Ultimi giorni “Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”

Restano ancora pochi giorni per visitare a Palazzo Strozzi  Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, un viaggio nell’arte nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

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Visitabile fino a domenica 24 luglio, la mostra ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, permettendo un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Attraverso dipinti, sculture, incisioni e fotografie provenienti dalle collezioni Guggenheim di New York e Venezia, nonché da alcuni musei e collezioni private, la mostra costituisce una testimonianza straordinaria dell’attività collezionistica di Peggy e Solomon R. Guggenheim nonché un’occasione unica per ammirare i capolavori che hanno definito il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.

Tra le opere esposte ci sono la monumentale tela di Kandinsky Curva dominante (1936), che Peggy vendette durante la guerra (una delle “sette tragedie della sua vita di collezionista”); Il bacio (1927) di Max Ernst, manifesto dell’arte surrealista e immagine copertina della mostra alla Strozzina nel 1949; lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon, opera raramente esposta fuori da Venezia e che Peggy Guggenheim teneva appesa nella propria camera da letto; grandi capolavori dell’Espressionismo astratto americano come Risplendente (1958) di Sam Francis e della pittura Color-Field e Post Painterly Abstraction come Miscuglio di grigio (1968-1969) di Frank Stella; la grandiosa opera Preparativi (1968) di Roy Lichtenstein, in cui l’artista pop, attraverso il tipico stile che rimanda al fumetto, propone una denuncia della guerra in Vietnam.

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Una mostra che vi lascerà lo stupore negli occhi!
Per non perdervi queste meraviglie, l’orario della mostra è tutti i giorni inclusi i festivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00, ed il giovedì dalle ore 10.00 alle ore 23.00. Se invece volete evitare qualsiasi coda ed entrare direttamente in mostra, al link troverete la procedura per l’acquisto online del biglietto.

Buona mostra a tutti!

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”: il percorso espositivo

La mostra a Palazzo Strozzi Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim (fino al 24 luglio 2016) mette in scena un inedito confronto tra le collezioni di Solomon e Peggy Guggenheim, zio e nipote, confermandoli quali figure fondamentali della storia dell’arte del XX secolo, in un percorso che si snoda tra i maggiori rappresentanti della cultura del Novecento. Un’occasione unica per ammirare e confrontare capolavori di movimenti che hanno definito il concetto di arte moderna, presentando insieme le vicende della vita di Peggy e di Solomon e dei musei Guggenheim da loro fondati. 

Oggi, vi conduciamo alla scoperta del percorso espositivo che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

 

I Guggenheim e le loro Collezioni

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I due grandi collezionisti Guggenheim sono presentati in questa sala attraverso i loro spazi newyorkesi. A sinistra troviamo una foto dell’interno di Art of This Century, il museo-galleria inaugurato da Peggy nel 1942. Questo spazio innovativo, progettato dall’architetto Frederick Kiesler, divenne fulcro degli scambi tra artisti europei emigrati e la nuova avanguardia americana. A destra abbiamo una foto del Museo Solomon R. Guggenheim, opera di Frank Lloyd Wright, aperto al pubblico nel 1959 e destinato a diventare un’icona cittadina e internazionale. Le opere qui esposte rappresentano le origini delle due collezioni: astratta, priva di riferimenti figurativi quella di Solomon, creata a partire dal 1929 insieme all’artista e consigliera Hilla Rebay; straordinaria collezione delle varie correnti d’avanguardia quella di Peggy, raccolta a partire dagli anni ’30 ed emblematica della sua «imparzialità fra surrealisti e astrattisti».

 

Europa-America. Il Surrealismo e la nascita delle nuove avanguardie

width=Allo scoppio della Seconda guerra mondiale molti surrealisti europei emigrarono negli Stati Uniti dove, grazie anche a Peggy Guggenheim, influenzarono i giovani artisti che dettero vita alle avanguardie americane del secondo dopoguerra. Le opere di questa sezione illustrano la passione di Peggy per il Surrealismo e per il lavoro del grande amico e consigliere Marcel Duchamp. Tra i surrealisti esistono affinità ma non uno stile univoco: Peggy li amò e collezionò nelle loro diverse espressioni. Le opere di Gorky, Baziotes, Gottlieb e Still (alcuni dei quali ebbero le loro personali presso la galleria newyorkese di Peggy) mostrano la contaminazione delle esperienze dell’avanguardia tra i due continenti che porterà all’Espressionismo astratto, fenomeno di punta nel clima di affermazione della pittura non figurativa americana tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50.

 

Jackson Pollock

width=Jackson Pollock, il rappresentante più emblematico dell’Action Painting, grazie soprattutto al sostegno di Peggy Guggenheim, diviene in pochi anni uno dei maggiori artisti americani, quasi un mito, come sancì un articolo su “Life” del 1949.
Pollock, che aveva lavorato come factotum nel museo di Solomon, ottenne nel 1943 da Peggy un contratto che gli permise di dedicarsi pienamente alla carriera artistica. La straordinaria raccolta di opere qui esposte ricostruisce il percorso cronologico dal 1942 al 1951, dagli esordi in cui si avverte l’influenza di Picasso e del Surrealismo (La donna luna, 1942, e Due, 1943-1945), alle opere realizzate con la tecnica del dripping, che consiste nel far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale. In questa fase matura Pollock si ispirò anche a gesti rituali e coreografici memori dei riti magico-propiziatori praticati dai Nativi americani (Foresta incantata, 1947, Senza titolo [Argento verde], 1949 circa, Numero 18, 1950).
Questi lavori si presentano come un intreccio vitale di linee e macchie colorate che supera i confini della tela e con un’apparente assenza di organizzazione razionale. La sua opera rivoluzionerà l’arte del secondo dopoguerra, diffondendosi celermente anche grazie a Peggy, che continuò a promuoverlo con mostre in Europa (1948 e 1950) e donazioni a musei internazionali, alcune eccezionalmente qui riunite.

 

L’Espressionismo astratto

width=Willem de Kooning è una delle figure più rappresentative dell’Espressionismo astratto. Di origini olandesi, personalità inquieta e ribelle, precorse i principali linguaggi della pittura moderna scoprendo la forza del segno e creò composizioni che si configurano quali somma di colore, materia e gesto. Il movimento si coagulò attorno alla protesta di diciotto artisti che – esclusi da una mostra sulla pittura contemporanea americana del Metropolitan Museum of Art – farà guadagnare al gruppo l’appellativo di “Irascibili”. Accanto alle loro opere sono esposte quelle della cosiddetta “Astrazione postpittorica” di Sam Francis, quelle di Joan Mitchell e di Hans Hofmann, che sviluppò un’autonoma tendenza astratta e che influenzerà le future generazioni grazie alla sua dedizione per l’insegnamento.

 

L’Europa del dopoguerra

width=Se nel corso degli anni ’40 negli Stati Uniti si procede verso la maturazione di un nuova tendenza astratta, in Europa due grandi maestri sperimentano e precorrono le nuove forme di astrazione: l’italiano Lucio Fontana già negli anni ’30, e il francese Jean Dubuffet negli anni ’40. Nell’immediato dopoguerra l’Europa è un laboratorio ricchissimo: emblematico di questa vitalità è il movimento denominato Informel o Art autre, dove la materia acquista un nuovo significato, come avviene con le plastiche di Burri, i buchi di Fontana, la gestualità di autori stimati da Peggy dopo il suo arrivo a Venezia, come Vedova, Consagra, Mirko, e la ricerca di Dubuffet. Le opere di quest’ultimo qui esposte provengono dalla collezione dei coniugi Scuhlhof, che nel 2012 donarono una parte importante della propria collezione alla Fondazione Solomon R. Guggenheim.

 

Palazzo Venier dei Leoni: Peggy e Venezia

width=Le immagini di una delle case newyorkesi di Peggy Guggenheim e della sua residenza veneziana testimoniano quanto Peggy amasse circondarsi di opere e oggetti degli artisti che collezionava o di cui era amica: le scatole di Cornell, le bottiglie del primo marito Vail (che insieme alla valigia di Duchamp inaugurarono la stagione espositiva della sua galleria Art of This Century), i rayogrammi di Man Ray, la tela di Bacon che scelse per la camera da letto a Venezia e le opere di Tancredi. Quest’ultimo in particolare venne molto sostenuto da Peggy, testimoniando come la sua attività di mecenate e di collezionista proseguì anche una volta arrivata a Venezia.

 

La grande pittura americana

width=Alla rivoluzionaria stagione dell’Espressionismo astratto (a cui appartengono gli esordi di Motherwell) segue una seconda generazione che matura una successiva fase artistica non più fondata sull’enfasi esistenzialista del gesto ma sull’interrogare la pittura come farsi, con il conseguente raffreddamento della gestualità e matericità dell’opera. Questa fase è caratterizzata da due direzioni, note come Color Field e Post-Painterly Abstraction. Emblematici di queste modalità sono il colore piatto e bidimensionale, fatto anche colare, come in Morris Luis, sulla tela, e il raffreddamento geometrico di Frank Stella e Kenneth Noland. Completa la ricchezza di questo panorama maturo dell’arte americana a cavallo tra anni ’50 e ’60 la costellazione dei mobile di Alexander Calder, uno dei più grandi maestri dell’astrazione che ha modificato l’idea di scultura, organizzando forze contrastanti che mutano le loro relazioni nello spazio e la forma dell’opera stessa. Calder, artista stimato e collezionato da Peggy Guggenheim, venne celebrato con un’importante retrospettiva nei primi anni ’60 al Museo Solomon R. Guggenheim.

 

Marc Rothko

width=Peggy Guggenheim riconobbe da subito le potenzialità di Rothko, tanto da dedicargli una mostra nella sua galleria Art of This Century già nel 1945. Numerose sono le sue opere conservate al Museo Solomon R. Guggenheim, segno evidente di una attenzione all’artista anche da parte dello zio. Rothko sviluppò già agli inizi degli anni ’50 un linguaggio astratto del tutto personale. Il fascino della sua pittura consiste proprio nel misterioso processo che gli permise di semplificare la complessa visione che i suoi quadri esprimono. Il tempo si annulla nei suoi quadri e il loro lento procedere verso l’animo dello spettatore è un’infinita testimonianza della tragedia di nascere, vivere e morire. Questa forza emotiva, intensissima, che lo spettatore prova di fronte all’opera, crea una particolare esperienza contemplativa, portando a un modo soggettivo di vivere il rapporto con l’opera. Come si può osservare, la ricerca di Rothko arrivò fino alla monocromia assoluta dei neri e dei grigi, legata fatalmente alla fine della sua ricerca.

 

Gli anni sessanta. L’inizio di una nuova era

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Uno dei grandi capolavori di Dubuffet, L’istante propizio qui esposto, apre gli anni ’60. Tra le varie retrospettive che il Museo Solomon R. Guggenheim riserva a Dubuffet, quella del 1966 fu dedicata all’Hourloupe, neologismo con cui l’artista battezza le opere a base di dense linee nere e macchie di colore che influenzeranno la Street Art. L’arte europea e americana in quegli anni procedeva in una sintesi minimale e astratta rappresentata da Twombly (che usa la tecnica calligrafica dei graffiti su sfondi solidi di colore grigio, marrone o bianco, a metà tra pittura e incisione), dai tagli puri di Fontana, dall’eleganza formale ed esatta di Kelly. Questo percorso che procede dalle radici delle avanguardie di inizio secolo, negli anni ’60 viene interrotto dall’esplosione di una nuova corrente artistica, la Pop Art: del fatidico 1968 è l’opera di Lichtenstein, Preparativi, che apre la nuova era dell’arte contemporanea. E da allora nulla sarà più lo stesso.

Se non si sperimenta, che laboratorio è?

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim il Dipartimento Educazione si è lasciato inspirare dai grandi dipinti astratti presenti in mostra, dalle tecniche dei pittori surrealisti e degli espressionisti astratti. Da queste suggestioni iniziali sono nate svariate attività educative proposte ai gruppi in visita alla mostra. Figure in fuga e Arte in scatola sono i due laboratori progettati rispettivamente per le classi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Si tratta di due attività che condividono molti aspetti, a partire dal focus sulla pittura astratta e all’attenzione per il processo artistico contraddistinto da un atteggiamento di ricerca libera che si ritrova nelle opere di molti dei pittori protagonisti della mostra come Max Ernst, Jackson Pollock e Morris Louis.

Figure in fuga (classi con bambini dai 6 agli 11 anni) è nato da una riflessione sui modi in cui l’arte astratta libera il pittore dalla necessità di imitare il mondo trasformando la tela del dipinto in uno spazio di sperimentazione di pratiche che producono risultati imprevedibili. Per restituire in laboratorio questo atteggiamento e valorizzare la dimensione di scoperta che caratterizza l’opera di questi artisti sono stati utilizzati pochi materiali e il laboratorio può essere utilizzato come spunto da riproporre a casa o in classe. Per prima cosa i bambini suddivisi in gruppi hanno posizionato dei fogli di carta velina colorata sopra dei grandi fogli di carta da pacchi bianca. Utilizzando della semplice acqua i bambini hanno a turno iniziato a bagnare la carta colorata, in certi casi simulando con i pennelli il dripping di Pollock, o usando strumenti meno convenzionali come i contagocce, le spugne o i diffusori spray. L’acqua ha sciolto il pigmento colorato della velina che immancabilmente ha macchiato la carta da pacchi bianca sottostante in corrispondenza delle parti bagnate. Il risultato inaspettato spesso prendeva la forma di grandi macchie di colore che mutavano in affascinanti sfumature date dalla sovrapposizione di più carte colorate e che i bambini via via imparavano a gestire secondo le proprie intenzioni. Alla scoperta, dunque, è seguito il tentativo di controllo dei risultati da parte dei partecipanti.

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Questa attività, così come Arte in scatola, la variante progettata per le scuole medie in cui i ragazzi e le ragazze potevano utilizzare liberamente un set di strumenti prestabiliti per realizzare una propria opera astratta, ha messo in discussione il ruolo dell’educatore chiamato a condurre le attività. Proprio perché si tratta di due attività elementari dove il superamento delle regole precostituite e la gioia della scoperta autonoma sono da considerarsi come gli obbiettivi educativi più importanti, l’educatore deve riuscire a fare il necessario passo indietro lasciando che siano le suggestioni ottenute dalla visita della mostra a indicare le soluzioni espressive e a farne emergere di nuove.

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Proposte di laboratorio come queste rappresentano un esempio di come la semplificazione dei passaggi possa garantire lo spazio di libertà necessario al partecipante per esprimere la propria individualità e allo stesso tempo facciano emergere quei limiti (i pochi materiali a disposizione, il rispetto dell’ambiente di lavoro, il tempo prestabilito) che i bambini o i ragazzi possono esplorare con l’obbiettivo di forzarne le logiche attraverso ulteriori soluzioni creative.

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” in 5 capolavori

La mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, curata da Luca Massimo Barbero, permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta.
Le opere, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Oggi abbiamo selezionato 5 capolavori fra le opere imperdibili, esposte a Palazzo Strozzi fino al 24 luglio 2016.

Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden)

La vacanza in Sicilia dell’estate del 1924 fornisce a Paul Klee gli spunti per vari acquerelli, nei quali riesce a rendere il colore, la luce e l’atmosfera di una specifica area geografica, mentre delinea alcuni personaggi. Questo ritratto è una bonaria caricatura di due impeccabili signore del nord, con assurdi cappellini del tutto insufficienti a proteggerle dal forte sole mediterraneo. Il colore vivido e caldo, ora denso ora diluito, di consistenza quasi atmosferica è contenuto in contorni graficamente semplificati. La forma a cuore sul petto di Frau P. è un motivo ricorrente nell’opera di Klee, dove, a seconda de casi, rappresenta una bocca, un naso o un busto. Il motivo è considerato dall’artista il tramite tra il mondo organico e quello inorganico, poiché simbolizza forze vitali e nel contempo funge da “forma mediatrice tra il cerchio e il rettangolo”.

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Paul Klee, Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden), 1924, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Carmelo Guadagno

 

Max Ernst, Il bacio (Le Baiser)

Dalle descrizioni ironicamente cliniche di avvenimenti del periodo dada Max Ernst passa alla celebrazione della sessualità disinibita nelle sue opere surrealiste. Il suo legame e matrimonio con la giovane Marie-Berthe Aurenche nel 1927 gli ispirano probabilmente il soggetto erotico di questo e altri dipinti di quell’anno. Le principali linee che compongono quest’opera possono essere state determinate dalle tracce di una corda lasciata cadere sulla superficie preparatoria, procedimento conforme ai concetti surrealisti sull’importanza degli effetti casuali. Ernst tuttavia usa un sistema reticolare coordinato per riportare le sue configurazioni di corda sulla tela, sottoponendo così questi effetti casuali a una manipolazione consapevole. Il gruppo centrale a forma di piramide e il gesto dell’abbraccio della figura superiore ne Il bacio, hanno suggerito paragoni con composizioni rinascimentali, e in particolar modo con la Madonna e Sant’Anna di Leonardo da Vinci (Musée National du Louvre, Parigi).

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Max Ernst, Il bacio (Le Baiser), 1927, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Max Ernst, by SIAE 2016

 

Marcel Duchamp, Scatola in una valigia
L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise

Si tratta della prima di un’edizione de luxe di valigette da viaggio (Louis Vuitton), che raccoglie sessantuno riproduzioni di opere di Duchamp. Contiene un “originale”, una dedica a Peggy Guggenheim, che sostiene economicamente Duchamp in questa sua produzione, una miniatura del famoso orinatoio rovesciato, Fontana del 1917, e una riproduzione di un “ready-made rettificato” del 1919 della Gioconda di Leonardo da Vinci, con barba e baffi e l’iscrizione “L.H.O.O.Q.”. La sequenza delle lettere pronunciate in francese formano la frase “elle a chaud au cul”, decorosamente tradotta da Duchamp come “c’è il fuoco là sotto”.

width=A sinistra Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q. da Boîte-en-valise. A destra Marcel Duchamp, Scatola in una valigia (Boîte-en-valise), 1941, valigia di pelle contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle opere dell’artista con aggiunte a matita, acquerello e inchiostro, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di Sergio Martucci © Succession Marcel Duchamp, by SIAE 2016

 

Jackson Pollock, La donna luna

Paul Jackson Pollock nasce a Cody, Wyoming, il 28 gennaio 1912. Cresciuto tra l’Arizona e la California, nel 1928 inizia gli studi di pittura alla Manual Arts High School di Los Angeles. Nell’autunno del 1930 si reca a New York, dove studia all’Art Students League con Thomas Hart Benton, che lo incoraggerà durante tutto il decennio. Nei primi anni trenta Pollock è ormai a conoscenza delle pitture murali di José Clemente Orozco e Diego Rivera. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, dove si stabilisce definitivamente nel 1934. Tra il 1935 e il 1942 lavora per il Federal Art Project della Works Progress Administration e nel 1936 partecipa al Workshop di David Alfaro Siqueiros, sempre a New York. Nel 1943 Peggy Guggenheim non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria/museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947. Fino a metà anni quaranta si ravvisa in Pollock l’influenza di Pablo Picasso e del Surrealismo. In quegli anni partecipa a diverse mostre di arte surrealista e astratta, tra cui “Natural, Insane, Surrealist Art” ad Art of This Century, nel 1943, e “Abstract and Surrealist Art in America”, allestita da Sidney Janis alla Mortimer Brandt Gallery di New York nel 1944. A metà anni quaranta Pollock dipinge, invece, orami in maniera astratta. Nel 1947 emerge lo stile che lo caratterizzerà, quello del dripping, della pittura fatta colare direttamente sulla tela o schizzata grazie a vari utensili, come mestichini, bastoncini, lame. Nell’autunno del 1945 sposa Lee Krasner e si stabilisce a Springs, East Hampton, nei pressi di New York. Nel 1950 Peggy Guggenheim organizza la sua prima personale in Europa, al Museo Correr di Venezia. Nel 1952 ha luogo la sua prima retrospettiva al Bennington College, nel Vermont, organizzata da Clement Greenberg. Partecipa a diverse collettive tra cui, a partire dal 1946, quelle annuali al Whitney Museum of American Art di New York e, nel 1950, alla Biennale di Venezia.

Nonostante sia famoso in tutto mondo e le sue opere vengano esposte in molti paesi, Pollock non viaggerà mai al di fuori degli Stati Uniti. Muore in un incidente automobilistico a Springs l’11 agosto 1956. Come altri membri della New York School Jackson Pollock risente, nei suoi primi lavori, dell’influenza di Joan Miró e Pablo Picasso e fa proprio il concetto surrealista dell’inconscio come fonte d’arte. Alla fine degli anni ’30 Pollock introduce un linguaggio figurativo basato su figure totemiche o mitiche, segni ideografici e ritualismi interpretati come referenti di esperienze rimosse e memorie culturali della psiche. La donna luna rimanda all’impianto cromatico e alla composizione di Picasso. Il soggetto della donna luna, ricorrente in diversi disegni e dipinti dei primi anni ’40, può essere stato ispirato a Pollock da fonti diverse. In questo periodo molti artisti, tra cui gli amici William Baziotes e Robert Motherwell, sono influenzati dalle immagini elusive e allucinatorie di Charles Baudelaire e dei simbolisti francesi. Nel brano “Benefizi della luna”, nello “Spleen di Parigi”, Baudelaire si rivolge al “riflesso della temibile Divinità, fatidica madrina, nutrice venefica di tutti quanti i lunatici”. È possibile che Pollock conoscesse la poesia, ma è più verosimile che fosse pervaso dall’interesse per Baudelaire e i simbolisti, intenso in quel periodo.

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Jackson Pollock, La donna luna (The Moon Woman), 1942, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society, ARS, New York, by SIAE 2016

Alexander Calder, Luna gialla
Nell’autunno 1931 Calder crea i primi oggetti cinetici, o mobile, dotati di motori elettrici. Presto si rende conto che le sculture potevano muoversi da sole. In questo caso l’opera, sensibile alle correnti d’aria, oscilla spontaneamente. Secondo Calder “un mobile è una poesia che la gioia di vivere e la sorpresa fanno danzare”. Realizzato interamente a mano dall’artista, Luna gialla evoca uno spazio lontano, con stelle e pianeti orbitanti, dove la luna gialla controbilancia il cerchio rosso, probabile simbolo di un sole caldo. È probabile che sia stato ispirato da una visione commovente, su orizzonti contrapposti, di un sole nascente e una luna piena calante, cui Calder assiste su una nave mercantile al largo del Guatemala, nel 1922.

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Alexander Calder, Luna gialla, 1966, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012. Foto di David Heald © Calder Foundation New-York, by SIAE 2016

Fonte: www.guggenheim-venice.it

Il 2016 di Palazzo Strozzi: un anno di mostre

Il nostro 2016 si apre con l’ultimo periodo di apertura della mostra Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontanafino al 24 gennaio, dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani e internazionali. Bellezza divina raccoglie in sette sezioni quasi un secolo di arte sacra moderna, guardando ad essa come genere artistico ma anche come momento d’incontro e, talvolta di conflitto, tra artista e sentimento del sacro. A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani.

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Due, invece, le novità per la primavera. Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016, mostra che ricostruirà rapporti e relazioni tra arte europea ed americana, tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, nel segno delle figure di due grandi collezionisti americani: Peggy e Solomon R. Guggenheim. Il percorso espositivo affascinerà il pubblico con oltre cento capolavori spaziando dalle opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei tra cui Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme ai grandi dipinti e alle sculture delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Marc Rothko, Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly. Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York.

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La seconda anteprima è squisitamente contemporanea. Dal 22 aprile al 19 giugno gli spazi della Strozzina di Palazzo Strozzi ospiteranno una personale dedicata ad uno dei più originali ed attuali artisti cinesi: Liu Xiaodong. Tra pittura, disegno e fotografia, l’artista racconta i luoghi osservati e vissuti durante il periodo di residenza in Toscana, tra l’autunno 2015 e la primavera 2016, attraverso il contatto diretto con il paesaggio, gli abitanti e soprattutto con le comunità cinesi locali. Grazie al suo stile personale ed in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo, la mostra diverrà un’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli ma anche sul rapporto tra ambiente geografico ed ambiente culturale.

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In autunno, Palazzo Strozzi rilancia la propria missione sul contemporaneo con una grande mostra evento dedicata al celebre maestro internazionale dell’arte contemporanea: Ai Weiwei.

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La mostra si terrà a Palazzo Strozzi dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, testimonierà la forza e la vivacità della riflessione artistica dell’artista, posta in dialogo con la storia e l’architettura rinascimentale del palazzo. Ai Weiwei produrrà inoltre una serie di installazioni per Palazzo Strozzi, utilizzato per la prima volta come uno spazio espositivo unitario, unendo Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

Esposizione che vi introduciamo attraverso le parole di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi:

Da quasi un anno sto lavorando per portare a Palazzo Strozzi la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, uno delle più iconiche ed influenti personalità del nostro tempo. Il lavoro di Ai Weiwei, tra attivismo politico, autobiografia e ricerca formale, ci parla di temi importanti in modo potente e diretto, utilizzando strumenti e linguaggi artistici a cavallo tra Oriente ed Occidente. Ospitare una simile retrospettiva qui a Firenze significa pensare alla città come ad una moderna capitale culturale, non soltanto legata alle vestigia del proprio passato ma finalmente in grado di partecipare in modo attivo all’avanguardia artistica del nostro tempo”.