Voci che uniscono

di Irene Balzani e Nicoletta Salvi

La fruizione di un’opera d’arte sollecita facoltà sensoriali e aree motorie diverse: quando osserviamo un quadro, una scultura, un’installazione o un video non solo i nostri occhi ma tutto il nostro corpo è coinvolto e attivato. È su questo principio che si basa Corpo libero, progetto della Fondazione Palazzo Strozzi dedicato all’inclusione delle persone con Parkinson nato grazie al confronto con le esperienze di Dance Well della Città di Bassano del Grappa e del Centro Parkinson di Villa Margherita (Kos Care) di Vicenza, con il supporto del Fresco Parkinson Institute.

In occasione di ogni mostra è organizzato un calendario di appuntamenti condotti da educatori museali e insegnanti di danza che propongono la sperimentazione di varie forme di relazione con l’arte. La parola e il linguaggio corporeo diventano modalità per esplorare le opere esposte nelle sale di Palazzo Strozzi, che costituiscono il punto di partenza dell’esperienza.

Attraverso la danza si entra in relazione con le opere esposte e si crea un dialogo con gli altri partecipanti fatto di gesti e azioni. Ogni movimento è un modo per comunicare e un potente mezzo per costruire un gruppo che ogni volta si è fatto più unito fino a diventare una vera “collettività danzante”. Studi medici come quelli del dottor Daniele Volpe hanno dimostrato come la danza aiuti le persone con il morbo di Parkinson producendo un impatto positivo sul sistema neurologico e sulle prestazioni fisiche toccate dalla malattia. Il progetto Corpo libero parte da ciò sfruttando l’arte come strumento di espressione per lasciarsi andare, ognuno con le proprie fragilità. Sebbene con una prerogativa strettamente creativa e non terapeutica, Corpo libero, nelle parole di uno degli stessi partecipanti, diviene “un’eccezionale risposta di libertà a un corpo che tenderebbe sempre più a imprigionarmi”.

Corpo Libero, performance per la mostra Natalia Goncharova. Foto Giulia Del Vento

Abbiamo incontrato le sculture del Verrocchio, osservato i quadri di Natalia Goncharova, vissuto le performance di Marina Abramović. Questi incontri sono stati occasioni per ridurre l’isolamento che può essere conseguenza della malattia, nel confronto con gli altri partecipanti e con altri visitatori. Osservare e produrre gesti e azioni ha suggerito nuovi possibili modi di avvicinarsi all’arte. E anche per questo a conclusione di ogni esposizione è stata organizzata una performance pubblica nelle sale: azioni a coppie o collettive vivevano in stretto dialogo con le opere esposte, mentre la forza del gruppo aumentava nel sostenersi a vicenda fino quasi a respirare insieme come un unico organismo.

Con le restrizioni imposte dall’attuale emergenza sanitaria, Corpo libero ha dovuto trovare una nuova forma che permettesse di rimanere connessi gli uni agli altri e garantisse una continuità nella pratica della danza. Attraverso un gruppo WhatsApp appositamente creato, Corpi liberi – a casa, sono stati condivisi contenuti legati alla mostra di Tomás Saraceno, che ancora nessuno aveva avuto modo di vedere, e pratiche di danza. È stato scelto come formato l’audio, che, rispetto al video, apre a una maggiore libertà interpretativa da parte di chi ascolta.

Il distanziamento ha richiesto di trovare una modalità alternativa a un’esperienza che fino a quel momento era incentrata sul contatto, sulla presenza fisica e sulla dimensione corale, una nuova strada che possa mantenere salde le due anime del progetto: l’arte e la danza, da esperire ognuno nella propria casa. In questa nuova dimensione domestica, come ha detto Laura Scudella, una delle insegnanti di danza del gruppo Corpo libero, è stato fondamentale “percepire l’assenza dell’opera come un arricchimento della nostra sfera immaginativa e come un riconoscimento della possibilità di fraintendimento”.

Settimana dopo settimana la modalità audio è diventata più familiare e gli esercizi proposti hanno rotto simbolicamente l’isolamento cui tutti eravamo costretti. Partecipare insieme, anche se a distanza, ha aumentato il senso di appartenenza e ha unito il gruppo in modo nuovo.

Un incontro di Corpo Libero per la mostra Verrocchio, il maestro di Leonardo. Foto Giulia Del Vento

Il 17 settembre è stato possibile incontrarci di nuovo in presenza nel cortile di Palazzo Strozzi sotto l’installazione Thermodynamic Constellation di Tomás Saraceno. Ritrovarsi ha significato sperimentare un nuovo modo di stare insieme, pur mantenendoci a distanza: nascondere i sorrisi dietro alle mascherine, cercare negli sguardi le emozioni e quindi prestare ancora più attenzione ai gesti propri e altrui.

Il contatto fisico crea vicinanza e relazione ed è simbolo di rispetto e ascolto reciproco. Permettere ad altri di entrare nel proprio spazio significa affidarsi, secondo un processo graduale. Il Covid-19 ha bruscamente interrotto questo percorso e ha cambiato le nostre percezioni: toccarsi e stare vicini sono diventati qualcosa di potenzialmente pericoloso. Per questo motivo anche in presenza è stato necessario trasformare le modalità di interazione, evitando contatti ravvicinati ma continuando lo stesso a “toccare” gli altri in modo nuovo. Le installazioni di Saraceno ci hanno aiutato in questa delicata fase di transizione in quanto parlano, coinvolgono emotivamente, attivano reazioni profonde anche attraverso la distanza che intercorre con l’osservatore e secondo un’idea di interazione che non si basa sul contatto fisico: gli intrecci di sguardi negli specchi di Connectome; le Tillandsie di Flying Gardens che vivono appoggiate su altre piante senza danneggiarle, i grovigli di segni di luce e ombra delle tele dei ragni.

Oggi, 25 novembre 2020, celebriamo la giornata nazionale del Parkinson con la restituzione pubblica della nuova dimensione del progetto nata in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Riprendendo il formato che aveva caratterizzato i mesi del lockdown, è stato chiesto a ciascun partecipante di condividere la suggestione più evocativa, il ricordo più vivido, la sensazione più forte lasciata dall’arte di Tomás Saraceno attraverso una traccia audio. Come nelle ragnatele collettive della sala Webs of At-tent(s)ion, tutte le voci sono state unite in un’unica composizione, Ensemble. Questa condivisione vuole superare i confini della mostra e di Palazzo Strozzi, poiché è pensata per essere ascoltata, interpretata o trasformata in gesto e movimento da chiunque la senta. Ensemble non vuole solo raccontare un’esperienza vissuta ma desidera farne vivere una nuova, trasportando altre persone nei mondi esplorati dai partecipanti di Corpo libero.

Corpo Libero: together again, 17 settembre 2020, in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Foto Giulia Del Vento

Ensemble fa parte del palinsesto della giornata nazionale del Parkinson organizzata da Dance Well in diretta sulla pagina Facebook di Dance Well. Il programma in dettaglio è consultabile alla pagina dell’evento.

Le voci di Ensamble sono di: Fiora, Giorgio, Raniero, Marco, Lavinia, Cristina, Ginevra, Valentino, Nicoletta, Chiara, Irene, Ada, Azzurra, Laura, Fabio, Ilaria, Maho, Amina, Nicoletta, Enzo, Alessandro, Alessandro, Margherita, Laura.
Montaggio audio a cura di Carola Haupt
Musiche: Kai Engel, Ketsa, Blue Dot Sessions (released under CC BY-NC 4.0)

In copertina: Corpo Libero: together again, 17 settembre 2020, in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Foto Giulia Del Vento

Distanziamento fisico, non sociale

di Irene Balzani

Oggi, lunedì 18 maggio 2020, si celebra la Giornata Internazionale dei Musei, quest’anno intitolata “Musei per l’uguaglianza: diversità e inclusione” con l’obiettivo di sottolineare l’importanza cruciale delle istituzioni culturali nel loro servizio alla società e al suo sviluppo. È in questa direzione che da sempre si muove il lavoro di Palazzo Strozzi, anche durante l’emergenza sanitaria di questo periodo che ha stravolto le nostre abitudini e il nostro stile di vita portando anche alla chiusura temporanea dei nostri spazi. E proprio in questi mesi, tra le nostre iniziative, abbiamo lavorato anche per cercare di raggiungere chi è maggiormente colpito dalla situazione attuale e che normalmente partecipa ai nostri progetti di accessibilità, in particolare attraverso una ridefinizione “a distanza” dei nostri progetti dedicati a persone con Alzheimer e con Parkinson. Queste iniziative sono state ripensate per impedire che la necessaria distanza fisica che dobbiamo tenere in questo periodo, non si traduca in isolamento, contro il rischio che il distanziamento di cui parliamo quotidianamente diventi esclusione sociale.

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A più voci, foto Giulia Del Vento

Fin dall’inizio del lockdown, per A più voci, il progetto dedicato e costruito insieme alle persone che vivono con l’Alzheimer e i loro carer, abbiamo coinvolto tutti i partecipanti, sia chi vive in famiglia sia chi abita in Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) o case di riposo. Come per le attività in presenza abbiamo lavorato con gli educatori geriatrici, insieme alle artiste che hanno collaborato negli anni a questo progetto. A tutti abbiamo fatto una proposta: continuare a ispirarsi all’arte e provare a stare in rete attraverso l’uso dell’email e con un gruppo WhatsApp appositamente creato. L’utilizzo di uno schermo, che si tratti di computer o smartphone può costituire una barriera per chi non ha confidenza con i mezzi tecnologici, per questo la scelta è avvenuta dopo riflessioni e confronti, per cercare di non escludere nessuno. I due canali sono stati usati per veicolare alcune proposte legate a progetti artistici. Il primo invito è stato quello di condividere ciò che si osserva dalla propria finestra, diventata, nei giorni di isolamento, il nostro occhio sul mondo. Il secondo è stato raccontarsi attraverso un angolo della propria casa. Il terzo, infine, rivelare i nostri “erbari domestici”. L’ispirazione in questo caso viene dai fiori della Dama dal mazzolino che avevamo avuto modo di ammirare nella mostra dedicata a Verrocchio, il maestro di Leonardo e dal laboratorio che aveva proposto in quell’occasione l’artista Caterina Sbrana.

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Verrocchio, il maestro di Leonardo. Exhibition view.
Foto Alessandro Moggi
Contributi dei partecipanti al progetto A più voci – alla finestra

Abbiamo ricevuto oltre quaranta contributi tra fotografie e testi come: “ho aperto un libro di scuola di mio nonno, classe 1876, ed è apparsa una piccolissima viola, che emozione”, “custodisco con cura il mio orto”, “la bellezza delle piccole cose è ciò che mi fa sentire forte”. Angoli di giardino, vasi sui balconi o fiori secchi tra le pagine dei libri sono state attentamente osservate per diventare esempi di quella che Gilles Clément definisce “arte involontaria”. Quest’arte, scrive l’autore del Manifesto del Terzo Paesaggio, “galleggia sulla superficie delle cose. È un’arte senza statuto, senza discorso, è disarmata, si espone in fretta e subito scompare. È un effimero e sottile stato dell’essere. Talvolta una luce. Prima di tutto, è uno sguardo”. Le immagini e le parole inviate sono poi diventate gli appunti di un erbario comune e condiviso in cui questa dimensione collettiva “ci fa sentire ancora più vicini, ancora meno soli”, scrive una delle partecipanti. Tutti questi contributi, raccolti durante il periodo di lockdown, sono convogliati in un racconto unico, scandito da diversi stimoli proposti di settimana in settimana.

Scarica: A più voci - alla finestra
Contributi dei partecipanti al progetto A più voci – alla finestra

Un’altra proposta “a distanza” è quella di Corpo libero, il progetto dedicato all’inclusione delle persone con il Parkinson che unisce arte, parola e danza. Oltre all’importanza di rimanere in rete in questo caso abbiamo riflettuto sull’esigenza di dare continuità alla pratica della danza che, come numerosi studi confermano, porta benefici soprattutto a chi vive con il morbo di Parkinson. Stimolati da quello che stava facendo il gruppo Dance Well di Bassano del Grappa, abbiamo iniziato a proporre attività da fare a casa, sempre lavorando insieme agli insegnanti di danza che fanno parte del progetto. Anche in questo caso il confronto con i partecipanti è essenziale: riunioni virtuali permettono di incontrarci, valutare nuove idee. Da questo dialogo è nata la volontà di provare a sperimentare partendo dalla mostra di Tomás Saraceno, che gran parte delle persone non ha ancora avuto la possibilità di visitare.

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Riunione dei partecipanti a Corpo libero a distanza

Tutti i giovedì alle 15.00 vengono inviate immagini di un lavoro dell’artista e due file audio collegati tra loro: uno relativo all’opera stessa e l’altro dedicato a una pratica motoria da mettere in atto, una sorta di esercizio fisico di dialogo con l’opera d’arte a distanza. Il progetto non mira a sostituire l’esperienza in mostra con l’arte, che rimane punto di partenza imprescindibile, ma stimola riflessioni e apre a nuove suggestioni. Riprese e amplificate negli esercizi, queste suggestioni sono utilizzate per potenziare il coordinamento e il ritmo. La pratica è pensata per essere svolta individualmente ma tutti nello stesso momento, così che abbia anche una dimensione collettiva.

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Corpo libero, foto Giulia Del Vento

A più voci e Corpo libero nella loro edizione “a distanza” sono due proposte nate come temporanee ma sono percorsi in divenire che potrebbero essere utilizzati anche in futuro per continuare a mantenere un legame con chi, per varie ragioni, non possono partecipare fisicamente alle attività di Palazzo Strozzi. Cruciale nell’identità stessa della nostra istituzione, l’accessibilità è un valore che deve rimane centrale dell’identità dei musei e delle istituzioni culturali. La crisi che stiamo attraversando può forse aiutarci a riflettere per trovare nuove soluzioni, modelli e possibili sviluppi per una sempre più ampia idea di inclusione alla cultura.

L’accessibilità a Palazzo Strozzi: un luogo aperto a tutti

Mentre è in corso di preparazione il convegno L’arte accessibile, Musei e progetti per persone con disabilità (Palazzo Strozzi, 10-11 novembre 2016) riusciamo a fare qualche domanda ad Irene Balzani del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi. Irene si occupa di varie attività tra le quali l’ideazione e organizzazione dei progetti di accessibilità, dedicati alle persone con disabilità, ai ragazzi con autismo, alle persone affette da Alzheimer, a chi se ne prende cura, agli educatori e agli operatori professionali.
Un programma intenso di incontri, visite e laboratori che rendono Palazzo Strozzi e le sue mostre un luogo accogliente e aperto a tutti.

 

Come hai iniziato a lavorare alla Fondazione Palazzo Strozzi?
Ho iniziato con una collaborazione al progetto Open Studios del CCC Strozzina quando ancora ero una studentessa dell’Università di Firenze. Accompagnare i visitatori a scoprire gli studi degli artisti in Toscana è stato il mio primo contatto con la Fondazione Palazzo Strozzi. Poi nel 2010, dopo aver passato una selezione, sono entrata a far parte del Dipartimento Educazione della Fondazione, inizialmente occupandomi dei progetti dedicati alle famiglie.

Puoi raccontarci cosa fa un Dipartimento Educazione?
Il lavoro del Dipartimento Educazione è molto vario: ci occupiamo di tutto quello che riguarda il rapporto tra le mostre e i visitatori. Con i miei colleghi Alessio e Martino progettiamo percorsi per le scuole, le famiglie, gli adulti e tutto il campo dell’accessibilità. “Accessibilità” è una parola fondamentale perché credo che il nostro lavoro consista principalmente nel rendere “accessibile” l’arte a chiunque voglia provare ad avvicinarvisi, creando progetti che aiutino a riflettere ma anche a divertirsi, e che inoltre abbiano una continuità nel tempo. All’interno del Dipartimento ogni giornata lavorativa è fatta da riunioni e momenti di scambio con gli altri colleghi della Fondazione, che si alternano alla gestione e alla conduzione di attività in mostra: oltre al coordinamento, una parte dei progetti viene infatti seguita direttamente da noi perché il contatto con le persone è fondamentale per non perdere di vista il senso del nostro lavoro.

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Quale progetto ti ha appassionato di più?
Tra i progetti che ho seguito un posto speciale lo occupa A più voci, dedicato alle persone con Alzheimer e a chi se ne prende cura.
Nato nel 2011, il progetto si è sviluppato grazie alla collaborazione con educatori geriatrici specializzati e il confronto con loro mi ha arricchito moltissimo da un punto di vista personale e professionale, insegnandomi a valorizzare le potenzialità di ognuno. Partendo da questa esperienza sono nati progetti simili in tutta la Toscana e anche internamente ha dato l’avvio ad altri due programmi: Connessioni, dedicato alle persone con disabilità (fisica, psichica e cognitiva) e Sfumature, indirizzato a ragazzi con il disturbo dello spettro autistico.

Quale mostra di Palazzo Strozzi ti ha più ispirata nell’ideazione di una nuova attività?
Ogni mostra offre nuove ispirazioni, ogni opera dà infinite possibilità. Sicuramente gli artisti presenti nella mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim hanno offerto spunti ricchissimi da questo punto di vista: l’idea che l’arte possa nascere dalla traccia di un gesto non del tutto controllato è stata d’ispirazione per trovare nuove forme di comunicazione che andassero oltre quella verbale.
Anche la mostra Ai Weiwei. Libero ha fornito nuove prospettive e insieme ai ragazzi del centro Casadasé – Autismo Firenze abbiamo lavorato alla progettazione di un percorso indirizzato ai loro coetanei. L’uso di un linguaggio contemporaneo e di mezzi a noi familiari ha reso questa idea più facilmente realizzabile.

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Raccontaci qualcosa che la maggior parte delle persone ignora del tuo lavoro.
Credo che talvolta per le persone sia difficile rendersi conto quanto impegno ci sia dietro a ogni singola attività. Progettazione, studio, ricerca dei materiali, test di prova, rimodulazione, valutazione: è un lavoro complesso! Una professione che spesso non ha ancora un nome: ci chiamano mediatori, educatori, operatori per arrivare fino a nomi più fantasiosi… anche tra gli addetti ai lavori ancora non abbiamo trovato una definizione univoca.

In cosa è diversa la Fondazione Palazzo Strozzi sul tema dell’accessibilità rispetto ad altre realtà museali o espositive?
Palazzo Strozzi è uno dei centri culturali che investe maggiormente sui progetti dedicati a questo tema. Ogni settimana c’è un incontro di A più voci, due attività di Connessioni e una volta al mese una di SfumatureÈ richiesta una grande attenzione e un investimento importante, non conosco altre organizzazioni a livello regionale ma anche nazionale che facciano altrettanto.

Che consiglio daresti a chi come te vuole lavorare nell’ambito dell’accessibilità nei musei?
Prima di tutto crederci, come in ogni cosa che si fa. Consiglierei inoltre di formarsi il più possibile andando nei musei e partecipando alle attività possibilmente anche all’estero (nel mio caso sono state molto importanti le esperienze formative fatte presso l’Ecole du Louvre a Parigi e alla School of the Art Institute of Chicago). Oltre a questo è fondamentale stare il più possibile a contatto con le persone e con l’arte. Si impara moltissimo se ascoltiamo; è sorprendente quante cose possa suscitare un’opera d’arte se ci concediamo il tempo di osservarla, sentirla, viverla.

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Il 10 e 11 novembre si terrà a Palazzo Strozzi il convegno L’arte accessibile, Musei e progetti per persone con disabilità, cosa ti aspetti da questo incontro?
Ogni convegno che abbiamo organizzato (nel 2012 e 2014 sui progetti per persone con Alzheimer, nel 2015 dedicato al rapporto con la scuola) sono stati l’occasione per conoscere altre esperienze e scambiare idee, prospettive, sfide. Credo che anche il convegno di quest’anno possa essere una preziosa opportunità per condividere e costruire reti, oltre a servire come ispirazione per gli altri musei del territorio.

Quali sono le tue ambizioni per il futuro?
Domanda difficile… Direi continuare a lavorare divertendomi, e contribuire a creare una cultura sempre più aperta.

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Se non si sperimenta, che laboratorio è?

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim il Dipartimento Educazione si è lasciato inspirare dai grandi dipinti astratti presenti in mostra, dalle tecniche dei pittori surrealisti e degli espressionisti astratti. Da queste suggestioni iniziali sono nate svariate attività educative proposte ai gruppi in visita alla mostra. Figure in fuga e Arte in scatola sono i due laboratori progettati rispettivamente per le classi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Si tratta di due attività che condividono molti aspetti, a partire dal focus sulla pittura astratta e all’attenzione per il processo artistico contraddistinto da un atteggiamento di ricerca libera che si ritrova nelle opere di molti dei pittori protagonisti della mostra come Max Ernst, Jackson Pollock e Morris Louis.

Figure in fuga (classi con bambini dai 6 agli 11 anni) è nato da una riflessione sui modi in cui l’arte astratta libera il pittore dalla necessità di imitare il mondo trasformando la tela del dipinto in uno spazio di sperimentazione di pratiche che producono risultati imprevedibili. Per restituire in laboratorio questo atteggiamento e valorizzare la dimensione di scoperta che caratterizza l’opera di questi artisti sono stati utilizzati pochi materiali e il laboratorio può essere utilizzato come spunto da riproporre a casa o in classe. Per prima cosa i bambini suddivisi in gruppi hanno posizionato dei fogli di carta velina colorata sopra dei grandi fogli di carta da pacchi bianca. Utilizzando della semplice acqua i bambini hanno a turno iniziato a bagnare la carta colorata, in certi casi simulando con i pennelli il dripping di Pollock, o usando strumenti meno convenzionali come i contagocce, le spugne o i diffusori spray. L’acqua ha sciolto il pigmento colorato della velina che immancabilmente ha macchiato la carta da pacchi bianca sottostante in corrispondenza delle parti bagnate. Il risultato inaspettato spesso prendeva la forma di grandi macchie di colore che mutavano in affascinanti sfumature date dalla sovrapposizione di più carte colorate e che i bambini via via imparavano a gestire secondo le proprie intenzioni. Alla scoperta, dunque, è seguito il tentativo di controllo dei risultati da parte dei partecipanti.

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Questa attività, così come Arte in scatola, la variante progettata per le scuole medie in cui i ragazzi e le ragazze potevano utilizzare liberamente un set di strumenti prestabiliti per realizzare una propria opera astratta, ha messo in discussione il ruolo dell’educatore chiamato a condurre le attività. Proprio perché si tratta di due attività elementari dove il superamento delle regole precostituite e la gioia della scoperta autonoma sono da considerarsi come gli obbiettivi educativi più importanti, l’educatore deve riuscire a fare il necessario passo indietro lasciando che siano le suggestioni ottenute dalla visita della mostra a indicare le soluzioni espressive e a farne emergere di nuove.

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Proposte di laboratorio come queste rappresentano un esempio di come la semplificazione dei passaggi possa garantire lo spazio di libertà necessario al partecipante per esprimere la propria individualità e allo stesso tempo facciano emergere quei limiti (i pochi materiali a disposizione, il rispetto dell’ambiente di lavoro, il tempo prestabilito) che i bambini o i ragazzi possono esplorare con l’obbiettivo di forzarne le logiche attraverso ulteriori soluzioni creative.

Una mostra, tanti modi di visitarla

Palazzo Strozzi dedica un’attenzione particolare ai propri visitatori e propone un’ampia selezione di attività pensate per rendere la visita alla mostra un’esperienza ancora più significativa. Oltre ai percorsi guidati con gli educatori si può scegliere un’attività da fare in autonomia come il Kit Famiglie o il Kit Disegno per scoprire le opere in mostra per scoprire le opere da inaspettati punti di vista. E per chi vuole prendersi una pausa durante la visita la Sala Lettura offre una selezione di libri da sfogliare ispirati ai temi e agli artisti della mostra.

 

Sala lettura: una sala sempre aperta alle vostre storie

La sala lettura è un luogo speciale all’interno del percorso espositivo dedicato ai visitatori che vogliono far volare l’immaginazione, che desiderano scoprire e sfogliare le pubblicazioni dedicate ai temi e agli artisti della mostra oppure, semplicemente, a chi vuole un momento di pausa dalla visita.

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, troverete in sala lettura una grande parete con la cronologia degli eventi collegati alla vita di Solomon e Peggy Guggenheim e il progetto La storia di un’opera d’arte. Avrete infatti la possibilità di creare un nuovo contesto e una nuova storia per i dipinti di Francis Bacon, di Wassily Kandinsky e per un mobile di Alexander Calder, disegnando su tre album che sono sempre a disposizione del pubblico e della sua creatività.

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Kit Famiglie

Il Kit famiglie è dedicato ad adulti e bambini, pensato appositamente per condividere la visita in mostra in maniera divertente e creativa. Ogni tappa del percorso prevede un’attività che permette un approfondimento inedito sugli artisti e sulle opere della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim.

Con il Kit potrete: scoprire, osservare, inventare, disegnare, creare storie, affidarvi al caso, progettare sculture in movimento, lasciarvi stupire dall’arte!

Avrete sempre con voi tutto il necessario per una visita in autonomia: un piccolo libro con giochi e suggerimenti per osservare le opere, oggetti speciali da usare in mostra e un diario per condividere la propria esperienza con le persone che lo utilizzeranno in futuro.

Il Kit Famiglie si può richiedere gratuitamente al Punto Info della mostra, è sempre disponibile e non è neccesaria la prenotazione.

Si ringrazia Il Bisonte per la borsa del Kit Famiglie

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Kit Disegno

Un album, una matita, una gomma ed un suggerimento per osservare le opere!

Il Kit Disegno è un materiale disponibile per i visitatori della mostra, pensato per allenare lo sguardo ed esprimere la propria creatività attraverso la più antica forma d’arte: il disegno.

Disegnare è guardare, è conoscere, è interagire con un’opera d’arte in modo diverso, è un metodo per concentrarsi e allo stesso tempo per perdersi davanti ad un quadro o una scultura. Un’immagine disegnata contiene in sé l’esperienza dell’osservazione, tradurre quello che vediamo in un nuovo disegno rappresenta il nostro personale sforzo di dare una forma al mondo.

Il Kit Disegno è rivolto a chiunque voglia visitare la mostra e sperimentare un nuovo modo di guardare l’arte dei grandi artisti. L’importante non è realizzare un bel disegno, ma lasciare che occhio, mano e matita lavorino insieme trasportandoci nell’esperienza della creazione.

Il Kit si può richiedere gratuitamente al Punto Info della mostra, sempre disponibile e non necessita di prenotazione.

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Scoprite tutte le attività educative di Palazzo Strozzi

A più voci

Oggi parliamo di accessibilità museale e di quanto il progetto A più voci stia contribuendo all’abbattimento delle barriere, non solo fisiche, all’interno dei nostri percorsi espositivi. Si tratta di un’iniziativa, tra le prime in Italia, che Palazzo Strozzi porta avanti dal 2011.

Dedicato alle persone affette da Alzheimer e a chi se ne prende cura, il progetto è finalizzato a rendere accessibili alle persone con demenza le mostre promosse dalla Fondazione attraverso attività appositamente concepite. Le persone affette da Alzheimer hanno così la possibilità di esprimersi attraverso l’arte, attraverso un modello per una comunicazione ancora possibile, facendo ricorso all’immaginazione e non alla memoria, alla fantasia e non alle capacità logico-cognitive, valorizzando le residue capacità comunicative.

Gli obiettivi perseguiti dal progetto A più voci sono:

  • proporre alle persone con Alzheimer e ai loro caregiver un incontro diretto con l’arte attraverso un’esperienza piacevole, stimolante, emozionante;
  • offrire ai partecipanti la possibilità di esprimere se stessi e proporre nuovi esempi di comunicazione possibile;
  • creare nuove occasioni di relazioni sociali e promuovere un cambiamento nella percezione sociale della malattia.

width=Per ogni mostra vengono organizzati quattro cicli di tre incontri ciascuno, completamente gratuiti per i partecipanti. Ogni incontro è condotto da tre educatori in compresenza, di cui almeno uno specializzato in comunicazione museale e almeno uno specializzato in animazione geriatrica. Gli incontri si svolgono negli orari di apertura di Palazzo Strozzi per promuovere la conoscenza della malattia e un cambiamento nella percezione sociale del malato.

Nei primi due incontri viene scelta un’opera della mostra di fronte alla quale soffermarsi. Attraverso una conversazione guidata, si invitano tutti i partecipanti alla creazione di un racconto collettivo o di una poesia (appunto le più voci che può assumere un’opera) suggerendo così altri modi possibili di guardare all’arte.

Il terzo incontro è invece dedicato a un’attività creativa ispirata alle opere esposte in mostra e incentrata sulla relazione tra le persone affette da Alzheimer e i loro accompagnatori.

Parte importante del progetto è costituita dai due incontri riservati ai caregiver. Il primo appuntamento viene fissato all’inizio di ogni mostra per spiegare gli obiettivi del progetto e ascoltare le opinioni dei partecipanti. Il secondo avviene a conclusione della mostra, per valutare insieme l’attività svolta e per progettare le azioni future.

Nel 2012 e nel 2014 sono stati organizzati da Palazzo Strozzi due convegni internazionali sulle proposte museali per le persone affette da Alzheimer che hanno visto la partecipazione delle più importanti realtà museali internazionali (fra cui il MoMA e il Museum of Modern Art di New York, la Royal Academy di Londra, il Prado di Madrid, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Norsk Teknisk Museum di Oslo, la Kunsthaus di Zurigo, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e le Gallerie d’Italia di Milano). I due convegni hanno avuto una risonanza internazionale e hanno contribuito a far nascere nuovi progetti analoghi a Firenze ed in Italia.

Maggiori informazioni www.palazzostrozzi.org/il-progetto-a-piu-voci/

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