Ultimi giorni “Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”

Restano ancora pochi giorni per visitare a Palazzo Strozzi  Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, un viaggio nell’arte nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

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Visitabile fino a domenica 24 luglio, la mostra ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, permettendo un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Attraverso dipinti, sculture, incisioni e fotografie provenienti dalle collezioni Guggenheim di New York e Venezia, nonché da alcuni musei e collezioni private, la mostra costituisce una testimonianza straordinaria dell’attività collezionistica di Peggy e Solomon R. Guggenheim nonché un’occasione unica per ammirare i capolavori che hanno definito il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.

Tra le opere esposte ci sono la monumentale tela di Kandinsky Curva dominante (1936), che Peggy vendette durante la guerra (una delle “sette tragedie della sua vita di collezionista”); Il bacio (1927) di Max Ernst, manifesto dell’arte surrealista e immagine copertina della mostra alla Strozzina nel 1949; lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon, opera raramente esposta fuori da Venezia e che Peggy Guggenheim teneva appesa nella propria camera da letto; grandi capolavori dell’Espressionismo astratto americano come Risplendente (1958) di Sam Francis e della pittura Color-Field e Post Painterly Abstraction come Miscuglio di grigio (1968-1969) di Frank Stella; la grandiosa opera Preparativi (1968) di Roy Lichtenstein, in cui l’artista pop, attraverso il tipico stile che rimanda al fumetto, propone una denuncia della guerra in Vietnam.

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Una mostra che vi lascerà lo stupore negli occhi!
Per non perdervi queste meraviglie, l’orario della mostra è tutti i giorni inclusi i festivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00, ed il giovedì dalle ore 10.00 alle ore 23.00. Se invece volete evitare qualsiasi coda ed entrare direttamente in mostra, al link troverete la procedura per l’acquisto online del biglietto.

Buona mostra a tutti!

Se non si sperimenta, che laboratorio è?

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim il Dipartimento Educazione si è lasciato inspirare dai grandi dipinti astratti presenti in mostra, dalle tecniche dei pittori surrealisti e degli espressionisti astratti. Da queste suggestioni iniziali sono nate svariate attività educative proposte ai gruppi in visita alla mostra. Figure in fuga e Arte in scatola sono i due laboratori progettati rispettivamente per le classi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Si tratta di due attività che condividono molti aspetti, a partire dal focus sulla pittura astratta e all’attenzione per il processo artistico contraddistinto da un atteggiamento di ricerca libera che si ritrova nelle opere di molti dei pittori protagonisti della mostra come Max Ernst, Jackson Pollock e Morris Louis.

Figure in fuga (classi con bambini dai 6 agli 11 anni) è nato da una riflessione sui modi in cui l’arte astratta libera il pittore dalla necessità di imitare il mondo trasformando la tela del dipinto in uno spazio di sperimentazione di pratiche che producono risultati imprevedibili. Per restituire in laboratorio questo atteggiamento e valorizzare la dimensione di scoperta che caratterizza l’opera di questi artisti sono stati utilizzati pochi materiali e il laboratorio può essere utilizzato come spunto da riproporre a casa o in classe. Per prima cosa i bambini suddivisi in gruppi hanno posizionato dei fogli di carta velina colorata sopra dei grandi fogli di carta da pacchi bianca. Utilizzando della semplice acqua i bambini hanno a turno iniziato a bagnare la carta colorata, in certi casi simulando con i pennelli il dripping di Pollock, o usando strumenti meno convenzionali come i contagocce, le spugne o i diffusori spray. L’acqua ha sciolto il pigmento colorato della velina che immancabilmente ha macchiato la carta da pacchi bianca sottostante in corrispondenza delle parti bagnate. Il risultato inaspettato spesso prendeva la forma di grandi macchie di colore che mutavano in affascinanti sfumature date dalla sovrapposizione di più carte colorate e che i bambini via via imparavano a gestire secondo le proprie intenzioni. Alla scoperta, dunque, è seguito il tentativo di controllo dei risultati da parte dei partecipanti.

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Questa attività, così come Arte in scatola, la variante progettata per le scuole medie in cui i ragazzi e le ragazze potevano utilizzare liberamente un set di strumenti prestabiliti per realizzare una propria opera astratta, ha messo in discussione il ruolo dell’educatore chiamato a condurre le attività. Proprio perché si tratta di due attività elementari dove il superamento delle regole precostituite e la gioia della scoperta autonoma sono da considerarsi come gli obbiettivi educativi più importanti, l’educatore deve riuscire a fare il necessario passo indietro lasciando che siano le suggestioni ottenute dalla visita della mostra a indicare le soluzioni espressive e a farne emergere di nuove.

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Proposte di laboratorio come queste rappresentano un esempio di come la semplificazione dei passaggi possa garantire lo spazio di libertà necessario al partecipante per esprimere la propria individualità e allo stesso tempo facciano emergere quei limiti (i pochi materiali a disposizione, il rispetto dell’ambiente di lavoro, il tempo prestabilito) che i bambini o i ragazzi possono esplorare con l’obbiettivo di forzarne le logiche attraverso ulteriori soluzioni creative.

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” in 5 capolavori

La mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, curata da Luca Massimo Barbero, permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta.
Le opere, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Oggi abbiamo selezionato 5 capolavori fra le opere imperdibili, esposte a Palazzo Strozzi fino al 24 luglio 2016.

Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden)

La vacanza in Sicilia dell’estate del 1924 fornisce a Paul Klee gli spunti per vari acquerelli, nei quali riesce a rendere il colore, la luce e l’atmosfera di una specifica area geografica, mentre delinea alcuni personaggi. Questo ritratto è una bonaria caricatura di due impeccabili signore del nord, con assurdi cappellini del tutto insufficienti a proteggerle dal forte sole mediterraneo. Il colore vivido e caldo, ora denso ora diluito, di consistenza quasi atmosferica è contenuto in contorni graficamente semplificati. La forma a cuore sul petto di Frau P. è un motivo ricorrente nell’opera di Klee, dove, a seconda de casi, rappresenta una bocca, un naso o un busto. Il motivo è considerato dall’artista il tramite tra il mondo organico e quello inorganico, poiché simbolizza forze vitali e nel contempo funge da “forma mediatrice tra il cerchio e il rettangolo”.

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Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden), 1924, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Carmelo Guadagno

 

Max Ernst, Il bacio (Le Baiser)

Dalle descrizioni ironicamente cliniche di avvenimenti del periodo dada Max Ernst passa alla celebrazione della sessualità disinibita nelle sue opere surrealiste. Il suo legame e matrimonio con la giovane Marie-Berthe Aurenche nel 1927 gli ispirano probabilmente il soggetto erotico di questo e altri dipinti di quell’anno. Le principali linee che compongono quest’opera possono essere state determinate dalle tracce di una corda lasciata cadere sulla superficie preparatoria, procedimento conforme ai concetti surrealisti sull’importanza degli effetti casuali. Ernst tuttavia usa un sistema reticolare coordinato per riportare le sue configurazioni di corda sulla tela, sottoponendo così questi effetti casuali a una manipolazione consapevole. Il gruppo centrale a forma di piramide e il gesto dell’abbraccio della figura superiore ne Il bacio, hanno suggerito paragoni con composizioni rinascimentali, e in particolar modo con la Madonna e Sant’Anna di Leonardo da Vinci (Musée National du Louvre, Parigi).

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Max Ernst, Il bacio (Le Baiser), 1927, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Max Ernst, by SIAE 2016

 

Marcel Duchamp, Scatola in una valigia
L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise

Si tratta della prima di un’edizione de luxe di valigette da viaggio (Louis Vuitton), che raccoglie sessantuno riproduzioni di opere di Duchamp. Contiene un “originale”, una dedica a Peggy Guggenheim, che sostiene economicamente Duchamp in questa sua produzione, una miniatura del famoso orinatoio rovesciato, Fontana del 1917, e una riproduzione di un “ready-made rettificato” del 1919 della Gioconda di Leonardo da Vinci, con barba e baffi e l’iscrizione “L.H.O.O.Q.”. La sequenza delle lettere pronunciate in francese formano la frase “elle a chaud au cul”, decorosamente tradotta da Duchamp come “c’è il fuoco là sotto”.

width=A sinistra Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise. A destra Marcel Duchamp, Scatola in una valigia (Boîte-en-valise), 1941, valigia di pelle contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle opere dell’artista con aggiunte a matita, acquerello e inchiostro, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Sergio Martucci © Succession Marcel Duchamp, by SIAE 2016

 

Jackson Pollock, La donna luna

Paul Jackson Pollock nasce a Cody, Wyoming, il 28 gennaio 1912. Cresciuto tra l’Arizona e la California, nel 1928 inizia gli studi di pittura alla Manual Arts High School di Los Angeles. Nell’autunno del 1930 si reca a New York, dove studia all’Art Students League con Thomas Hart Benton, che lo incoraggerà durante tutto il decennio. Nei primi anni trenta Pollock è ormai a conoscenza delle pitture murali di José Clemente Orozco e Diego Rivera. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, dove si stabilisce definitivamente nel 1934. Tra il 1935 e il 1942 lavora per il Federal Art Project della Works Progress Administration e nel 1936 partecipa al Workshop di David Alfaro Siqueiros, sempre a New York. Nel 1943 Peggy Guggenheim non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria/museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947. Fino a metà anni quaranta si ravvisa in Pollock l’influenza di Pablo Picasso e del Surrealismo. In quegli anni partecipa a diverse mostre di arte surrealista e astratta, tra cui “Natural, Insane, Surrealist Art” ad Art of This Century, nel 1943, e “Abstract and Surrealist Art in America”, allestita da Sidney Janis alla Mortimer Brandt Gallery di New York nel 1944. A metà anni quaranta Pollock dipinge, invece, orami in maniera astratta. Nel 1947 emerge lo stile che lo caratterizzerà, quello del dripping, della pittura fatta colare direttamente sulla tela o schizzata grazie a vari utensili, come mestichini, bastoncini, lame. Nell’autunno del 1945 sposa Lee Krasner e si stabilisce a Springs, East Hampton, nei pressi di New York. Nel 1950 Peggy Guggenheim organizza la sua prima personale in Europa, al Museo Correr di Venezia. Nel 1952 ha luogo la sua prima retrospettiva al Bennington College, nel Vermont, organizzata da Clement Greenberg. Partecipa a diverse collettive tra cui, a partire dal 1946, quelle annuali al Whitney Museum of American Art di New York e, nel 1950, alla Biennale di Venezia.

Nonostante sia famoso in tutto mondo e le sue opere vengano esposte in molti paesi, Pollock non viaggerà mai al di fuori degli Stati Uniti. Muore in un incidente automobilistico a Springs l’11 agosto 1956. Come altri membri della New York School Jackson Pollock risente, nei suoi primi lavori, dell’influenza di Joan Miró e Pablo Picasso e fa proprio il concetto surrealista dell’inconscio come fonte d’arte. Alla fine degli anni ’30 Pollock introduce un linguaggio figurativo basato su figure totemiche o mitiche, segni ideografici e ritualismi interpretati come referenti di esperienze rimosse e memorie culturali della psiche. La donna luna rimanda all’impianto cromatico e alla composizione di Picasso. Il soggetto della donna luna, ricorrente in diversi disegni e dipinti dei primi anni ’40, può essere stato ispirato a Pollock da fonti diverse. In questo periodo molti artisti, tra cui gli amici William Baziotes e Robert Motherwell, sono influenzati dalle immagini elusive e allucinatorie di Charles Baudelaire e dei simbolisti francesi. Nel brano “Benefizi della luna”, nello “Spleen di Parigi”, Baudelaire si rivolge al “riflesso della temibile Divinità, fatidica madrina, nutrice venefica di tutti quanti i lunatici”. È possibile che Pollock conoscesse la poesia, ma è più verosimile che fosse pervaso dall’interesse per Baudelaire e i simbolisti, intenso in quel periodo.

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Jackson Pollock, La donna luna (The Moon Woman), 1942, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society, ARS, New York, by SIAE 2016

Alexander Calder, Luna gialla
Nell’autunno 1931 Calder crea i primi oggetti cinetici, o mobile, dotati di motori elettrici. Presto si rende conto che le sculture potevano muoversi da sole. In questo caso l’opera, sensibile alle correnti d’aria, oscilla spontaneamente. Secondo Calder “un mobile è una poesia che la gioia di vivere e la sorpresa fanno danzare”. Realizzato interamente a mano dall’artista, Luna gialla evoca uno spazio lontano, con stelle e pianeti orbitanti, dove la luna gialla controbilancia il cerchio rosso, probabile simbolo di un sole caldo. È probabile che sia stato ispirato da una visione commovente, su orizzonti contrapposti, di un sole nascente e una luna piena calante, cui Calder assiste su una nave mercantile al largo del Guatemala, nel 1922.

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Alexander Calder, Luna gialla, 1966, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012. Foto di David Heald © Calder Foundation New-York, by SIAE 2016

Fonte: www.guggenheim-venice.it

Peggy Guggenheim, una vita da collezione

Fino al 24 luglio 2016 Palazzo Strozzi ospita la grande mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim che porta a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, in un percorso che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Solomon e Peggy Guggenheim.

 

Peggy Guggenheim nasce a New York il 26 agosto del 1898, da Benjamin Guggenheim e Florette Seligman. Benjamin Guggenheim (che nell’aprile del 1912 muore nell’affondamento del Titanic), contribuisce a creare, alla fine del XIX secolo, insieme al padre Meyer (di origine svizzera) e ai sette fratelli, un impero finanziario fondato sullo sfruttamento minerario, in particolare del rame. I Seligman sono invece un’importante famiglia di banchieri.

Peggy cresce a New York e nel 1921 comincia a viaggiare in Europa. Grazie a Laurence Vail (suo primo marito e padre dei due figli Sindbad e Pegeen, futura pittrice), Peggy si ritrova ben presto nel cuore della vita bohémienne parigina, insieme a parte della società americana espatriata e molti degli artisti conosciuti allora, quali Constantin Brancusi, Djuna Barnes e Marcel Duchamp, che sarebbero poi divenuti suoi amici. Nel 1938, consigliata dall’amica Peggy Waldman, Peggy apre una galleria d’arte a Londra che inaugura con una mostra di opere di Jean Cocteau, cui segue la prima personale di Vasily Kandinsky in Inghilterra. Nel 1939, stanca della galleria, Peggy decide di “aprire un museo d’arte contemporanea a Londra” con l’amico Herbert Read come direttore. Il museo dovrebbe seguire un percorso storico e la collezione dovrebbe basarsi su una lista di artisti stilata da Read e successivamente rivista da Duchamp e Nellie van Doesburg. Tra il 1939 e il 1940, Peggy è impegnata ad acquistare opere per il futuro museo, con il proposito di “comprare un quadro al giorno”. È allora che vengono acquistati alcuni dei capolavori della collezione, quali le opere di Francis Picabia, Georges Braque, Salvador Dalí e Piet Mondrian. Peggy sorprende Fernand Léger comprando il suo Uomini in città nel giorno in cui Hitler invade la Norvegia, e acquista Uccello nello spazio di Brancusi quando i tedeschi arrivano a Parigi.

width=Constantin Brancusi, Uccello nello spazio (L’Oiseau dans l’espace), 1932-1940. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald. Ora in mostra a Palazzo Strozzi.

Nel luglio del 1941 Peggy abbandona la Francia occupata dai nazisti e torna negli Stati Uniti insieme a Max Ernst che, pochi mesi più tardi, diventa il suo secondo marito (i due si separano nel 1943). Mentre continua ad acquistare opere per la sua collezione, Peggy cerca un nuovo spazio per il museo. Nell’ottobre del 1942 apre il museogalleria Art of This Century sulla 57a strada, a New York. Progettata dall’architetto austriaco Frederick Kiesler, la galleria è costituita da sale espositive estremamente originali e ben presto diviene il centro d’arte contemporanea più interessante di New York. Ricordando la serata d’apertura Peggy scrive: «Indossai un orecchino di Tanguy e uno di Calder, per dimostrare la mia imparzialità tra Surrealismo e Astrattismo». La galleria presenta la sua collezione d’arte cubista, astratta e surrealista, quella che oggi vediamo sostanzialmente esposta a Venezia. Organizza anche mostre temporanee dei più importanti artisti europei e di vari artisti americani, allora sconosciuti, quali Robert Motherwell, William Baziotes, Mark Rothko, David Hare, Richard Pousette-Dart, Robert De Niro Sr., Clyfford Still, e Jackson Pollock a cui è dedicata la prima personale nel 1943.

width=A sinistra Peggy Guggenheim con gli orecchini realizzati per lei da Alexander Calder, anni ’50 © Fondazione Solomon R. Guggenheim, foto Archivio Cameraphoto Epoche, donazione Cassa di Risparmio di Venezia, 2005. A destra Peggy Guggenheim con gli orecchini realizzati per lei da Yves Tanguy, anni ’50, Courtesy Solomon R. Guggenheim Foundation.

Pollock e gli altri artisti sono gli iniziatori dell’Espressionismo astratto americano ed è proprio ad Art of This Century che entrano in contatto con il Surrealismo, loro principale fonte d’ispirazione. Fondamentali rimangono comunque la spinta e il supporto dati da Peggy e da Howard Putzel, suo consulente nella galleria, ai membri di questa nascente avanguardia newyorkese, che rappresenterà il primo movimento artistico americano di portata internazionale.

width=La Galleria astratta di Art of This Century New York, 1942. In fondo a sinistra Vasily Kandinsky, Paesaggio con macchie rosse n. 2 (1913, Collezione Peggy Guggenheim); a destra in primo piano Jean Hélion, Equilibrio (1933, Collezione Peggy Guggenheim). Courtesy Fondazione Solomon R. Guggenheim

Nel 1947 Peggy ritorna in Europa. Nel 1948 la sua collezione viene esposta alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra. Proprio a Venezia acquista Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande, dove si trasferisce e apre la sua collezione al pubblico, cominciando nel 1949 con una mostra di sculture esposte nel giardino. Nel 1950 organizza la prima personale di Pollock in Europa, nell’Ala Napoleonica di Museo Correr, a Venezia.

La collezione viene, inoltre, esposta a Firenze e Milano, e in seguito ad Amsterdam, Bruxelles e Zurigo. Durante i trent’anni trascorsi a Venezia, Peggy continua a collezionare opere d’arte e ad appoggiare artisti come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani, conosciuto nel 1951. Nel 1962 viene nominata Cittadina Onoraria di Venezia. Nel 1969 il Museo Solomon R. Guggenheim di New York la invita ad esporre lì la propria collezione, nella sede nella celebre struttura a spirale progettata da Frank Lloyd sulla Fifth Avenue.

Peggy muore il 23 dicembre del 1979, all’età di ottantun’anni. Le sue ceneri sono sepolte in un angolo del giardino di Palazzo Venier dei Leoni, accanto al luogo in cui era solita seppellire i suoi adorati cani. Alla morte di Peggy, la Fondazione Solomon R. Guggenheim ha ampliato la sua casa, trasformandola in uno dei più affascinanti musei d’arte moderna del mondo.

width=Peggy Guggenheim sui gradini di Palazzo Venier dei Leoni in occasione della prima mostra che organizza a Venezia settembre 1949 © Fondazione Solomon R. Guggenheim, foto Archivio Cameraphoto Epoche, donazione Cassa di Risparmio di Venezia, 2005.

 

 

 

Un giovedì dedicato ai ricordi

In questo periodo, in attesa della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, ogni giovedì sul profilo Facebook e Twitter di Palazzo Strozzi è ricordata una mostra del passato, con una citazione o con un breve testo ad essa legate.

Ogni post si apre con gli hashtag #TBT e #ThrowBackThursday (di cui #TBT è l’acronimo), seguiti poi dal manifesto della mostra oggetto di ricordo.

#TBT e #ThrowBackThursday sono utilizzati da utenti di tutto il mondo per raccontare un episodio del passato, un tuffo nei ricordi che puntualmente arriva sui social network il giovedì. In italiano “Throwback Thursday” potrebbe essere tradotto come “il giovedì dei ricordi”.

Ricordare le mostre passate significa riportare alla luce emozioni dimenticate, legate al periodo delle esposizioni, alle opere esposte, alle persone che ci hanno accompagnato nella visita. Eccone alcune che hanno suscitato su facebook il maggior numero di commenti, condivisioni e ricordi.

#‎TBT‬ #‎ThrowBackThursday: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce […]. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito […]. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile».

Lo disse il ventunenne De Chirico nel corso di un soggiorno a Firenze. Questa “illuminazione” o “rivelazione”, come la chiamava De Chirico, permea i quadri dell’artista degli anni Dieci e Venti del Novecento. Mentre il secolo correva a precipizio verso la Prima guerra mondiale, l’esperienza dell’alienazione suggerì a De Chirico – molto prima di altri – di dipingere quello che definì “il grande silenzio”. Le sue opere che mostrano piazze spazzate dal vento, con figure solitarie e statue che fissano ciecamente lo spazio, continuarono a perseguitare a lungo gli artisti molto dopo che De Chirico dipinse L’enigma di un pomeriggio d’autunno nel 1909.

Si inaugurava nel 2010 a Palazzo Strozzi, la mostra De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile.

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2) #‎TBT‬ ‪#‎ThrowBackThursday‬: «Tutto l’interesse dell’arte è nel principio. Dopo il principio, è già la fine.» – Pablo Picasso

Si inaugurava nel 2011 a Palazzo Strozzi la mostra Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati. La nascita della modernità. Dedicata alla produzione giovanile di maestri che hanno avuto un ruolo decisivo per gli esordi dell’arte moderna, la mostra prende in esame il periodo pre-cubista di Picasso con suoi lavori anteriori al 1907, mentre le opere di Miró realizzate fra il 1915 e il 1920 sono presentate in relazione con quelle di Dalí del quinquennio 1920-1925 per porre in evidenza le differenze e relazioni stilistiche che caratterizzano il periodo precedente all’adesione dei due artisti alla poetica del Surrealismo.

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#‎TBT‬ ‪#‎ThrowBackThursday‬: «Color is the essence of painting, which the subject always killed.» – Kazimir Malevič

La mostra, attraverso la scoperta dei capolavori delle collezioni russe dell’Avanguardia, presenta una ricchissima esposizione di opere mai viste in Italia unendo spiritualità e antropologia, filosofia e sciamanesimo in un viaggio iniziatico verso una nuova frontiera artistica. Una straordinaria rassegna internazionale che attraverso le opere dei grandi artisti del primo ’900 conduceva il visitatore a percorrere un viaggio straordinario, in una terra di frontiera ai confini del mondo, tra ghiacci e deserti sterminati. L’arte russa infatti ha potuto attingere più di ogni altra a un Oriente dalle molteplici sfaccettature che si estende geograficamente dalle steppe dell’Asia all’India, dalla Cina al Giappone.

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Speciale ultimi giorni di “Bellezza divina”

Si avvia al termine la mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana inaugurata lo scorso 24 settembre a Palazzo Strozzi. Domenica 24 gennaio sarà infatti l’ultimo giorno disponibile per poter visitare l’esposizione dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento.

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In occasione degli ultimi giorni di apertura, da giovedì 21 a domenica 24 gennaio, l’orario di Bellezza divina sarà eccezionalmente prolungato fino alle ore 23:00, con ultimo ingresso alle ore 22:00. Se desiderate evitare la coda, è possibile acquistare online il biglietto ed entrare direttamente in mostra.

Da non perdere le seguenti visite guidate ufficiali dedicate ai singoli visitatori:

giovedì 21 gennaio alle ore 17.00;
sabato 23 gennaio alle ore 16.00;
giovedì 21, venerdì 22, sabato 23 e domenica 24 gennaio alle ore 21.00.
Prenotazione obbligatoria tel. 055 2469600.

La mostra chiude nel segno del successo superando già oggi i 155.000 visitatori e rappresentando un forte richiamo per gli appassionati d’arte che possono visitare un’esposizione del tutto inedita nel suo genere. Curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, la mostra nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e i Musei Vaticani inserendosi nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, tenutosi a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015.

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Attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse, i visitatori sono guidati attraverso un secolo di arte sacra moderna. Le opere in mostra possono essere liberamente fotografate dai visitatori, grazie a questo Bellezza divina ci sorprende per l’innumerevole quantità di immagini, che seguendo l’hastag #BellezzadivinaFi, possono essere visualizzate sui canali social.

Non ci rimane che invitarvi a Palazzo Strozzi in occasione degli ultimi giorni di mostra!

 

 

Il 2016 di Palazzo Strozzi: un anno di mostre

Il nostro 2016 si apre con l’ultimo periodo di apertura della mostra Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontanafino al 24 gennaio, dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani e internazionali. Bellezza divina raccoglie in sette sezioni quasi un secolo di arte sacra moderna, guardando ad essa come genere artistico ma anche come momento d’incontro e, talvolta di conflitto, tra artista e sentimento del sacro. A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani.

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Due, invece, le novità per la primavera. Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016, mostra che ricostruirà rapporti e relazioni tra arte europea ed americana, tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, nel segno delle figure di due grandi collezionisti americani: Peggy e Solomon R. Guggenheim. Il percorso espositivo affascinerà il pubblico con oltre cento capolavori spaziando dalle opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei tra cui Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme ai grandi dipinti e alle sculture delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Marc Rothko, Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly. Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York.

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La seconda anteprima è squisitamente contemporanea. Dal 22 aprile al 19 giugno gli spazi della Strozzina di Palazzo Strozzi ospiteranno una personale dedicata ad uno dei più originali ed attuali artisti cinesi: Liu Xiaodong. Tra pittura, disegno e fotografia, l’artista racconta i luoghi osservati e vissuti durante il periodo di residenza in Toscana, tra l’autunno 2015 e la primavera 2016, attraverso il contatto diretto con il paesaggio, gli abitanti e soprattutto con le comunità cinesi locali. Grazie al suo stile personale ed in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo, la mostra diverrà un’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli ma anche sul rapporto tra ambiente geografico ed ambiente culturale.

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In autunno, Palazzo Strozzi rilancia la propria missione sul contemporaneo con una grande mostra evento dedicata al celebre maestro internazionale dell’arte contemporanea: Ai Weiwei.

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La mostra si terrà a Palazzo Strozzi dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, testimonierà la forza e la vivacità della riflessione artistica dell’artista, posta in dialogo con la storia e l’architettura rinascimentale del palazzo. Ai Weiwei produrrà inoltre una serie di installazioni per Palazzo Strozzi, utilizzato per la prima volta come uno spazio espositivo unitario, unendo Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

Esposizione che vi introduciamo attraverso le parole di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi:

Da quasi un anno sto lavorando per portare a Palazzo Strozzi la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, uno delle più iconiche ed influenti personalità del nostro tempo. Il lavoro di Ai Weiwei, tra attivismo politico, autobiografia e ricerca formale, ci parla di temi importanti in modo potente e diretto, utilizzando strumenti e linguaggi artistici a cavallo tra Oriente ed Occidente. Ospitare una simile retrospettiva qui a Firenze significa pensare alla città come ad una moderna capitale culturale, non soltanto legata alle vestigia del proprio passato ma finalmente in grado di partecipare in modo attivo all’avanguardia artistica del nostro tempo”.