Ultimi giorni “Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim”

Restano ancora pochi giorni per visitare a Palazzo Strozzi  Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, un viaggio nell’arte nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

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Visitabile fino a domenica 24 luglio, la mostra ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, permettendo un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Attraverso dipinti, sculture, incisioni e fotografie provenienti dalle collezioni Guggenheim di New York e Venezia, nonché da alcuni musei e collezioni private, la mostra costituisce una testimonianza straordinaria dell’attività collezionistica di Peggy e Solomon R. Guggenheim nonché un’occasione unica per ammirare i capolavori che hanno definito il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.

Tra le opere esposte ci sono la monumentale tela di Kandinsky Curva dominante (1936), che Peggy vendette durante la guerra (una delle “sette tragedie della sua vita di collezionista”); Il bacio (1927) di Max Ernst, manifesto dell’arte surrealista e immagine copertina della mostra alla Strozzina nel 1949; lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon, opera raramente esposta fuori da Venezia e che Peggy Guggenheim teneva appesa nella propria camera da letto; grandi capolavori dell’Espressionismo astratto americano come Risplendente (1958) di Sam Francis e della pittura Color-Field e Post Painterly Abstraction come Miscuglio di grigio (1968-1969) di Frank Stella; la grandiosa opera Preparativi (1968) di Roy Lichtenstein, in cui l’artista pop, attraverso il tipico stile che rimanda al fumetto, propone una denuncia della guerra in Vietnam.

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Una mostra che vi lascerà lo stupore negli occhi!
Per non perdervi queste meraviglie, l’orario della mostra è tutti i giorni inclusi i festivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00, ed il giovedì dalle ore 10.00 alle ore 23.00. Se invece volete evitare qualsiasi coda ed entrare direttamente in mostra, al link troverete la procedura per l’acquisto online del biglietto.

Buona mostra a tutti!

“Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim” altri 5 capolavori

La mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, curata da Luca Massimo Barbero, permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta. Le opere, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Vi avevamo già segnalato cinque capolavori fra le opere imperdibili, esposte a Palazzo Strozzi fino al 24 luglio 2016, a grande richiesta ve ne proponiamo altri cinque.

Vasily Kandinsky, Verso l’alto (Empor)

Vasily Kandinsky ottiene l’effetto di un’energia che si leva verso l’alto agganciando le forme tra loro e bilanciandole ai lati di una linea verticale continua. Forme geometriche e semicerchi in quest’opera si compongono in una struttura sospesa in un fondo di ricco color turchese e verde. Un semicerchio è delicatamente appoggiato alla base appuntita, un’altra forma semicircolare, slittando lungo il diametro verticale, supera il semicerchio più grande per invadere lo spazio al di sopra. Un disegno lineare nell’angolo superiore destro di questa tela fa eco alla spinta verticale del motivo centrale. La configurazione ricorda la lettera E, come la forma nera ritagliata nella base del motivo centrale. Queste forme possono essere intese sia come puri motivi grafici, sia come ammiccanti allusioni all’iniziale di Empor, il titolo originale del dipinto. Il carattere fisionomico testimonia l’associazione al Bauhaus di Dessau di Kandinsky con gli altri artisti del Blaue Vier, Paul Klee e Alexej Jawlensky. Nel 1929 Jawlensky espone, in una mostra del Blaue Vier, sedici teste astratte che offrono a Kandinsky il modello per grandi volti astratti, composti di piani geometrici di colore non naturalistico, nei quali i lineamenti erano definiti con segmenti marcati. Tuttavia, il metodo di lavoro di Kandinsky è più vicino a quello di Klee, che partiva da forme scelte a intuito, che gradualmente arrivavano a suggerire corrispettivi nel mondo naturale. Diverso era il metodo di Jawlensky, che partiva da un modello reale per elaborarne l’astrazione.

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Vasily Kandinsky, Verso l’alto (Empor), ottobre 1929, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald

 

Arshile Gorky, Senza titolo

Arshile Gorky passa gran parte del 1944 ad Hamilton, Virginia, dove esegue diversi disegni, molti dei quali concepiti come studi preliminari per quadri. Quest’opera è preceduta da un tale studio, un disegno senza titolo del 1944, a essa strettamente collegato, che ne espone i motivi, la loro disposizione nella composizione e la distribuzione del colore. L’adesione entusiasta di Gorky all’ambiente naturale della Virginia rurale infonde al suo lavoro libertà espressiva. In questa tela compaiono allusioni paesaggistiche; il fondo bianco è uniforme, ma è vuoto all’estrema sommità della tela, e suggerisce un pezzetto di cielo, mentre la “terra”, sotto, pullula di forme vegetali e di colori di fiori. La tecnica del colore sgocciolato diluito con acquaragia, suggeritagli da Matta, produce una chiara idea di gravità. Le tecniche e la tematica del Surrealismo influenzano lo sviluppo del linguaggio di Gorky, che esprime in forme libere, organiche, vitalmente curvilinee. Enfatizzando il potenziale espressivo autonomo di linea, forma e colore, Gorky anticipa i modi dell’Espressionismo astratto.

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Arshile Gorky, Senza titolo, estate 1944, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © Arshile Gorky by SIAE 2016.

 

Francis Bacon, Studio per scimpanzé

Francis Bacon, conosciuto soprattutto per le sue figure umane alienate e spesso mostruosamente distorte, realizza almeno una dozzina di tele che hanno per soggetto animali. Dipinge raramente dal vero, preferendo lavorare da fotografie. Affascinato dalla sconcertante affinità tra la scimmia e l’uomo, li mette a confronto per la prima volta nel 1949. Come i soggetti umani, così gli animali ci sono mostrati in ritratti in posa o istantanee, in cui appaiono passivi, urlanti o deformati da contorsioni. Lo scimpanzé della Collezione Peggy Guggenheim è rappresentato con relativa benevolenza, sebbene l’immagine indistinta, che testimonia l’interesse di Bacon per il movimento colto al volo, per gli effetti della fotografia e del cinema, renda difficile interpretarne la posa e l’espressione. Nel tipo e nella modalità della composizione richiama i dipinti di scimmie realizzati negli anni’50 da Graham Sutherland, con il quale Bacon stringe amicizia nel 1946. L’intelaiatura geometrica appena percettibile permette a Bacon di “vedere” meglio il soggetto, mentre la monocromia del fondo crea un contrasto deciso che aiuta a definirne la forma.

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Francis Bacon, Studio per scimpanzè, marzo 1957, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. Foto di David Heald © The Estate of Francis Bacon / All rights reserved / by SIAE 2016

 

Mark Rothko, Senza titolo (Rosso

Con la fine degli anni quaranta Rothko dipinge opere pienamente astratte, andando a contribuire allo sviluppo della pittura Color-field, caratterizzata da ampie superfici di colore. In Senza titolo (Rosso) il nero e il rosso saturi diventano entità dominanti fluttuando in forme rettangolari. Attraverso questi campi bidimensionali ricchi di colore l’artista traduce stati universali dello spirito, alludendo principalmente alla tragicità della condizione umana.

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Mark Rothko, Senza titolo (Rosso), 1968, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012. Foto di David Heald © Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / ARS, New York, by SIAE 2016

 

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese

Negli ultimi anni della sua carriera artistica Fontana è sempre più interessato all’allestimento della sua opera nelle molte mostre a lui dedicate in tutto il mondo, così come dell’idea di purezza raggiunta nelle sue ultime tele bianche. Ciò è evidente nella Biennale di Venezia del 1966, dove l’artista progetta un ambiente per le sue opere, e alla Documenta di Kassel del 1968. Fontana muore a Comabbio, Varese, il 7 settembre 1968.

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Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Donazione, Fondazione Lucio Fontana. Foto di David Heald © Fondazione Lucio Fontana, Milano, by SIAE 2016

Luca Massimo Barbero: il punto di vista del curatore

1) Perché questa mostra è un evento irripetibile e unico?

Nello svolgersi e maturare della storia dell’arte relativa a quello che chiamiamo “secolo breve” – il XX secolo – alcune opere si presentano come germinali, centrali alla focalizzazione, forse alla presentazione, di quel momento così ricco, complesso, eterogeneo e originale. Molte di queste opere, che potremmo definire “cardine” della nascita delle avanguardie del Novecento, sono note al grande pubblico. Raramente si trovano però esposte una accanto all’altra in un “racconto possibile” di quella che, in questa occasione fiorentina, è il racconto delle collezioni Guggenheim e delle avanguardie europee e americane, affiancate a ritmo serrato. Questa è soprattutto un’occasione preziosa per poter vedere il grande sviluppo e la maturazione dell’arte del secondo dopoguerra che solo recentemente si sta celebrando internazionalmente e che da quelle avanguardie d’inizio secolo ha avuto origine. La possibilità di poter scoprire contemporaneamente la straordinaria Bôite-en-valise di Marcel Duchamp dedicata a Peggy Guggenheim insieme a Curva dominante di Vasily Kandinsky, capolavoro appartenente al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, Paul Klee, Giorgio de Chirico ma anche Lucio Fontana, Jean Dubuffet insieme a Robert Motherwell, Mark Rothko ed ancora Cy Twombly, fornisce, sala per sala, uno spaccato unico dell’arte dei due continenti in una fitta serie di assonanze, contrasti, stimoli e approfondimenti. Riunire insieme un così alto numero di opere cardine, emblematiche dello sviluppo artistico di quegli anni, è sicuramente raro ed è la prima volta che si costruisce un confronto continuo tra le avanguardie europee e quelle americane in un crescendo cronologico di movimenti di ricerca, che si rivelerà sorprendente e vitale per il pubblico durante tutto lo sviluppo della mostra.

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Il curatore Luca Massimo Barbero e l’opera di Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965, New York, Fondazione Solomon R. Guggenheim. Donazione, Fondazione Lucio Fontana.

 

2) Qual è l’idea nuova da cui muove la rassegna rispetto alle collezioni Guggenheim?

La mostra è costruita sulla nuova idea di esporre, sala dopo sala, in uno sviluppo appunto serrato e scientificamente filologico, un racconto che è possibile “costruire” solamente con la storia e le vicende legate alle singole opere delle collezioni Guggenheim. Così viene presentata l’unicità delle vicende della vita di collezionista e mecenate di Peggy, insieme alla storia, ancora poco nota in Italia, di Solomon e dei musei Guggenheim stessi. Viene presentato poi in modo inedito il ruolo della consulente e prima direttrice del Guggenheim a New York, la baronessa Hilla Rebay, artista e critica centrale per la ricerca, promozione e salvaguardia delle avanguardie europee legate all’astrazione, razionalismo, neoplasticismo e modernismo. Unire queste vicende in un’unica esposizione ha significato poter dare al pubblico una nuova possibile idea e interpretazione di collezioni in sviluppo, in crescita e sempre in evoluzione.

 

3) Qual è il fil rouge che accompagna il percorso espositivo?

Oltre al criterio scientifico appunto, si è costruito un percorso che suggerisce più letture, approfondimenti, dalla storia dell’arte, all’attenzione alle biografie degli artisti, sino al loro rapporto con i mecenati e collezionisti Guggenheim, i direttori del museo di New York, costruendo così una sorta di stratigrafia dove il visitatore, di volta in volta, e a seconda delle sue curiosità, può “leggere” le opere sempre in modo diverso. Sono questi racconti quasi intimi dei lavori in mostra che costituiscono il filo, la narrazione dell’intero percorso. Le opere “raccontano la loro storia” al pubblico e sono sempre storie appassionanti. Penso al rapporto di Peggy Guggenheim con Giacometti, la cui scultura apre l’esposizione, e l’amicizia che la legava a Alexander Calder, e il suo amore per scultori italiani come Pietro Consagra e Mirko che il pubblico riscoprirà insieme ai grandi nomi come Rothko, Hans Hofmann, Frank Stella o Alberto Burri. Di contro l’importanza di Solomon Guggenheim e la Rebay nei confronti di Kandinsky, di cui collezionano capolavori, costruendo una sezione del museo intorno alla sua ricerca. E ancora l’amore per il razionalismo e le avanguardie europee da parte di Rebay, con opere rare di Gabo, Van Doesburg (la cui moglie Nellie sarà amica e suggerirà a Peggy molte opere per la collezione). Il museo newyorchese poi prosegue negli anni con la missione di proporre l’arte contemporanea europea: emblematica quindi la presenza di Dubuffet, con alcuni suoi lavori fondamentali, che sottolineeranno la fortuna critica dell’autore francese molto amato dal pubblico americano. Dunque sono le “biografie”, le storie delle opere con il loro vissuto, i loro trascorsi, spesso nascosti ai più, il filo conduttore di questo racconto per immagini.

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Il curatore Luca Massimo Barbero durante l’allestimento della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

 

4) Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi di una stagione entusiasmante dell’arte del Novecento. Perché i loro nomi sono ancora tanto iconici, così presenti nel nostro immaginario?

La mostra si muove appunto presentando questi protagonisti. Collezionisti, fondatori di musei ma in primis grandi appassionati dell’arte del XX secolo intesa come il mezzo per poter costruire una nuova idea di conoscenza, di cultura visiva. Entrambi concepiscono la loro avventura come un percorso destinato al pubblico, dedicato al far conoscere meglio le avanguardie, le radici fondamentali dell’arte allora contemporanea. Solomon R. Guggenheim, con la sua straordinaria raccolta, arricchitasi nei decenni, costruisce la base di un vero compendio delle avanguardie dell’astrazione partendo principalmente dai grandi protagonisti europei. Peggy Guggenheim di contro costruisce una sorta di vita a contatto diretto con la sorgente delle avanguardie che le sono contemporanee, tanto da esserne parte e, in alcuni casi, motivarle, renderle possibili, crescerle e promuoverle. Un altro punto che caratterizza la focalizzazione dell’immaginario collettivo è sicuramente la forza e l’impatto che l’edificio del Guggenheim di New York ha avuto e continua ad avere. Creato per Solomon da Frank Loyd Wright il museo si è subito connotato per la sua originalità e unicità divenendo attraverso gli anni un punto centrale del paesaggio newyorchese e immediatamente internazionale, sintomatico di avanguardia, modernità, curiosità. Come controcanto Peggy rappresenta per infinite generazioni, sino alle più recenti, l’ideale di mecenate contemporaneo giunta a una insolita perfezione di quello che identifichiamo il rapporto “arte e vita”, riuscendo in modo unico a percorrere, vivere e raccogliere le più entusiasmanti esperienze artistiche del suo tempo. La sua casa veneziana è anch’essa un punto di riferimento imprescindibile nel panorama che i visitatori della Serenissima percorrono. I Guggenheim hanno creato un punto eccellente di incontro tra l’approfondimento, la conservazione e valorizzazione delle opere e l’immagine tutt’oggi attiva delle loro passioni, della volontà di poter esporre al pubblico una possibile idea delle avanguardie e dell’arte contemporanea di cui oggi possiamo ritenerli rappresentativi.

 

5) Venezia, Firenze, New York. E non solo. Che viaggio artistico suggerisce questa mostra?

La mostra è costruita come un viaggio, una sorta di andata e ritorno intorno alle opere, alle biografie e alle storie delle collezioni. Il pubblico viene accolto dai maestri che operano tra le due guerre, da De Chirico che appunto dipinge nella “sua” Ferrara, a Kandinsky e Klee che raccontano delle avanguardie russe tedesche e poi francesi sino a Gabo che già nel 1946 si trasferì negli Stati Uniti. Così di questo viaggiare delle opere d’arte e dei mecenati Guggenheim è emblematica appunto la Bôite-en-valise di Duchamp dove l’artista decide di “riunire” tutte le opere eseguite sino ad allora (siamo agli inizi della seconda guerra mondiale) per rendere trasportabile la loro storia. Peggy lasciando l’Europa, più che simbolicamente, con la sua collezione, riunendo e rendendo possibile la fuga dall’orrore del conflitto di molti artisti e intellettuali europei, “traghetta” le avanguardie del Vecchio continente nel Nuovo formando nuove generazioni. Ritornata in Europa immediatamente dopo la fine della guerra con la sua collezione crea terreno nuovo e vitale per le generazioni di artisti. È così che nel 1949, in occasione della mostra organizzata alla Strozzina, Firenze diviene punto centrale dell’esposizione di questa collezione che letteralmente presenta al pubblico un “mondo nuovo”, rivoluzionando i costumi, gli stili e le scuole che sino ad allora costituivano il panorama italiano, Ancora una volta un viaggio nella storia dell’arte del XX secolo.

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Il curatore Luca Massimo Barbero e l’opera di Alexander Calder, Gong rossi gialli e blu (Triplice gong), 1951, Venezia, Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale di Arte Moderna, Cà Pesaro.

Luca Massimo Barbero, curatore della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

Speciale ultimi giorni di “Bellezza divina”

Si avvia al termine la mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana inaugurata lo scorso 24 settembre a Palazzo Strozzi. Domenica 24 gennaio sarà infatti l’ultimo giorno disponibile per poter visitare l’esposizione dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento.

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In occasione degli ultimi giorni di apertura, da giovedì 21 a domenica 24 gennaio, l’orario di Bellezza divina sarà eccezionalmente prolungato fino alle ore 23:00, con ultimo ingresso alle ore 22:00. Se desiderate evitare la coda, è possibile acquistare online il biglietto ed entrare direttamente in mostra.

Da non perdere le seguenti visite guidate ufficiali dedicate ai singoli visitatori:

giovedì 21 gennaio alle ore 17.00;
sabato 23 gennaio alle ore 16.00;
giovedì 21, venerdì 22, sabato 23 e domenica 24 gennaio alle ore 21.00.
Prenotazione obbligatoria tel. 055 2469600.

La mostra chiude nel segno del successo superando già oggi i 155.000 visitatori e rappresentando un forte richiamo per gli appassionati d’arte che possono visitare un’esposizione del tutto inedita nel suo genere. Curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, la mostra nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e i Musei Vaticani inserendosi nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, tenutosi a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015.

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Attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse, i visitatori sono guidati attraverso un secolo di arte sacra moderna. Le opere in mostra possono essere liberamente fotografate dai visitatori, grazie a questo Bellezza divina ci sorprende per l’innumerevole quantità di immagini, che seguendo l’hastag #BellezzadivinaFi, possono essere visualizzate sui canali social.

Non ci rimane che invitarvi a Palazzo Strozzi in occasione degli ultimi giorni di mostra!

 

 

Il sacro e il moderno. Da Segantini a Vedova

«Che i figli delle viscere tue siano belli per l’amore, forti per la lotta, intelligenti per la vittoria. Sono queste le parole che lo spirito dell’idealità della vita sussurra nell’orecchio della vergine». Quasi non si nota quest’iscrizione fra il groviglio di segni che generano un’atmosfera fosca e insieme brulicante di vita nel disegno con l’Annunciazione di Giovanni Segantini, una delle opere che passa più inosservata accanto a tante immagini piene di colore sul percorso espositivo di Bellezza divina. Per chi si sofferma incuriosito da come l’artista ha risolto l’iconografia tradizionale dell’incontro fra l’angelo – lo “spirito dell’idealità della vita” come lo chiama Segantini in una lettera ad un amico – e la Vergine, e cioè in un passaggio di fluido vitale attraverso le loro teste combacianti, non desteranno minori interrogativi quelle insolite parole sussurrate e inscritte sul muricciolo di divisione dell’hortus conclusus sacro, dietro la Vergine. Insieme ad altri particolari enigmatici, come il rapace che tiene sospesa in aria una figura umana o la locomotiva che fende il paesaggio, creano un ambiente singolare per il tema dell’Annunciazione, immaginato dal più celebre dei divisionisti italiani come copertina della prima traduzione italiana di Così parlò Zarathustra. Niente di meno religioso e confessionale per un artista che sentiva una spiritualità immensa e laica, infusa nella natura grandiosa delle Alpi dove trascorse buona parte della sua vita e che lo indusse a scegliere l’Annunciazione come un evento simbolico di un messaggio universale al centro delle filosofie idealiste e simboliste della sua epoca.

Un’opera esemplare quindi dei contenuti di questa esposizione dedicata al tema sacro al pari di altri generi (ad esempio il ritratto, il paesaggio, la storia) durante un secolo moderno (dal 1850 al 1950 circa), non necessariamente quindi per adesione ai principi religiosi, o tanto meno per committenza ecclesiastica – questo è un secolo anzi che vide tanti momenti bui, d’incomprensione e scarsi rapporti fra artisti e Chiesa ufficiale.

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Giovanni Segantini, L’Annunciazione del nuovo Verbo, 1896, Sankt Moritz, Segantini Museum

Attraversando le sale scopriremo tante scelte iconografiche e tante rese stilistiche in piena sinergia con i linguaggi artistici della modernità e non necessariamente frutto di devozione, magari invece declinate secondo sentimenti, esperienze e significati contemporanei.

Glyn Philpot sulla stessa parete breve dove s’incontra il disegno di Segantini, propone il tema dell’Annunciazione come traslato moderno, addirittura interattivo. La sua invenzione colpisce poiché ci immerge nell’evento, nelle vesti della protagonista in serrato dialogo con quell’angelo – che ha catturato l’immaginazione di Virgilio Sieni scegliendo di dedicargli uno dei più intensi quadri di danza in Dolce vita, spettacolo ispirato alla mostra. Ci osserva etereo nei suoi tratti all’antica, da Veronese a Lotto, secondo il ritorno alla tradizione allora da molti adottato,  ma con lo sguardo smarrito perché caduto nella modernità di un ambiente inglese degli anni Venti, nel quale si rispecchia il nostro stato d’animo di involontari protagonisti, ancora smarriti davanti ai misteri della vita.

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Glyn Warren Philpot, L’angelo dell’Annunciazione, 1925, Brighton and Hove, The Royal Pavilion & Museums

Stanley Spencer è un altro artista d’oltremanica che negli stessi anni pone gli eventi religiosi nel proprio tempo e nel proprio spazio: Cookham, la cittadina natia nei dintorni di Londra, per tutta la vita protettivo paradiso terrestre intaccato solo dal disincanto della guerra. A quell’epoca risalgono i due quadri esposti, L’entrata di Cristo in Gerusalemme e L’Ultima cena entrambi del 1920.  Il villaggio inglese accoglie straordinarie riletture della vita di Cristo in moderni travestimenti: al posto delle ridenti aiuole di un tempo una strada precipitata dalla prospettiva franta e un interno che comprime la mensa dei dodici apostoli resi in toni cromatici caldi o freddi, comunque bassi, risentono del dramma della guerra e dello stato d’animo ferito; e traducono in una scena quotidiana i temi sacri secondo i pensieri democratici cristiani degli ambienti laburisti frequentati al tempo da  Spencer.  Il linguaggio aggiornato, sintetico e bidimensionale come quello di Gauguin e dei sintetisti, geometrico sull’eco delle avanguardie, diventa il mezzo allusivo alla trasposizione moderna dei fatti religiosi.

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A sinistra: Stanley Spencer, L’entrata di Cristo in Gerusalemme, 1920, Leeds, Leeds Museums and Galleries; a destra: Stanley Spencer, L’Ultima cena, 1920, Cookham, Stanley Spencer Gallery

Ancora nel secondo dopoguerra l’immaginario sacro e in specie i momenti più intensi e drammatici della Passione di Cristo, dalla Via Crucis alla Crocefissione, tornavano ad offrirsi non solo a metafore dell’oltraggio recente subito dall’umanità, ma, proprio per il valore universale di quei fatti, come ambiente di sperimentazione dello spazio e delle potenzialità espressive di forme, linee, colore. Lucio Fontana in una delle opere più alte che accoglie la mostra, tre stazioni della Via crucis bianca (1955-56), eseguita per una cappella disegnata da Marco Zanuso a Milano, raggiunge il delicato e intenso momento di passaggio dalla figurazione all’astrazione. Le brevi superfici ceramiche accolgono quindi una rivoluzione linguistica: la materia si muove in multiformi spessori; chi vi ha visto “l’espressione di un dolore sanguinante” che si impenna in rilievi a tutto tondo fino poi a implodere, sprofondare, fino a rarefarsi in semplici segni dipinti. A guardar meglio le linee nere che segnalano il suolo nascondono ferite slabbrate della materia, allusione ad una vita ulteriore, premessa in nuce ai tagli.

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Lucio Fontana, Via Crucis (Stazioni II,III,XIII), 1955-1956, Milano, Museo Diocesano

Della stessa aspirazione alla pura astrazione vive la Crocefissione in ceramica di Fontana che insieme a quelle dipinte da Graham Sutherland e Emilio Vedova rappresentano la metafora di tutti gli oltraggi, come diceva Guttuso, e l’ultimo traguardo dell’immaginario artistico nella prima metà del Novecento. I colori si riducono e il segno acquista una sua autonomia espressiva nel misurarsi con la potenza del dramma della Crocifissione. «Nel 1953 mi scoppia il “Ciclo della protesta” in un crescendo di tensione e di forza inesauribile» esclamava Vedova. Non c’è nessuna protesta blasfema nel titolo scelto per la serie di cui fa parte la nostra Crocifissione contemporanea. Piuttosto vi prende forma l’impegno morale dell’artista in un mondo in conflitto, un’epoca in cui se la croce ha chiari connotati allusivi cocenti, può diventare anche un segno emblematico al centro dei cruciali dibattiti fra astrazione e figurazione.

width=A sinistra: Lucio Fontana, Crocifissione, 1951, Collezione privata; a destra: Emilio Vedova, Crocifissione Contemporanea – Ciclo della protesta n. 4, 1953, Roma, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Durante l’Ottocento era stato Van Gogh a spingere la capacità espressiva del segno-colore, aderendo a una sorta di vangelo dell’arte radicato nella natura e preferito alla tentazione di identificazioni superstiziose di se stesso con il sacro, ritenute aberrazioni religiose. Tuttavia non a caso l’acuirsi della disperazione emotiva verso l’epilogo della sua esistenza, lo ricondusse ai soggetti religiosi. La mostra accoglie la Pietà dei Musei Vaticani, un piccolo capolavoro, mirabile riprova per la straordinaria potenza immaginifica della pennellata che senza distinzioni accomuna e immerge la scena sacra nella natura. La Mater dolorosa come il Figlio esangue raccolgono le estreme lacerazioni interiori dell’artista e la sua mai sopita ricerca espressiva del colore: al fratello Theo scriveva di aver sottolineato l’ombra che investe il morto e il pallore chiaro della dolente «contrasto che fa sì che le due teste sembrino un fiore scuro e un fiore pallido avvicinati insieme per valorizzarsi».

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Vincent van Gogh, Pietà (da Delacroix), 1889 circa, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Collezione d’Arte Contemporanea

Gli artisti moderni si confermano interpreti e animatori di profondi significati che investono e rinnovano i contenuti del repertorio religioso che da sempre è stato soggetto privilegiato delle arti.

Anna Mazzanti, curatrice della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

 

 

Il 2016 di Palazzo Strozzi: un anno di mostre

Il nostro 2016 si apre con l’ultimo periodo di apertura della mostra Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontanafino al 24 gennaio, dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani e internazionali. Bellezza divina raccoglie in sette sezioni quasi un secolo di arte sacra moderna, guardando ad essa come genere artistico ma anche come momento d’incontro e, talvolta di conflitto, tra artista e sentimento del sacro. A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani.

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Due, invece, le novità per la primavera. Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi dal 19 marzo al 24 luglio 2016, mostra che ricostruirà rapporti e relazioni tra arte europea ed americana, tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, nel segno delle figure di due grandi collezionisti americani: Peggy e Solomon R. Guggenheim. Il percorso espositivo affascinerà il pubblico con oltre cento capolavori spaziando dalle opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray e dei cosiddetti informali europei tra cui Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme ai grandi dipinti e alle sculture delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Marc Rothko, Wilhelm de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly. Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York.

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La seconda anteprima è squisitamente contemporanea. Dal 22 aprile al 19 giugno gli spazi della Strozzina di Palazzo Strozzi ospiteranno una personale dedicata ad uno dei più originali ed attuali artisti cinesi: Liu Xiaodong. Tra pittura, disegno e fotografia, l’artista racconta i luoghi osservati e vissuti durante il periodo di residenza in Toscana, tra l’autunno 2015 e la primavera 2016, attraverso il contatto diretto con il paesaggio, gli abitanti e soprattutto con le comunità cinesi locali. Grazie al suo stile personale ed in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo, la mostra diverrà un’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli ma anche sul rapporto tra ambiente geografico ed ambiente culturale.

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In autunno, Palazzo Strozzi rilancia la propria missione sul contemporaneo con una grande mostra evento dedicata al celebre maestro internazionale dell’arte contemporanea: Ai Weiwei.

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La mostra si terrà a Palazzo Strozzi dal 22 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, testimonierà la forza e la vivacità della riflessione artistica dell’artista, posta in dialogo con la storia e l’architettura rinascimentale del palazzo. Ai Weiwei produrrà inoltre una serie di installazioni per Palazzo Strozzi, utilizzato per la prima volta come uno spazio espositivo unitario, unendo Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

Esposizione che vi introduciamo attraverso le parole di Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi:

Da quasi un anno sto lavorando per portare a Palazzo Strozzi la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, uno delle più iconiche ed influenti personalità del nostro tempo. Il lavoro di Ai Weiwei, tra attivismo politico, autobiografia e ricerca formale, ci parla di temi importanti in modo potente e diretto, utilizzando strumenti e linguaggi artistici a cavallo tra Oriente ed Occidente. Ospitare una simile retrospettiva qui a Firenze significa pensare alla città come ad una moderna capitale culturale, non soltanto legata alle vestigia del proprio passato ma finalmente in grado di partecipare in modo attivo all’avanguardia artistica del nostro tempo”.

Cinque motivi per visitare “Bellezza divina”, di Ludovica Sebregondi

1)     UNA MOSTRA NUOVA E ORIGINALE
È una mostra nuova, originale, che non è mai stata fatta, dedicata a come gli artisti hanno affrontato il tema del sacro tra metà Ottocento e metà Novecento. Quando si parla di un’esposizione di arte sacra si suppone che accolga le espressioni artistiche dal Rinascimento al Barocco, non che sia dedicata a un periodo vicino a noi. Una mostra innovativa su un genere artistico, quello “dell’arte sacra”, in cui vengono proposte anche opere che hanno fatto discutere all’epoca della loro esecuzione, come la Madonna II di Munch. Ma, poiché l’esposizione nella parte centrale ripercorre le vicende della vita di Cristo, è una rassegna che può anche essere letta come una sorta di straordinario “catechismo per immagini”, in un singolare amalgama di espressioni figurative corrispondenti ai diversi temperamenti degli artisti e alle contingenze culturali e politiche in cui si trovarono a operare. Opere diversissime, di momenti anche lontani tra loro che, esposte le une accanto alle altre, divengono spunto per riflessioni. È inoltre una mostra di grande importanza per gli studenti, che vi possono leggere in filigrana (e anche ripercorrere parallelamente alla grande storia dell’arte) vicende di un periodo storico difficile, che parte dall’Italia unita e arriva fino ai momenti più drammatici del “secolo breve”.

2)     RIUNISCE CAPOLAVORI DA MANUALE DI STORIA DELL’ARTE
È una mostra di capolavori di famosissimi artisti internazionali, con prestiti eccezionali, come l’Angelus di Millet, a cui nell’allestimento del Musée d’Orsay è stata riservata una posizione fondamentale e centrale e che incarna nell’immaginario collettivo l’idea stessa di preghiera; la Crocifissione bianca di Chagall dall’Art Institute of Chicago, quadro preferito da papa Francesco; le delicatissime Stazioni della Via Crucis di Lucio Fontana del Museo Diocesano di Milano; la Crocifissione di Renato Guttuso della Galleria d’Arte moderna di Roma, solo per citarne alcune. Tutte opere utilizzate per illustrare i manuali di storia dell’arte, e sarà possibile ammirarle insieme, nelle stesse sale e in dialogo. Bisognerebbe intraprendere molti viaggi per poterle vedere tutte, fare molte code nei musei, e alcune non sarebbe proprio possibile ammirarle perché vengono da ambienti appartati (abbazie, case di riposo, conventi) o da collezioni private.

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3)     PERMETTE DI SCOPRIRE ARTISTI OGGI MENO NOTI
L’esposizione permette di riscoprire artisti oggi meno noti ma che hanno avuto fama in passato, come alcuni che recentemente sono stati oggetto di studi che li hanno riproposti all’attenzione del grande pubblico quali Stanley Spencer, Giuseppe Montanari, Glyn Warren Philpot, Pietro Bugiani. La mostra pone un particolare accento su quegli artisti (Gino Severini, Maurice Denis, Georges Rouault, Tullio Garbari, tra gli altri) il cui impegno creativo non è disgiunto da un coinvolgimento etico e spirituale e che si sarebbe configurato in militanza anche al di fuori della Chiesa istituzionale. Per Denis, ad esempio, fondamentali furono le questioni dell’autonomia artistica nel rispetto delle iconografie tradizionali, e della comunicatività dell’opera di tema sacro, che doveva necessariamente scaturire dall’esperienza personale e profonda dell’artista.

4)     CONSENTE UN DIALOGO INTERRELIGIOSO
La rassegna vede accostate espressioni artistiche che consentono un dialogo interreligioso, come la Crocifissione bianca di Chagall, artista di fede ebraica; l’Annunciazione di Vittorio Corcos, convertitosi dalla religione ebraica al cattolicesimo. Inoltre sono esposte opere di autori di formazione protestante, come Vincent van Gogh e Edvard Munch, Stanley Spencer, o Glyn Warren Philpot, convertitosi al cattolicesimo. Picasso, pur dichiaratamente ateo, ha affrontato più volte il tema della Passione, ed è presente in mostra con una Crocifissione giovanile che ha donato egli stesso al Museo di Barcellona che porta il suo nome.

5)     AMMIRARE DIECI OPERE RESTAURATE PER L’OCCASIONE
La mostra rappresenta l’occasione per ammirare dieci opere appositamente restaurate (ed è da sottolineare l’importanza che assume il restauro di opere appartenenti a istituzioni che spesso non potrebbero affrontare spese ingenti): prima tra tutte la monumentale tela dei Maccabei di Antonio Ciseri della chiesa di Santa Felicita a Firenze, ma anche Il Redentore di Giuseppe Catani Chiti della basilica di San Francesco a Siena; L’Annunciazione di Vittorio Corcos del Convento di San Francesco a Fiesole; l’imponente e drammatico Figliol prodigo di Arturo Martini della Casa di Riposo “Jona Ottolenghi” di Acqui Terme; la Crocifissione di Primo Conti del convento di Santa Maria Novella; il San Sebastiano di Gustave Moreau del Musée Gustave Moreau di Parigi; l’Annunciazione di Gaetano Previati della Galleria d’Arte Moderna di Milano; il Grande cardinale di Manzù di Ca’ Pesaro a Venezia.

Ludovica Sebregondi, curatrice della mostra e della Fondazione Palazzo Strozzi

Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/bellezzadivina

DANZA E SPIRITUALITÀ: Virgilio Sieni a confronto con la mostra Bellezza divina

Il coreografo Virgilio Sieni si confronta con le opere della mostra di Palazzo Strozzi attraverso una riflessione personale, suggestiva ed evocativa che mette a confronto cinque opere della mostra e altrettanti momenti dello spettacolo Dolce vita (Firenze, CANGO, dall’11 al 20 dicembre 2015). Attraverso codici formali ed espressivi intrinseci ma consonanti, arte e danza spesso raffigurano e interpretano episodi dei racconti evangelici già fondamento di un’iconografia millenaria. Nelle coreografie di Sieni, ricche di riferimenti pittorici e suggestioni iconografiche, il linguaggio del corpo e la potenza del gesto rappresentano forme e figure fortemente simboliche, alludendo al senso profondo del sacro e dell’umano.

ANNUNCIO: Messaggero indicibile di eventi, l’angelo senza epoche di Philpot si adagia nel corpo presente del danzatore: esso ci guarda con occhi tangenti alla vita, si tuffa letteralmente nella natura.

width=CROCIFISSIONE: Il concetto spaziale di Fontana emerge nella imprevedibile diffusione di energie e canali scavati nella materia. La figura sembra una conseguenza di una catena di gesti prima meditati e poi e lasciati andare. Nella Crocifissione di Dolce vita i danzatori sono meteore che si raggrumano per slanci e segni che ne mutano le sembianze.

width=DEPOSIZIONE: Il gesto del san Paolo di Morelli lascia intravedere la gravità immersa nel dettaglio di luce che dà forma all’umanità: così nella Deposizione di Dolce vita i danzatori si sospendono nella caduta.

width=SEPOLTURA: In un paesaggio sospeso, dove è forte l’odore della terra macchiata da una luce che ci lascia sprofondare nel raccoglimento, la pittura di Millet ci guida a una postura sempre rinnovata che lega l’umano al luogo, il gesto al cosmo. Nella Sepoltura di Dolce vita tutto avviene in un fazzoletto di terra dove i corpi agiscono sottovoce, riducono la gravità; dove tutto diviene orizzontale.

width=RESURREZIONE: Giuda è ridotto a polvere dal suo gesto; nonostante lo sforzo immane di sollevarsi, ergersi da terra, tutto procede secondo una forza più potente, ampia. Nel notturno di Montanari, dove il colore trova adagi cromatici, ci immaginiamo il volto stravolto di Giuda, un gesto febbrile che sospende il tempo. Nella Resurrezione di Dolce vita i danzatori accennano allo stravolgimento, cercano un nuovo volto.

width=Le foto pubblicate illustrano il confronto fra le opere in mostra e lo spettacolo Dolce vita e non sono esposte a Palazzo Strozzi

Bellezza divina raccontata dal curatore Carlo Sisi

La mostra Bellezza divina analizza e contestualizza oltre un secolo di arte sacra moderna attraverso un percorso di oltre 100 opere con prestiti da importanti musei e collezioni europei e americani. Cosa rende questa mostra un evento così importante per Firenze e a livello nazionale e internazionale?

Si tratta di una mostra nuova, originale, che non è mai stata fatta. Quando si parla di un’esposizione di arte sacra si suppone che accolga le espressioni artistiche dal Rinascimento al Barocco, non che sia dedicata a un periodo vicino a noi. È una mostra di capolavori di famosissimi artisti internazionali, con prestiti eccezionali, come l’Angelus di Millet, a cui nel nuovo allestimento del Musée d’Orsay è stata riservata una posizione fondamentale e centrale e che incarna nell’immaginario collettivo l’idea stessa di preghiera; la Crocifissione bianca di Chagall dall’Art Institute of Chicago, quadro preferito dal papa; le delicatissime Stazioni della Via Crucis di Fontana del Museo Diocesano di Milano; la Crocifissione di Guttuso della Galleria d’Arte moderna di Roma, solo per citarne alcune. Tutte opere utilizzate per  illustrare i manuali di storia dell’arte, e sarà possibile ammirarle insieme, nelle stesse sale e in dialogo. Bisognerebbe intraprendere molti viaggi per poterle vedere tutte, fare molte code nei musei, e alcune non sarebbe proprio possibile ammirarle perché vengono da ambienti appartati (abbazie, case di riposo, conventi) o da collezioni private. Inoltre ben dieci opere appositamente restaurate (ed è da sottolineare l’importanza che assume il restauro di opere appartenenti a istituzioni che spesso non potrebbero affrontare simili spese): prima tra tutte la monumentale tela dei Maccabei di Antonio Ciseri della chiesa di Santa Felicita, ma anche Il Redentore di Giuseppe Catani Chiti della chiesa di San Francesco a Siena; L’Annunciazione di Vittorio Corcos del Convento di San Francesco a Fiesole; l’imponente e drammatico Figliol prodigo di Arturo Martini della Casa di Riposo “Jona Ottolenghi” di Acqui Terme; la Crocifissione di Primo Conti del convento di Santa Maria Novella; il San Sebastiano di Gustave Moreau del Musée Gustave Moreau di Parigi; l’Annunciazione di Gaetano Previati della Galleria d’Arte Moderna di Milano; il Grande cardinale di Manzù di Ca’ Pesaro a Venezia.

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I curatori Carlo Sisi e Ludovica Sebregondi durante l’allestimento della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana.

Da dove è nata l’idea di una mostra che affronta un tema centrale della storia dell’arte, il genere dell’arte sacra, ma in una chiave originale e difficilmente studiata come la prospettiva dell’arte moderna? E con quale prospettiva il pubblico deve visitarla?

L’idea è nata da una sollecitazione dell’arcivescovo di Firenze, Sua Eminenza cardinale Giuseppe Betori, che ha pensato – in occasione del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale che avrà luogo a Firenze in novembre e che vedrà la presenza di papa Francesco – a un’esposizione di arte sacra in una sede laica. Una mostra innovativa su un genere artistico, quello “dell’arte sacra”, dunque non una mostra “confessionale”, in cui vengono proposte anche opere che hanno fatto discutere all’epoca della loro esecuzione. Ma, poiché nella parte centrale ripercorre le vicende della Vita di Cristo, l’esposizione può anche essere letta come una sorta di straordinario “catechismo per immagini”, in un singolare amalgama di espressioni figurative corrispondenti ai diversi temperamenti degli artisti e alle contingenze culturali e politiche in cui si trovarono a operare. Opere diversissime, di momenti anche lontani tra loro che, esposte le une accanto alle altre, divengono spunto per riflessioni. È inoltre una mostra di grande importanza per gli studenti, che vi possono leggere in filigrana (e anche ripercorrere parallelamente alla grande storia dell’arte) vicende di un periodo storico difficile, che parte dall’Italia unita e arriva fino ai momenti più drammatici del “secolo breve”.

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I curatori Carlo Sisi e Anna Mazzanti durante l’allestimento della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana.

Grandi nomi come Van Gogh, Chagall, Millet, Fontana, Guttuso sono affiancati a quelli di artisti meno noti al grande pubblico in un’ampia varietà di stili e linguaggi. Credi sia possibile tracciare un fil rouge che segni il rapporto tra arte e sacro in epoca moderna? E quali delle opere esposte possono servire al pubblico come punti di riferimento imprescindibili?

La mostra pone un particolare accento su quegli artisti (Severini, Denis, Rouault, Garbari, tra gli altri) il cui impegno creativo non è disgiunto da un coinvolgimento etico e spirituale e che si sarebbe configurato in militanza anche al di fuori della Chiesa istituzionale. Per Denis, ad esempio, fondamentali furono le questioni dell’autonomia artistica nel rispetto delle iconografie tradizionali, e della comunicatività dell’opera di tema sacro, che doveva necessariamente scaturire dall’esperienza personale e profonda dell’artista. La mostra costituisce anche l’occasione per riscoprire artisti oggi meno noti, o che recentemente sono stati oggetto di studi che li hanno riproposti all’attenzione del grande pubblico quali Stanley Spencer, Giuseppe Montanari, Glyn Warren Philpot, Pietro Bugiani. La rassegna vede inoltre accostate espressioni artistiche che esprimono un dialogo interreligioso: la Crocifissione bianca di Chagall, di religione ebraica; opere di autori di formazione protestante, come Van Gogh e Munch, Spencer, o di Philpot, convertitosi al cattolicesimo. Picasso, pur dichiaratamente ateo, ha affrontato più volte il tema della Passione, ed è presente in mostra con una Crocifissione giovanile che ha donato egli stesso al Museo di Barcellona che porta il suo nome.

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I curatori della mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: Ludovica Sebregondi, Anna Mazzanti, Carlo Sisi e Lucia Mannini.

Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontana: www.palazzostrozzi.org/mostre/bellezzadivina