei che annuncia la chiusura anticipata della mostra Ruptures alla Fondazione Jens Faurschou di Copenaghen.
A destra: Reframe, rendering del progetto per la facciata di Palazzo Strozzi.

 

6. Reinventa l’antico
Nel lavoro di Ai Weiwei si trovano molto spesso riferimenti alle tecniche artistiche e artigianali cinesi passate e presenti. Riallacciandosi alla tradizione, l’artista crea oggetti in porcellana realizzati artigianalmente a Jingdezhen, storica capitale di questa produzione. Nel 2010 Ai Weiwei realizza la gigantesca installazione Sunflower Seeds (Semi di girasole) per la Tate Modern a Londra. Mobilita 1600 artigiani, che modellano, dipingono a mano e cuociono cento milioni di semi di girasole in porcellana. Tra le opere legate al passato rientra anche Map of China (Mappa della Cina; 2003), scultura-puzzle formata da legni di tipo tieli, il pregiato “legno ferro”, recuperati dai templi della dinastia Qing (1644-1911) distrutti dal governo cinese per essere sostituiti da moderne costruzioni.

width=A sinistra: Ai Weiwei con l’installazione Sunflower Seeds alla Tate Modern di Londra, 2010.
A destra: Map of China, 2013. Courtesy of Ai Weiwei Studio.

 

7. È anche un architetto
Pur non avendo mai frequentato corsi di architettura, nel 1999 Ai Weiwei progetta la propria casa-studio, l’ormai iconico numero 258 nel villaggio di Caochangdi, quartiere artistico a nord-est di Pechino, costruendola in soli sessanta giorni seguendo metodi tradizionali e utilizzando materiali locali. Nel 2002 Ai Weiwei accetta l’invito degli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron di collaborare quale consulente artistico al progetto per lo stadio di Pechino destinato ai Giochi olimpici. Il grandioso Nido di uccello (The Bird’s Nest), è il simbolo delle Olimpiadi del 2008, e il risultato più “ufficiale” in questo settore e di tutta la carriera di Ai Weiwei.

width=A sinistra: la costruzione della casa-studio di Ai Weiwei al numero 258 nel villaggio di Caochangdi.
A destra: la costruzione e l’inaugurazione del Nido di uccello, simbolo delle Olimpiadi del 2008 a Pechino.

 

8. È stato in prigione
L’evento che incide più profondamente sulla vita di Ai Weiwei risale al 3 aprile 2011, quando viene arrestato all’aeroporto internazionale di Pechino a causa della sua attività di opposizione al governo. Ai Weiwei viene detenuto illegalmente per 81 giorni in un luogo segreto, sorvegliato senza interruzione da due guardie. Al momento del rilascio è accusato di evasione fiscale, gli viene ritirato il passaporto, impedito di lasciare Pechino per un anno, proibito di pubblicare articoli su Internet e di parlare con la stampa, mentre le sue opere sono allontanate dai musei e il suo nome cancellato dai motori di ricerca e da Sina Weibo, il canale social più popolare in Cina. L’artista viene segregato in casa propria, con agenti di polizia che piantonano la zona e una ventina di telecamere di sorveglianza collocate sui pali della luce. Il 22 luglio 2015 all’artista viene ridato il passaporto. È libero di raggiungere la Germania, dove risiedono la compagna e il figlio Ai Lao.

width=A sinistra: telecamere di sorveglianza davanti allo studio di Ai Weiwei.
A destra: Ai Weiwei con il passaporto che gli è stato restituito dal governo cinese nel 2015.

 

9. È estremamente attivo sui social media
L’uso dei nuovi media è da più di dieci anni uno dei maggiori tratti distintivi dell’opera di Ai Weiwei. Nel 2005 su richiesta del portale cinese SINA, Ai Weiwei inizia a tenere un blog corredandolo di fotografie sulla sua attività artistica e vita personale. Nel maggio 2009, in seguito al terremoto che il 12 maggio 2008 provoca nel Sichuan circa settantamila vittime, Ai Weiwei pubblica l’elenco di migliaia di bambini e ragazzi morti nel crollo di una ventina di scuole, collassate a causa dei materiali scadenti utilizzati nella costruzione degli edifici. Il blog, che raggiunge centinaia di migliaia di contatti il giorno, è oscurato dal governo cinese. Durante i suoi arresti domiciliari, dal 2011 al 2015, Ai Weiwei ha trovato nei social media una nuova possibilità di esprimersi. Dal suo studio ha iniziato a creare e a condividere video, film documentari, meme ironici, foto e registrazioni audio. Con il suo uso creativo e allo stesso tempo compulsivo di Twitter e Instagram, Ai Weiwei ha completamente sfruttato la forza di Internet come strumento di espressione pubblica.

10. È un “uomo del Rinascimento”
Attraverso le sue azioni e le sue opere Ai Weiwei dimostra costantemente di vedere il mondo in una luce diversa e di essere pronto a restituirci la sua visione dell’arte rivolta alla ricerca del significato più profondo dell’essere umano. Anche per questo è stato definito un moderno “uomo del Rinascimento”: un uomo che, attraversando generi artistici diversi, – dall’architettura al cinema, dalla fotografia alla poesia, dalla scultura alla pittura – può trasformare un manufatto artigianale in arte, un oggetto inerte come un tondino di ferro o un gommone nel grido lacerante dell’umanità. Ai Weiwei non è semplicemente una delle tante star del sistema dell’arte contemporaneo, e non è nemmeno soltanto un attivista rivolto ai problemi della modernità, ma è piuttosto un libero pensatore che dimostra di voler dare all’arte un importantissimo ruolo sociale e politico, nel senso più nobile del termine.

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In occasione della mostra che inaugurerà a settembre, Palazzo Strozzi ha creato all’interno del proprio sito la Ai Weiwei Story: un racconto della vita dell’artista tramite immagini e video, che ripercorre i momenti più importanti della sua storia artistica e personale.

 

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Ultimi giorni “Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”

Restano ancora pochi giorni per visitare a Palazzo Strozzi  Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, un viaggio nell’arte nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

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Visitabile fino a domenica 24 luglio, la mostra ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, permettendo un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Attraverso dipinti, sculture, incisioni e fotografie provenienti dalle collezioni Guggenheim di New York e Venezia, nonché da alcuni musei e collezioni private, la mostra costituisce una testimonianza straordinaria dell’attività collezionistica di Peggy e Solomon R. Guggenheim nonché un’occasione unica per ammirare i capolavori che hanno definito il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.

Tra le opere esposte ci sono la monumentale tela di Kandinsky Curva dominante (1936), che Peggy vendette durante la guerra (una delle “sette tragedie della sua vita di collezionista”); Il bacio (1927) di Max Ernst, manifesto dell’arte surrealista e immagine copertina della mostra alla Strozzina nel 1949; lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon, opera raramente esposta fuori da Venezia e che Peggy Guggenheim teneva appesa nella propria camera da letto; grandi capolavori dell’Espressionismo astratto americano come Risplendente (1958) di Sam Francis e della pittura Color-Field e Post Painterly Abstraction come Miscuglio di grigio (1968-1969) di Frank Stella; la grandiosa opera Preparativi (1968) di Roy Lichtenstein, in cui l’artista pop, attraverso il tipico stile che rimanda al fumetto, propone una denuncia della guerra in Vietnam.

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Una mostra che vi lascerà lo stupore negli occhi!
Per non perdervi queste meraviglie, l’orario della mostra è tutti i giorni inclusi i festivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00, ed il giovedì dalle ore 10.00 alle ore 23.00. Se invece volete evitare qualsiasi coda ed entrare direttamente in mostra, al link troverete la procedura per l’acquisto online del biglietto.

Buona mostra a tutti!

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”: il percorso espositivo

La mostra a Palazzo Strozzi Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim (fino al 24 luglio 2016) mette in scena un inedito confronto tra le collezioni di Solomon e Peggy Guggenheim, zio e nipote, confermandoli quali figure fondamentali della storia dell’arte del XX secolo, in un percorso che si snoda tra i maggiori rappresentanti della cultura del Novecento. Un’occasione unica per ammirare e confrontare capolavori di movimenti che hanno definito il concetto di arte moderna, presentando insieme le vicende della vita di Peggy e di Solomon e dei musei Guggenheim da loro fondati. 

Oggi, vi conduciamo alla scoperta del percorso espositivo che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

 

I Guggenheim e le loro Collezioni

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I due grandi collezionisti Guggenheim sono presentati in questa sala attraverso i loro spazi newyorkesi. A sinistra troviamo una foto dell’interno di Art of This Century, il museo-galleria inaugurato da Peggy nel 1942. Questo spazio innovativo, progettato dall’architetto Frederick Kiesler, divenne fulcro degli scambi tra artisti europei emigrati e la nuova avanguardia americana. A destra abbiamo una foto del Museo Solomon R. Guggenheim, opera di Frank Lloyd Wright, aperto al pubblico nel 1959 e destinato a diventare un’icona cittadina e internazionale. Le opere qui esposte rappresentano le origini delle due collezioni: astratta, priva di riferimenti figurativi quella di Solomon, creata a partire dal 1929 insieme all’artista e consigliera Hilla Rebay; straordinaria collezione delle varie correnti d’avanguardia quella di Peggy, raccolta a partire dagli anni ’30 ed emblematica della sua «imparzialità fra surrealisti e astrattisti».

 

Europa-America. Il Surrealismo e la nascita delle nuove avanguardie

width=Allo scoppio della Seconda guerra mondiale molti surrealisti europei emigrarono negli Stati Uniti dove, grazie anche a Peggy Guggenheim, influenzarono i giovani artisti che dettero vita alle avanguardie americane del secondo dopoguerra. Le opere di questa sezione illustrano la passione di Peggy per il Surrealismo e per il lavoro del grande amico e consigliere Marcel Duchamp. Tra i surrealisti esistono affinità ma non uno stile univoco: Peggy li amò e collezionò nelle loro diverse espressioni. Le opere di Gorky, Baziotes, Gottlieb e Still (alcuni dei quali ebbero le loro personali presso la galleria newyorkese di Peggy) mostrano la contaminazione delle esperienze dell’avanguardia tra i due continenti che porterà all’Espressionismo astratto, fenomeno di punta nel clima di affermazione della pittura non figurativa americana tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50.

 

Jackson Pollock

width=Jackson Pollock, il rappresentante più emblematico dell’Action Painting, grazie soprattutto al sostegno di Peggy Guggenheim, diviene in pochi anni uno dei maggiori artisti americani, quasi un mito, come sancì un articolo su “Life” del 1949.
Pollock, che aveva lavorato come factotum nel museo di Solomon, ottenne nel 1943 da Peggy un contratto che gli permise di dedicarsi pienamente alla carriera artistica. La straordinaria raccolta di opere qui esposte ricostruisce il percorso cronologico dal 1942 al 1951, dagli esordi in cui si avverte l’influenza di Picasso e del Surrealismo (La donna luna, 1942, e Due, 1943-1945), alle opere realizzate con la tecnica del dripping, che consiste nel far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale. In questa fase matura Pollock si ispirò anche a gesti rituali e coreografici memori dei riti magico-propiziatori praticati dai Nativi americani (Foresta incantata, 1947, Senza titolo [Argento verde], 1949 circa, Numero 18, 1950).
Questi lavori si presentano come un intreccio vitale di linee e macchie colorate che supera i confini della tela e con un’apparente assenza di organizzazione razionale. La sua opera rivoluzionerà l’arte del secondo dopoguerra, diffondendosi celermente anche grazie a Peggy, che continuò a promuoverlo con mostre in Europa (1948 e 1950) e donazioni a musei internazionali, alcune eccezionalmente qui riunite.

 

L’Espressionismo astratto

width=Willem de Kooning è una delle figure più rappresentative dell’Espressionismo astratto. Di origini olandesi, personalità inquieta e ribelle, precorse i principali linguaggi della pittura moderna scoprendo la forza del segno e creò composizioni che si configurano quali somma di colore, materia e gesto. Il movimento si coagulò attorno alla protesta di diciotto artisti che – esclusi da una mostra sulla pittura contemporanea americana del Metropolitan Museum of Art – farà guadagnare al gruppo l’appellativo di “Irascibili”. Accanto alle loro opere sono esposte quelle della cosiddetta “Astrazione postpittorica” di Sam Francis, quelle di Joan Mitchell e di Hans Hofmann, che sviluppò un’autonoma tendenza astratta e che influenzerà le future generazioni grazie alla sua dedizione per l’insegnamento.

 

L’Europa del dopoguerra

width=Se nel corso degli anni ’40 negli Stati Uniti si procede verso la maturazione di un nuova tendenza astratta, in Europa due grandi maestri sperimentano e precorrono le nuove forme di astrazione: l’italiano Lucio Fontana già negli anni ’30, e il francese Jean Dubuffet negli anni ’40. Nell’immediato dopoguerra l’Europa è un laboratorio ricchissimo: emblematico di questa vitalità è il movimento denominato Informel o Art autre, dove la materia acquista un nuovo significato, come avviene con le plastiche di Burri, i buchi di Fontana, la gestualità di autori stimati da Peggy dopo il suo arrivo a Venezia, come Vedova, Consagra, Mirko, e la ricerca di Dubuffet. Le opere di quest’ultimo qui esposte provengono dalla collezione dei coniugi Scuhlhof, che nel 2012 donarono una parte importante della propria collezione alla Fondazione Solomon R. Guggenheim.

 

Palazzo Venier dei Leoni: Peggy e Venezia

width=Le immagini di una delle case newyorkesi di Peggy Guggenheim e della sua residenza veneziana testimoniano quanto Peggy amasse circondarsi di opere e oggetti degli artisti che collezionava o di cui era amica: le scatole di Cornell, le bottiglie del primo marito Vail (che insieme alla valigia di Duchamp inaugurarono la stagione espositiva della sua galleria Art of This Century), i rayogrammi di Man Ray, la tela di Bacon che scelse per la camera da letto a Venezia e le opere di Tancredi. Quest’ultimo in particolare venne molto sostenuto da Peggy, testimoniando come la sua attività di mecenate e di collezionista proseguì anche una volta arrivata a Venezia.

 

La grande pittura americana

width=Alla rivoluzionaria stagione dell’Espressionismo astratto (a cui appartengono gli esordi di Motherwell) segue una seconda generazione che matura una successiva fase artistica non più fondata sull’enfasi esistenzialista del gesto ma sull’interrogare la pittura come farsi, con il conseguente raffreddamento della gestualità e matericità dell’opera. Questa fase è caratterizzata da due direzioni, note come Color Field e Post-Painterly Abstraction. Emblematici di queste modalità sono il colore piatto e bidimensionale, fatto anche colare, come in Morris Luis, sulla tela, e il raffreddamento geometrico di Frank Stella e Kenneth Noland. Completa la ricchezza di questo panorama maturo dell’arte americana a cavallo tra anni ’50 e ’60 la costellazione dei mobile di Alexander Calder, uno dei più grandi maestri dell’astrazione che ha modificato l’idea di scultura, organizzando forze contrastanti che mutano le loro relazioni nello spazio e la forma dell’opera stessa. Calder, artista stimato e collezionato da Peggy Guggenheim, venne celebrato con un’importante retrospettiva nei primi anni ’60 al Museo Solomon R. Guggenheim.

 

Marc Rothko

width=Peggy Guggenheim riconobbe da subito le potenzialità di Rothko, tanto da dedicargli una mostra nella sua galleria Art of This Century già nel 1945. Numerose sono le sue opere conservate al Museo Solomon R. Guggenheim, segno evidente di una attenzione all’artista anche da parte dello zio. Rothko sviluppò già agli inizi degli anni ’50 un linguaggio astratto del tutto personale. Il fascino della sua pittura consiste proprio nel misterioso processo che gli permise di semplificare la complessa visione che i suoi quadri esprimono. Il tempo si annulla nei suoi quadri e il loro lento procedere verso l’animo dello spettatore è un’infinita testimonianza della tragedia di nascere, vivere e morire. Questa forza emotiva, intensissima, che lo spettatore prova di fronte all’opera, crea una particolare esperienza contemplativa, portando a un modo soggettivo di vivere il rapporto con l’opera. Come si può osservare, la ricerca di Rothko arrivò fino alla monocromia assoluta dei neri e dei grigi, legata fatalmente alla fine della sua ricerca.

 

Gli anni sessanta. L’inizio di una nuova era

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Uno dei grandi capolavori di Dubuffet, L’istante propizio qui esposto, apre gli anni ’60. Tra le varie retrospettive che il Museo Solomon R. Guggenheim riserva a Dubuffet, quella del 1966 fu dedicata all’Hourloupe, neologismo con cui l’artista battezza le opere a base di dense linee nere e macchie di colore che influenzeranno la Street Art. L’arte europea e americana in quegli anni procedeva in una sintesi minimale e astratta rappresentata da Twombly (che usa la tecnica calligrafica dei graffiti su sfondi solidi di colore grigio, marrone o bianco, a metà tra pittura e incisione), dai tagli puri di Fontana, dall’eleganza formale ed esatta di Kelly. Questo percorso che procede dalle radici delle avanguardie di inizio secolo, negli anni ’60 viene interrotto dall’esplosione di una nuova corrente artistica, la Pop Art: del fatidico 1968 è l’opera di Lichtenstein, Preparativi, che apre la nuova era dell’arte contemporanea. E da allora nulla sarà più lo stesso.

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” in 5 capolavori

La mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, curata da Luca Massimo Barbero, permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta.
Le opere, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Oggi abbiamo selezionato 5 capolavori fra le opere imperdibili, esposte a Palazzo Strozzi fino al 24 luglio 2016.

Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden)

La vacanza in Sicilia dell’estate del 1924 fornisce a Paul Klee gli spunti per vari acquerelli, nei quali riesce a rendere il colore, la luce e l’atmosfera di una specifica area geografica, mentre delinea alcuni personaggi. Questo ritratto è una bonaria caricatura di due impeccabili signore del nord, con assurdi cappellini del tutto insufficienti a proteggerle dal forte sole mediterraneo. Il colore vivido e caldo, ora denso ora diluito, di consistenza quasi atmosferica è contenuto in contorni graficamente semplificati. La forma a cuore sul petto di Frau P. è un motivo ricorrente nell’opera di Klee, dove, a seconda de casi, rappresenta una bocca, un naso o un busto. Il motivo è considerato dall’artista il tramite tra il mondo organico e quello inorganico, poiché simbolizza forze vitali e nel contempo funge da “forma mediatrice tra il cerchio e il rettangolo”.

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Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden), 1924, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Carmelo Guadagno

 

Max Ernst, Il bacio (Le Baiser)

Dalle descrizioni ironicamente cliniche di avvenimenti del periodo dada Max Ernst passa alla celebrazione della sessualità disinibita nelle sue opere surrealiste. Il suo legame e matrimonio con la giovane Marie-Berthe Aurenche nel 1927 gli ispirano probabilmente il soggetto erotico di questo e altri dipinti di quell’anno. Le principali linee che compongono quest’opera possono essere state determinate dalle tracce di una corda lasciata cadere sulla superficie preparatoria, procedimento conforme ai concetti surrealisti sull’importanza degli effetti casuali. Ernst tuttavia usa un sistema reticolare coordinato per riportare le sue configurazioni di corda sulla tela, sottoponendo così questi effetti casuali a una manipolazione consapevole. Il gruppo centrale a forma di piramide e il gesto dell’abbraccio della figura superiore ne Il bacio, hanno suggerito paragoni con composizioni rinascimentali, e in particolar modo con la Madonna e Sant’Anna di Leonardo da Vinci (Musée National du Louvre, Parigi).

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Max Ernst, Il bacio (Le Baiser), 1927, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Max Ernst, by SIAE 2016

 

Marcel Duchamp, Scatola in una valigia
L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise

Si tratta della prima di un’edizione de luxe di valigette da viaggio (Louis Vuitton), che raccoglie sessantuno riproduzioni di opere di Duchamp. Contiene un “originale”, una dedica a Peggy Guggenheim, che sostiene economicamente Duchamp in questa sua produzione, una miniatura del famoso orinatoio rovesciato, Fontana del 1917, e una riproduzione di un “ready-made rettificato” del 1919 della Gioconda di Leonardo da Vinci, con barba e baffi e l’iscrizione “L.H.O.O.Q.”. La sequenza delle lettere pronunciate in francese formano la frase “elle a chaud au cul”, decorosamente tradotta da Duchamp come “c’è il fuoco là sotto”.

width=A sinistra Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise. A destra Marcel Duchamp, Scatola in una valigia (Boîte-en-valise), 1941, valigia di pelle contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle opere dell’artista con aggiunte a matita, acquerello e inchiostro, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Sergio Martucci © Succession Marcel Duchamp, by SIAE 2016

 

Jackson Pollock, La donna luna

Paul Jackson Pollock nasce a Cody, Wyoming, il 28 gennaio 1912. Cresciuto tra l’Arizona e la California, nel 1928 inizia gli studi di pittura alla Manual Arts High School di Los Angeles. Nell’autunno del 1930 si reca a New York, dove studia all’Art Students League con Thomas Hart Benton, che lo incoraggerà durante tutto il decennio. Nei primi anni trenta Pollock è ormai a conoscenza delle pitture murali di José Clemente Orozco e Diego Rivera. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, dove si stabilisce definitivamente nel 1934. Tra il 1935 e il 1942 lavora per il Federal Art Project della Works Progress Administration e nel 1936 partecipa al Workshop di David Alfaro Siqueiros, sempre a New York. Nel 1943 Peggy Guggenheim non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria/museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947. Fino a metà anni quaranta si ravvisa in Pollock l’influenza di Pablo Picasso e del Surrealismo. In quegli anni partecipa a diverse mostre di arte surrealista e astratta, tra cui “Natural, Insane, Surrealist Art” ad Art of This Century, nel 1943, e “Abstract and Surrealist Art in America”, allestita da Sidney Janis alla Mortimer Brandt Gallery di New York nel 1944. A metà anni quaranta Pollock dipinge, invece, orami in maniera astratta. Nel 1947 emerge lo stile che lo caratterizzerà, quello del dripping, della pittura fatta colare direttamente sulla tela o schizzata grazie a vari utensili, come mestichini, bastoncini, lame. Nell’autunno del 1945 sposa Lee Krasner e si stabilisce a Springs, East Hampton, nei pressi di New York. Nel 1950 Peggy Guggenheim organizza la sua prima personale in Europa, al Museo Correr di Venezia. Nel 1952 ha luogo la sua prima retrospettiva al Bennington College, nel Vermont, organizzata da Clement Greenberg. Partecipa a diverse collettive tra cui, a partire dal 1946, quelle annuali al Whitney Museum of American Art di New York e, nel 1950, alla Biennale di Venezia.

Nonostante sia famoso in tutto mondo e le sue opere vengano esposte in molti paesi, Pollock non viaggerà mai al di fuori degli Stati Uniti. Muore in un incidente automobilistico a Springs l’11 agosto 1956. Come altri membri della New York School Jackson Pollock risente, nei suoi primi lavori, dell’influenza di Joan Miró e Pablo Picasso e fa proprio il concetto surrealista dell’inconscio come fonte d’arte. Alla fine degli anni ’30 Pollock introduce un linguaggio figurativo basato su figure totemiche o mitiche, segni ideografici e ritualismi interpretati come referenti di esperienze rimosse e memorie culturali della psiche. La donna luna rimanda all’impianto cromatico e alla composizione di Picasso. Il soggetto della donna luna, ricorrente in diversi disegni e dipinti dei primi anni ’40, può essere stato ispirato a Pollock da fonti diverse. In questo periodo molti artisti, tra cui gli amici William Baziotes e Robert Motherwell, sono influenzati dalle immagini elusive e allucinatorie di Charles Baudelaire e dei simbolisti francesi. Nel brano “Benefizi della luna”, nello “Spleen di Parigi”, Baudelaire si rivolge al “riflesso della temibile Divinità, fatidica madrina, nutrice venefica di tutti quanti i lunatici”. È possibile che Pollock conoscesse la poesia, ma è più verosimile che fosse pervaso dall’interesse per Baudelaire e i simbolisti, intenso in quel periodo.

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Jackson Pollock, La donna luna (The Moon Woman), 1942, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society, ARS, New York, by SIAE 2016

Alexander Calder, Luna gialla
Nell’autunno 1931 Calder crea i primi oggetti cinetici, o mobile, dotati di motori elettrici. Presto si rende conto che le sculture potevano muoversi da sole. In questo caso l’opera, sensibile alle correnti d’aria, oscilla spontaneamente. Secondo Calder “un mobile è una poesia che la gioia di vivere e la sorpresa fanno danzare”. Realizzato interamente a mano dall’artista, Luna gialla evoca uno spazio lontano, con stelle e pianeti orbitanti, dove la luna gialla controbilancia il cerchio rosso, probabile simbolo di un sole caldo. È probabile che sia stato ispirato da una visione commovente, su orizzonti contrapposti, di un sole nascente e una luna piena calante, cui Calder assiste su una nave mercantile al largo del Guatemala, nel 1922.

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Alexander Calder, Luna gialla, 1966, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012. Foto di David Heald © Calder Foundation New-York, by SIAE 2016

Fonte: www.guggenheim-venice.it

Peggy Guggenheim, una vita da collezione

Fino al 24 luglio 2016 Palazzo Strozzi ospita la grande mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim che porta a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, in un percorso che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Solomon e Peggy Guggenheim.

 

Peggy Guggenheim nasce a New York il 26 agosto del 1898, da Benjamin Guggenheim e Florette Seligman. Benjamin Guggenheim (che nell’aprile del 1912 muore nell’affondamento del Titanic), contribuisce a creare, alla fine del XIX secolo, insieme al padre Meyer (di origine svizzera) e ai sette fratelli, un impero finanziario fondato sullo sfruttamento minerario, in particolare del rame. I Seligman sono invece un’importante famiglia di banchieri.

Peggy cresce a New York e nel 1921 comincia a viaggiare in Europa. Grazie a Laurence Vail (suo primo marito e padre dei due figli Sindbad e Pegeen, futura pittrice), Peggy si ritrova ben presto nel cuore della vita bohémienne parigina, insieme a parte della società americana espatriata e molti degli artisti conosciuti allora, quali Constantin Brancusi, Djuna Barnes e Marcel Duchamp, che sarebbero poi divenuti suoi amici. Nel 1938, consigliata dall’amica Peggy Waldman, Peggy apre una galleria d’arte a Londra che inaugura con una mostra di opere di Jean Cocteau, cui segue la prima personale di Vasily Kandinsky in Inghilterra. Nel 1939, stanca della galleria, Peggy decide di “aprire un museo d’arte contemporanea a Londra” con l’amico Herbert Read come direttore. Il museo dovrebbe seguire un percorso storico e la collezione dovrebbe basarsi su una lista di artisti stilata da Read e successivamente rivista da Duchamp e Nellie van Doesburg. Tra il 1939 e il 1940, Peggy è impegnata ad acquistare opere per il futuro museo, con il proposito di “comprare un quadro al giorno”. È allora che vengono acquistati alcuni dei capolavori della collezione, quali le opere di Francis Picabia, Georges Braque, Salvador Dalí e Piet Mondrian. Peggy sorprende Fernand Léger comprando il suo Uomini in città nel giorno in cui Hitler invade la Norvegia, e acquista Uccello nello spazio di Brancusi quando i tedeschi arrivano a Parigi.

width=Constantin Brancusi, Uccello nello spazio (L’Oiseau dans l’espace), 1932-1940. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald. Ora in mostra a Palazzo Strozzi.

Nel luglio del 1941 Peggy abbandona la Francia occupata dai nazisti e torna negli Stati Uniti insieme a Max Ernst che, pochi mesi più tardi, diventa il suo secondo marito (i due si separano nel 1943). Mentre continua ad acquistare opere per la sua collezione, Peggy cerca un nuovo spazio per il museo. Nell’ottobre del 1942 apre il museogalleria Art of This Century sulla 57a strada, a New York. Progettata dall’architetto austriaco Frederick Kiesler, la galleria è costituita da sale espositive estremamente originali e ben presto diviene il centro d’arte contemporanea più interessante di New York. Ricordando la serata d’apertura Peggy scrive: «Indossai un orecchino di Tanguy e uno di Calder, per dimostrare la mia imparzialità tra Surrealismo e Astrattismo». La galleria presenta la sua collezione d’arte cubista, astratta e surrealista, quella che oggi vediamo sostanzialmente esposta a Venezia. Organizza anche mostre temporanee dei più importanti artisti europei e di vari artisti americani, allora sconosciuti, quali Robert Motherwell, William Baziotes, Mark Rothko, David Hare, Richard Pousette-Dart, Robert De Niro Sr., Clyfford Still, e Jackson Pollock a cui è dedicata la prima personale nel 1943.

width=A sinistra Peggy Guggenheim con gli orecchini realizzati per lei da Alexander Calder, anni ’50 © Fondazione Solomon R. Guggenheim, foto Archivio Cameraphoto Epoche, donazione Cassa di Risparmio di Venezia, 2005. A destra Peggy Guggenheim con gli orecchini realizzati per lei da Yves Tanguy, anni ’50, Courtesy Solomon R. Guggenheim Foundation.

Pollock e gli altri artisti sono gli iniziatori dell’Espressionismo astratto americano ed è proprio ad Art of This Century che entrano in contatto con il Surrealismo, loro principale fonte d’ispirazione. Fondamentali rimangono comunque la spinta e il supporto dati da Peggy e da Howard Putzel, suo consulente nella galleria, ai membri di questa nascente avanguardia newyorkese, che rappresenterà il primo movimento artistico americano di portata internazionale.

width=La Galleria astratta di Art of This Century New York, 1942. In fondo a sinistra Vasily Kandinsky, Paesaggio con macchie rosse n. 2 (1913, Collezione Peggy Guggenheim); a destra in primo piano Jean Hélion, Equilibrio (1933, Collezione Peggy Guggenheim). Courtesy Fondazione Solomon R. Guggenheim

Nel 1947 Peggy ritorna in Europa. Nel 1948 la sua collezione viene esposta alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra. Proprio a Venezia acquista Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande, dove si trasferisce e apre la sua collezione al pubblico, cominciando nel 1949 con una mostra di sculture esposte nel giardino. Nel 1950 organizza la prima personale di Pollock in Europa, nell’Ala Napoleonica di Museo Correr, a Venezia.

La collezione viene, inoltre, esposta a Firenze e Milano, e in seguito ad Amsterdam, Bruxelles e Zurigo. Durante i trent’anni trascorsi a Venezia, Peggy continua a collezionare opere d’arte e ad appoggiare artisti come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani, conosciuto nel 1951. Nel 1962 viene nominata Cittadina Onoraria di Venezia. Nel 1969 il Museo Solomon R. Guggenheim di New York la invita ad esporre lì la propria collezione, nella sede nella celebre struttura a spirale progettata da Frank Lloyd sulla Fifth Avenue.

Peggy muore il 23 dicembre del 1979, all’età di ottantun’anni. Le sue ceneri sono sepolte in un angolo del giardino di Palazzo Venier dei Leoni, accanto al luogo in cui era solita seppellire i suoi adorati cani. Alla morte di Peggy, la Fondazione Solomon R. Guggenheim ha ampliato la sua casa, trasformandola in uno dei più affascinanti musei d’arte moderna del mondo.

width=Peggy Guggenheim sui gradini di Palazzo Venier dei Leoni in occasione della prima mostra che organizza a Venezia settembre 1949 © Fondazione Solomon R. Guggenheim, foto Archivio Cameraphoto Epoche, donazione Cassa di Risparmio di Venezia, 2005.

 

 

 

Luca Massimo Barbero: il punto di vista del curatore

1) Perché questa mostra è un evento irripetibile e unico?

Nello svolgersi e maturare della storia dell’arte relativa a quello che chiamiamo “secolo breve” – il XX secolo – alcune opere si presentano come germinali, centrali alla focalizzazione, forse alla presentazione, di quel momento così ricco, complesso, eterogeneo e originale. Molte di queste opere, che potremmo definire “cardine” della nascita delle avanguardie del Novecento, sono note al grande pubblico. Raramente si trovano però esposte una accanto all’altra in un “racconto possibile” di quella che, in questa occasione fiorentina, è il racconto delle collezioni Guggenheim e delle avanguardie europee e americane, affiancate a ritmo serrato. Questa è soprattutto un’occasione preziosa per poter vedere il grande sviluppo e la maturazione dell’arte del secondo dopoguerra che solo recentemente si sta celebrando internazionalmente e che da quelle avanguardie d’inizio secolo ha avuto origine. La possibilità di poter scoprire contemporaneamente la straordinaria Bôite-en-valise di Marcel Duchamp dedicata a Peggy Guggenheim insieme a Curva dominante di Vasily Kandinsky, capolavoro appartenente al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, Paul Klee, Giorgio de Chirico ma anche Lucio Fontana, Jean Dubuffet insieme a Robert Motherwell, Mark Rothko ed ancora Cy Twombly, fornisce, sala per sala, uno spaccato unico dell’arte dei due continenti in una fitta serie di assonanze, contrasti, stimoli e approfondimenti. Riunire insieme un così alto numero di opere cardine, emblematiche dello sviluppo artistico di quegli anni, è sicuramente raro ed è la prima volta che si costruisce un confronto continuo tra le avanguardie europee e quelle americane in un crescendo cronologico di movimenti di ricerca, che si rivelerà sorprendente e vitale per il pubblico durante tutto lo sviluppo della mostra.

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Il curatore Luca Massimo Barbero e l’opera di Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965, New York, Fondazione Solomon R. Guggenheim. Donazione, Fondazione Lucio Fontana.

 

2) Qual è l’idea nuova da cui muove la rassegna rispetto alle collezioni Guggenheim?

La mostra è costruita sulla nuova idea di esporre, sala dopo sala, in uno sviluppo appunto serrato e scientificamente filologico, un racconto che è possibile “costruire” solamente con la storia e le vicende legate alle singole opere delle collezioni Guggenheim. Così viene presentata l’unicità delle vicende della vita di collezionista e mecenate di Peggy, insieme alla storia, ancora poco nota in Italia, di Solomon e dei musei Guggenheim stessi. Viene presentato poi in modo inedito il ruolo della consulente e prima direttrice del Guggenheim a New York, la baronessa Hilla Rebay, artista e critica centrale per la ricerca, promozione e salvaguardia delle avanguardie europee legate all’astrazione, razionalismo, neoplasticismo e modernismo. Unire queste vicende in un’unica esposizione ha significato poter dare al pubblico una nuova possibile idea e interpretazione di collezioni in sviluppo, in crescita e sempre in evoluzione.

 

3) Qual è il fil rouge che accompagna il percorso espositivo?

Oltre al criterio scientifico appunto, si è costruito un percorso che suggerisce più letture, approfondimenti, dalla storia dell’arte, all’attenzione alle biografie degli artisti, sino al loro rapporto con i mecenati e collezionisti Guggenheim, i direttori del museo di New York, costruendo così una sorta di stratigrafia dove il visitatore, di volta in volta, e a seconda delle sue curiosità, può “leggere” le opere sempre in modo diverso. Sono questi racconti quasi intimi dei lavori in mostra che costituiscono il filo, la narrazione dell’intero percorso. Le opere “raccontano la loro storia” al pubblico e sono sempre storie appassionanti. Penso al rapporto di Peggy Guggenheim con Giacometti, la cui scultura apre l’esposizione, e l’amicizia che la legava a Alexander Calder, e il suo amore per scultori italiani come Pietro Consagra e Mirko che il pubblico riscoprirà insieme ai grandi nomi come Rothko, Hans Hofmann, Frank Stella o Alberto Burri. Di contro l’importanza di Solomon Guggenheim e la Rebay nei confronti di Kandinsky, di cui collezionano capolavori, costruendo una sezione del museo intorno alla sua ricerca. E ancora l’amore per il razionalismo e le avanguardie europee da parte di Rebay, con opere rare di Gabo, Van Doesburg (la cui moglie Nellie sarà amica e suggerirà a Peggy molte opere per la collezione). Il museo newyorchese poi prosegue negli anni con la missione di proporre l’arte contemporanea europea: emblematica quindi la presenza di Dubuffet, con alcuni suoi lavori fondamentali, che sottolineeranno la fortuna critica dell’autore francese molto amato dal pubblico americano. Dunque sono le “biografie”, le storie delle opere con il loro vissuto, i loro trascorsi, spesso nascosti ai più, il filo conduttore di questo racconto per immagini.

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Il curatore Luca Massimo Barbero durante l’allestimento della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

 

4) Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi di una stagione entusiasmante dell’arte del Novecento. Perché i loro nomi sono ancora tanto iconici, così presenti nel nostro immaginario?

La mostra si muove appunto presentando questi protagonisti. Collezionisti, fondatori di musei ma in primis grandi appassionati dell’arte del XX secolo intesa come il mezzo per poter costruire una nuova idea di conoscenza, di cultura visiva. Entrambi concepiscono la loro avventura come un percorso destinato al pubblico, dedicato al far conoscere meglio le avanguardie, le radici fondamentali dell’arte allora contemporanea. Solomon R. Guggenheim, con la sua straordinaria raccolta, arricchitasi nei decenni, costruisce la base di un vero compendio delle avanguardie dell’astrazione partendo principalmente dai grandi protagonisti europei. Peggy Guggenheim di contro costruisce una sorta di vita a contatto diretto con la sorgente delle avanguardie che le sono contemporanee, tanto da esserne parte e, in alcuni casi, motivarle, renderle possibili, crescerle e promuoverle. Un altro punto che caratterizza la focalizzazione dell’immaginario collettivo è sicuramente la forza e l’impatto che l’edificio del Guggenheim di New York ha avuto e continua ad avere. Creato per Solomon da Frank Loyd Wright il museo si è subito connotato per la sua originalità e unicità divenendo attraverso gli anni un punto centrale del paesaggio newyorchese e immediatamente internazionale, sintomatico di avanguardia, modernità, curiosità. Come controcanto Peggy rappresenta per infinite generazioni, sino alle più recenti, l’ideale di mecenate contemporaneo giunta a una insolita perfezione di quello che identifichiamo il rapporto “arte e vita”, riuscendo in modo unico a percorrere, vivere e raccogliere le più entusiasmanti esperienze artistiche del suo tempo. La sua casa veneziana è anch’essa un punto di riferimento imprescindibile nel panorama che i visitatori della Serenissima percorrono. I Guggenheim hanno creato un punto eccellente di incontro tra l’approfondimento, la conservazione e valorizzazione delle opere e l’immagine tutt’oggi attiva delle loro passioni, della volontà di poter esporre al pubblico una possibile idea delle avanguardie e dell’arte contemporanea di cui oggi possiamo ritenerli rappresentativi.

 

5) Venezia, Firenze, New York. E non solo. Che viaggio artistico suggerisce questa mostra?

La mostra è costruita come un viaggio, una sorta di andata e ritorno intorno alle opere, alle biografie e alle storie delle collezioni. Il pubblico viene accolto dai maestri che operano tra le due guerre, da De Chirico che appunto dipinge nella “sua” Ferrara, a Kandinsky e Klee che raccontano delle avanguardie russe tedesche e poi francesi sino a Gabo che già nel 1946 si trasferì negli Stati Uniti. Così di questo viaggiare delle opere d’arte e dei mecenati Guggenheim è emblematica appunto la Bôite-en-valise di Duchamp dove l’artista decide di “riunire” tutte le opere eseguite sino ad allora (siamo agli inizi della seconda guerra mondiale) per rendere trasportabile la loro storia. Peggy lasciando l’Europa, più che simbolicamente, con la sua collezione, riunendo e rendendo possibile la fuga dall’orrore del conflitto di molti artisti e intellettuali europei, “traghetta” le avanguardie del Vecchio continente nel Nuovo formando nuove generazioni. Ritornata in Europa immediatamente dopo la fine della guerra con la sua collezione crea terreno nuovo e vitale per le generazioni di artisti. È così che nel 1949, in occasione della mostra organizzata alla Strozzina, Firenze diviene punto centrale dell’esposizione di questa collezione che letteralmente presenta al pubblico un “mondo nuovo”, rivoluzionando i costumi, gli stili e le scuole che sino ad allora costituivano il panorama italiano, Ancora una volta un viaggio nella storia dell’arte del XX secolo.

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Il curatore Luca Massimo Barbero e l’opera di Alexander Calder, Gong rossi gialli e blu (Triplice gong), 1951, Venezia, Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale di Arte Moderna, Cà Pesaro.

Luca Massimo Barbero, curatore della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

Il 2016 di Palazzo Strozzi: un anno di mostre

Il nostro 2016 si apre con l’ultimo periodo di apertura della mostra Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontanafino al 24 gennaio, dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani e internazionali. Bellezza divina raccoglie in sette sezioni quasi un secolo di arte sacra moderna, guardando ad essa come genere artistico ma anche come momento d’incontro e, talvolta di conflitto, tra artista e sentimento del sacro. A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani.

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Due, invece, le novità per la primavera. Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016, mostra che ricostruirà rapporti e relazioni tra arte europea ed americana, tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, nel segno delle figure di due grandi collezionisti americani: Peggy e Solomon R. Guggenheim. Il percorso espositivo affascinerà il pubblico con oltre cento capolavori spaziando dalle opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei tra cui Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme ai grandi dipinti e alle sculture delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Marc Rothko, Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly. Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York.

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La seconda anteprima è squisitamente contemporanea. Dal 22 aprile al 19 giugno gli spazi della Strozzina di Palazzo Strozzi ospiteranno una personale dedicata ad uno dei più originali ed attuali artisti cinesi: Liu Xiaodong. Tra pittura, disegno e fotografia, l’artista racconta i luoghi osservati e vissuti durante il periodo di residenza in Toscana, tra l’autunno 2015 e la primavera 2016, attraverso il contatto diretto con il paesaggio, gli abitanti e soprattutto con le comunità cinesi locali. Grazie al suo stile personale ed in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo, la mostra diverrà un’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli ma anche sul rapporto tra ambiente geografico ed ambiente culturale.

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In autunno, Palazzo Strozzi rilancia la propria missione sul contemporaneo con una grande mostra evento dedicata al celebre maestro internazionale dell’arte contemporanea: Ai Weiwei.

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La mostra si terrà a Palazzo Strozzi dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, testimonierà la forza e la vivacità della riflessione artistica dell’artista, posta in dialogo con la storia e l’architettura rinascimentale del palazzo. Ai Weiwei produrrà inoltre una serie di installazioni per Palazzo Strozzi, utilizzato per la prima volta come uno spazio espositivo unitario, unendo Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

Esposizione che vi introduciamo attraverso le parole di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi:

Da quasi un anno sto lavorando per portare a Palazzo Strozzi la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, uno delle più iconiche ed influenti personalità del nostro tempo. Il lavoro di Ai Weiwei, tra attivismo politico, autobiografia e ricerca formale, ci parla di temi importanti in modo potente e diretto, utilizzando strumenti e linguaggi artistici a cavallo tra Oriente ed Occidente. Ospitare una simile retrospettiva qui a Firenze significa pensare alla città come ad una moderna capitale culturale, non soltanto legata alle vestigia del proprio passato ma finalmente in grado di partecipare in modo attivo all’avanguardia artistica del nostro tempo”.