Fai volare le tue idee

di Martino Margheri

Chi lavora nei musei e nelle istituzioni culturali conosce bene i lunghi tempi di programmazione e progettazione delle attività espositive. Che si tratti di un’esposizione di Old Masters, oppure della monografica di un grande artista contemporaneo, le riunioni preliminari avvengono anche quattro anni prima della data d’inizio. Per la mostra Tomás Saraceno. Aria le prime discussioni con l’artista e il suo studio sono iniziate nel 2017 e il sopralluogo di Saraceno a Palazzo Strozzi risale all’autunno del 2018.
Definiti i caratteri generali di un progetto, partono le discussioni che coinvolgono tutti i dipartimenti della nostra istituzione culturale. Lo scopo è usare al meglio la mostra in tutte le sue potenzialità, sviluppando attività e strategie che riguardano ogni aspetto del lavoro, dalla comunicazione alla promozione, fino ai progetti educativi.

Lavorare con Tomás Saraceno è stata una grande opportunità poiché nel suo studio sono presenti professionalità diverse: architetti, video maker, designer, allestitori che in maniera corale si interfacciano con l’artista e contribuiscono a dare forma alla sua visione. Nella varietà dei progetti realizzati da Saraceno e dall’Aerocene Foundation, fondato nel 2015, abbiamo individuato delle esperienze che ci avrebbero permesso di sperimentare formati educativi interessanti da indirizzare a studenti di comunicazione e progettazione proprio in occasione della mostra a Palazzo Strozzi.

Si è innescato così un dialogo con IED Firenze (Istituto Europeo di Design) che si è velocemente trasformato in un’importante partnership istituzionale e nel progetto dedicato al Museo Aero Solar con un gruppo selezionato di docenti e studenti. Il Museo Aero Solar è una grande scultura volante assemblata esclusivamente con sacchetti di plastica riutilizzati. Il progetto è nato nel 2007 da un’idea di Saraceno in conversazione con Alberto Pesavento, e da allora è stato realizzato in formati diversi in oltre ventuno Paesi. Il Museo Aero Solar incarna la visione di un futuro senza inquinamento attraverso la crescita di comunità create spontaneamente e geograficamente distanti che vi prendono parte.

Museo Aero Solar, fotografie Studio Tomás Saraceno, courtesy Aerocene Foundation

Con questi presupposti ci siamo dati come obiettivo il coinvolgimento dei visitatori di Palazzo Strozzi nella realizzazione di un grande progetto partecipativo per Firenze, che sarebbe iniziato con la raccolta di sacchetti di plastica e sarebbe poi terminato con un’esperienza di volo nel Parco delle Cascine. Ma come fare? Che strumenti mettere in campo? Quali accorgimenti tecnici per costruire una scultura volante?

Illustrazione tratta da Aerocene Journal

Inizialmente è stato importante analizzare l’identità e le caratteristiche del Museo Aero Solar nell’esperienza artistica di Tomás Saraceno. Una lecture introduttiva con gli studenti di IED ci ha permesso di affrontare l’aspetto concettuale e le necessità tecniche. La discussione ci ha portato velocemente al quesito più importante: come realizzare un Museo Aero Solar in città? Come comunicarlo? Come coinvolgere le persone nelle diverse fasi?
È partita una ricerca che ha portato allo sviluppo di una grafica unitaria declinata in cartoline, flyer e poster da distribuire nelle biblioteche, nelle scuole, nelle università e nelle accademie. La comunicazione doveva veicolare tre aspetti fondamentali: far conoscere il progetto, incentivare la raccolta di sacchetti di plastica e invitare al grande workshop finale di assemblaggio e volo.

Incontro con gli studenti IED Firenze per progettare il raccoglitore e sviluppare la comunicazione

Utilizzando la stessa immagine coordinata abbiamo lavorato al progetto di un grande raccoglitore che i visitatori della mostra avrebbero usato per lasciare i loro sacchetti di plastica usati. Mentre gli studenti lavoravano alla produzione di tutti questi materiali abbiamo sempre mantenuto un filo diretto con lo studio di Tomás Saraceno per rispettare le linee guida della loro comunicazione. Il workshop al Parco delle Cascine sarebbe stato il tassello finale e per arrivare preparati avevamo organizzato un test per assemblare i sacchetti secondo le indicazioni ricevute. Avevamo messo in piedi una fitta rete di attività concatenate tra loro, coordinate dal Dipartimento Educazione in stretta collaborazione con un attento gruppo di docenti e studenti IED.

Raccoglitore dei sacchetti per il Museo Aero Solar collocato in un ambiente di Palazzo Strozzi

Era appena partita la mostra, i primi sacchetti erano apparsi nel raccoglitore, quando Palazzo Strozzi ha chiuso insieme a tutti gli altri luoghi espositivi non solo italiani.
Addio al Museo Aero Solar? Sì, ma solo nel suo formato fisico.
Sono ripartiti gli incontri di progettazione condivisa e abbiamo elaborato una nuova strategia: abbiamo pensato che sarebbe stato interessante trasformare quel senso di appartenenza in un progetto online, adatto ai tempi di distanziamento sociale. Così come i visitatori di Palazzo Strozzi avrebbero contribuito con i loro sacchetti di plastica a formare una comunità, oggi ognuno può prendere parte al progetto con una riflessione o un’immagine attraverso questa pagina.
Tutto parte da qui: quali idee abbiamo per il futuro? Raccogliamo pensieri, discutiamone e facciamoli volare metaforicamente; dall’alto si ha un’altra prospettiva che permette di trovare nuove soluzioni al nostro modo di vivere.

Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con IED Firenze, l’infaticabile lavoro di Alessandra Foschi coordinatrice del corso Comunicazione pubblicitaria, Cecilia Chiarantini coordinatrice del corso Interior Design, i consigli e l’esperienza dei docenti Marco Innocenti, Luca Parenti e Francesco Toselli e una grande squadra di lavoro formata dagli studenti Edoardo Bartoli, Fiamma Batini, Damiano Boragine, Sara Cabrini, Livia Ceccarelli, Lorenzo D’ Elia, Camilla Giachi, Serena Grazia, Eva Lazzeri, Davide Lichen Lu, Mariasole Monaci, Pietro Niccolini, Liliana Parlato, Alessio Pezzi, Davide Pisoni, Lisa Purini, Martina Oliva, Zössmayr Sebastian, Irene Spalletti, Taeko Shinjo, Eulalia Talamo, Luca Varricchio, Carlotta Zandon.

Vedi anche

L’ABC di Tomás Saraceno

di Martino Margheri

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un microcosmo con caratteristiche diverse che permette di approfondire temi e momenti specifici della storia dell’arte, suggerendo sempre nuove opportunità di ricerca e coinvolgimento per progetti educativi e di formazione. Abbiamo riscoperto la storia della bottega di Andrea del Verrocchio con una mostra di impeccabile scientificità, ci siamo commossi davanti alle ri-performance di Marina Abramović in una retrospettiva che ha coinvolto un vastissimo pubblico, abbiamo approfondito il lavoro eclettico di Natalia Goncharova artista sacra e profana, santa e diavola, futurista e passatista. I contenuti delle mostre cambiano, e di conseguenza anche le attività che proponiamo, rimane però un obiettivo costante: sostenere la didattica formale attraverso opportunità di formazione, esperienze sul campo e progettualità condivise.

Da Pausa d’arte al progetto Glossario

Grazie al contributo di Unicoop Firenze e alla collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze e l’Accademia di Belle Arti, dal 2017 la Fondazione Palazzo Strozzi ha avviato il progetto Pausa d’arte: un’esperienza di formazione indirizzata agli studenti universitari per favorire lo studio dell’arte e la sua comunicazione. Parallelamente il progetto ha offerto al pubblico di Palazzo Strozzi un’occasione di coinvolgimento attraverso cicli di visite condotte dagli studenti: incontri settimanali di 30 minuti per scoprire nuove connessioni tra le opere esposte.

A causa dell’attuale situazione sanitaria la Pausa d’arte, incentrata sulla mostra Tomás Saraceno. Aria, non ha potuto rispettare le modalità previste: la formazione degli studenti è stata avviata, ma non è stato possibile organizzare le visite come da programma. Il progetto ha assunto una nuova forma online: gli appuntamenti con gli studenti a Palazzo Strozzi sono diventati incontri virtuali settimanali e le esposizioni orali si sono trasformate in un lavoro di scrittura che ha dato vita al progetto Glossario.

Un lavoro di analisi sulle opere e sui testi del catalogo ha permesso di rintracciare alcuni concetti fondamentali e di individuare i vocaboli ricorrenti che necessitavano di un ulteriore approfondimento. Il lavoro di Tomás Saraceno vive infatti nell’interazione tra ricerca artistica e ricerca scientifica ed è facile incontrare nei suoi testi termini specifici come ballooning o connettoma. L’approfondimento e la spiegazione delle parole chiave più frequenti ha restituito con maggiore forza e chiarezza la portata del lavoro artistico di Saraceno.

UN ULTERIORE PASSAGGIO

Il progetto Glossario è stato seguito da un’ulteriore attività che si è integrata al corso di Storia dell’arte contemporanea del professor Giorgio Bacci, Dipartimento SAGAS, Università degli studi di Firenze. Il gruppo di nove studenti, con il supporto del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi, ha sviluppato una presentazione che non fosse un semplice racconto della mostra, ma che permettesse di connettere il lavoro di Tomás Saraceno con altre esperienze artistiche, con il pensiero di filosofi, scienziati e intellettuali. Tra le caratteristiche del lavoro di Saraceno c’è la capacità di mettere in comunicazione le arti visive con altri ambiti disciplinari: architettura, biologia, astronomia e progetti collaborativi. Con la presentazione abbiamo cercato di restituire la ricchezza del suo pensiero attraverso un percorso tra le opere presentate in mostra. Di seguito la registrazione della presentazione che si è tenuta in aula giovedì 4 giugno.

Il percorso che abbiamo fatto ci ha insegnato e rimodulare un progetto consolidato negli anni traendone nuovi stimoli e modalità di lavoro. Prossimamente torneremo a visitare le mostre in gruppo, a sviluppare progetti in presenza, ma tutto ciò che è accaduto in questo periodo non sarà perso, anzi, ci permetterà di osservare sotto una nuova luce l’importanza della condivisione dell’arte e di potenziare ulteriormente il nostro lavoro.

Il progetto Glossario e la presentazione sono il frutto del lavoro di Sara Gavagni, Federica Giglio, Gianpaolo Irtinni, Arianna Laguardia, Marta Lorenzi, Maria Palleschi, Vittoria Rossini, Federica Pascarella, Silvia Villafranca, studenti del corso di Storia dell’arte contemporanea, professor Giorgio Bacci (laurea magistrale in Storia dell’Arte) e del corso di Storia dell’Arte Contemporanea, professoressa Tiziana Serena (laurea triennale in DAMS e Scienze umanistiche per la comunicazione), Dipartimento SAGAS (Storia, Arte, Geografia, Antropologia, Spettacolo), Università degli Studi di Firenze.

Dall’Antropocene all’Aerocene

Aerocene Flights

di Martino Margheri e Caterina Taurelli Salimbeni

Antropocene è una parola che negli ultimi anni è stata utilizzata come titolo di mostre, film e pubblicazioni, ma la sua prima apparizione risale agli anni Ottanta in ambito scientifico, senza destare grande interesse. Nel 2000 il premio Nobel per la chimica e grande studioso dell’atmosfera Paul Crutzen iniziò a usarla nei sui interventi accademici decretandone progressivamente il successo e la diffusione.
Lo scienziato affermava che i comportamenti umani stavano modificando l’atmosfera e la superficie terreste a tal punto che l’uomo poteva essere considerato un vero e proprio agente geologico. L’analisi del fenomeno richiedeva una definizione per identificare la nuova epoca geologica, il termine Antropocene nasce da qui.
Ormai entrato a pieno titolo nei dizionari, Antropocene significa infatti età recente con impronta umana; in maniera più estensiva indica l’era caratterizzata dall’impatto devastante della specie umana sul pianeta. Le cause sono rintracciate nel costante aumento di emissioni di idrocarburi e anidride carbonica nell’atmosfera e dallo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.
Ci sono varie teorie sull’inizio dell’Antropocene, ma la maggioranza della comunità scientifica concorda sulla data simbolica del 16 luglio 1945, che corrisponde al primo esperimento atomico ad Alamogordo in New Messico. Da quel momento l’aria ha subito un processo di contaminazione crescente di cui oggi osserviamo l’impatto sulla vita degli esseri viventi.

“Dobbiamo cambiare il nostro comportamento e smettere di usare l’acqua e l’atmosfera del pianeta come se fossero il secchio dell’immondizia”.
intervista a Paul Crutzen (TG2, 12/10/2006)

L’Antropocene non è una fatalità, l’abbiamo plasmato con le nostre scelte e azioni. La mostra Tomás Saraceno. Aria a Palazzo Strozzi parte da questa consapevolezza, dal ripensamento del nostro modo di agire, dalla capacità di osservare i fenomeni da un altro punto di vista e dalla possibilità di uscire dall’Antropocene sviluppando nuovi modelli di pensiero.
Buckminster Fuller, architetto e filosofo americano famoso per la sperimentazione con strutture geodetiche, che ha influenzato la riflessione e il lavoro di Saraceno, diceva che non è possibile cambiare le cose combattendo la realtà esistente: per cambiarle è necessario costruire un nuovo modello che renda la realtà obsoleta.

L’arte di Tomás Saraceno ha un carattere visionario e utopico, ma al contempo pratico e pragmatico come il pensiero di Buckminster Fuller. Superare l’Antropocene e ritrovare l’armonia con la Terra non è solo uno slancio filosofico, ma è un vero e proprio progetto che si articola in molte forme. Tra gli sviluppi più complessi c’è Aerocene: una comunità artistica interdisciplinare che lavora a nuove espressioni di sensibilità ecologica, con l’obiettivo di avviare una collaborazione etica con l’atmosfera e l’ambiente, per una nuova era libera da combustibili fossili.

Come Saraceno racconta (l’intervista è disponibile qui sotto):
“nessuno sembra riuscire a immaginare che il calore fornito dal Sole potrebbe permetterci di sollevarci da terra e farci volare nell’aria. Che cosa potremmo diventare grazie a una relazione diretta con il Sole e il vento, e quale società potremmo essere in grado di sviluppare se pensiamo a diversi modelli di mobilità?”

Tomás Saraceno x Aerocene, Aerocene Archive(s), 2020. Video, 1’48” (colore, stereo, HD 1080p, 16:9)
Un film di Aerocene Community, prodotto da Studio Tomás Saraceno in collaborazione con Art/Beats, Courtesy l’artista e Aerocene Foundation

Queste domande hanno trovato una risposta pratica nelle attività di Aerocene che organizza il lancio di sculture aerosolari in grado di librarsi in aria grazie al calore del Sole e alle radiazioni infrarosse della superficie della Terra. Niente motori, niente batterie, niente combustibili, niente sfruttamento delle risorse, solo l’energia del pianeta. Negli ultimi cinque anni l’impegno della comunità si è consolidato, sono stati realizzati lanci in tutto il mondo e sono state progettate sculture aerosolari con caratteristiche diverse: ci sono quelle pilotabili come aquiloni, quelle che possono viaggiare liberamente da una città all’altra seguendo le rotte dei venti e anche una versione in grado di sollevare una persona a un’altezza superiore ai 200 metri trasportarla per quasi due chilometri.
Uomini e donne hanno sempre sognato di volare, la comunità Aerocene sta riuscendo in questa impresa ricorrendo a forme di energia che promuovono la consapevolezza ambientale e preservano l’aria che tutti respiriamo.

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Lancio Aerocene Explorer. 7 agosto, 2017, Salinas Grandes, Jujuy, Argentina
Con il supporto di CCK Buenos Aires, Courtesy Aerocene Foundation e CCK Agency, Fotografia Studio Tomás Saraceno, 2017

Per raggiungere questi obiettivi nel 2015 Tomás Saraceno ha creato la Aerocene Foundation, che lavora a stretto contatto con una comunità internazionale di scienziati e attivisti. Già nel 2012 l’artista si era affidato ai ricercatori del MIT Center for Art, Science & Technology (CAST) per trovare risposta a una delle sue domande (apparentemente) utopiche: “è possibile compiere un volo intorno al pianeta Terra usando come unica risorsa energetica il Sole?”
Da questo incontro è nato l’Aerocene Float – Predictor uno strumento che analizza le correnti del vento e traccia delle vere e proprie rotte di volo. Recentemente è stata messa a punto una nuova risorsa per la comunità Aerocene, la Float Predictor App. L’applicazione, disponibile per iOS e Android, ha più funzionalità: permette di simulare i percorsi di volo virtuali delle sculture aerosolari senza emissioni di CO2, sfruttando dati meteorologici aperti; consente di visualizzare la capillarità della comunità Aerocene in tutto il mondo; permette di vedere le diverse tipologie di sculture aerosolari, dove hanno volato negli anni e i luoghi di maggiore concentrazione.
Il messaggio è chiaro: siamo una comunità numerosa, aperta alla collaborazione e intenzionata a cambiare le forme di mobilità e la relazione con il pianeta. La tecnologia ci offre l’opportunità di confrontarci e rendere più forti i nostri progetti in pieno spirito DIT (Do it Togehter).

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Aerocene App (2020) è stata sviluppata da Aerocene Foundation in collaborazione con Studio Tomás Saraceno.
Courtesy Aerocene Foundation

“Realizziamolo insieme” è stato anche il motore della collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi e Manifattura Tabacchi. Manifattura infatti ha supportato la mostra dedicata a Tomás Saraceno accogliendo nei propri spazi una selezione di video, pubblicazioni, materiali e workshop per approfondire la filosofia dell’Aerocene.
La sostenibilità, la relazione tra uomo e natura, nonché la costruzione di comunità e di forme alternative di abitazione e di interazione sono temi fondamentali a cui Manifattura Tabacchi non solo è sensibile, ma ai quali affida la costruzione di forme sperimentali e innovative, tanto nella produzione quanto nella fruizione artistica. Il legame con il lavoro di Tomás Saraceno trova conferma non solo nelle tematiche, ma anche nella condivisione del processo, costituito dal superamento delle barriere, dal coinvolgimento del pubblico e dall’integrazione di diverse discipline, interne ed esterne all’arte.

Manifattura Tabacchi è una grande fabbrica realizzata negli anni ‘30 a ovest del  centro di Firenze: dismessa dal 2001 e ora oggetto di un ambizioso progetto di rigenerazione urbana che prevede di dar vita a un nuovo quartiere per la città animato da un centro per l’arte e la cultura contemporanea complementare al centro storico, aperto al territorio e connesso col mondo. Il progetto interdisciplinare dedicato all’arte, attualmente articolato in residenze d’artista, spazi indipendenti, festival e laboratori, è la cornice ideale in cui si colloca la collaborazione tra Manifattura Tabacchi e Fondazione Palazzo Strozzi.

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Veduta aerea di Manifattura Tabacchi. Foto Marco Zanta

Dal cortile della ciminiera, su cui affacciano i due edifici attivati per gli usi temporanei, si accede a uno spazio di studio, raccoglimento e osservazione, allestito e disegnato sotto l’occhio attento di Tomás Saraceno. A catturare subito l’attenzione è l’Aerocene Explorer Backpack: uno starter kit da indossare come uno zaino che contiene tutto il necessario per l’esperienza di volo di una scultura aerosolare.

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Aerocene Backpack, 2016-in corso. Veduta della mostra presso Manifattura Tabacchi. Foto Alessandro Fibbi

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Pubblicazioni Aerocene. Veduta della mostra presso Manifattura Tabacchi. Foto Alessandro Fibbi

Sulla parete è riprodotto il Manifesto di Aerocene che richiama “l’attenzione di chi ha a cuore l’atmosfera”; il testo afferma di vedere “lo spazio come un luogo di proprietà comune, fisico e immaginario, libero dal controllo delle grandi società e dalla sorveglianza dei governi. Aerocene promuove un accesso libero, non soggetto a misure di estrema sicurezza, all’atmosfera. È una proposta, una scena nell’aria, sull’aria, per l’aria e con l’aria”.
Dichiarazione politica ed etica, il Manifesto è il punto di partenza per tutti i progetti della comunità. Tra i materiali esposti a Manifattura Tabacchi è possibile consultare anche un’ampia selezione di pubblicazioni che raccontano la progettualità di Aerocene nelle sue molteplici declinazioni.
Il percorso di scoperta prosegue in una sala di proiezione dove è possibile immergersi nella selezione di video e documentari dedicati all’artista e immaginare di vivere le esperienze di volo scoperte nelle pubblicazioni.
Bambini, adulti, anziani, intere comunità: lo sguardo li segue mentre insieme fanno volare le sculture aerosolari nei luoghi più affascinanti della Terra. Immagini evocative che non possono fare a meno di ricordare la meraviglia del mondo in cui viviamo e la bellezza di prendersi cura non solo della natura, ma anche delle persone.

In data 13 maggio, ore 18.30 sulle pagine Facebook di Fondazione Palazzo Strozzi e Manifattura Tabacchi si terrà una conversazione tra l’artista Tomás Saraceno, Arturo Galansino (Direttore Generale, Fondazione Palazzo Strozzi), Stefano Mancuso (Direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale LINV) e Lisa Signorile (biologa e giornalista scientifica) incentrata su arte, natura e impegno collettivo per ripensare il nostro modo di vivere e interagire con il pianeta.

L’accessibilità a Palazzo Strozzi: un luogo aperto a tutti

Mentre è in corso di preparazione il convegno L’arte accessibile, Musei e progetti per persone con disabilità (Palazzo Strozzi, 10-11 novembre 2016) riusciamo a fare qualche domanda ad Irene Balzani del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi. Irene si occupa di varie attività tra le quali l’ideazione e organizzazione dei progetti di accessibilità, dedicati alle persone con disabilità, ai ragazzi con autismo, alle persone affette da Alzheimer, a chi se ne prende cura, agli educatori e agli operatori professionali.
Un programma intenso di incontri, visite e laboratori che rendono Palazzo Strozzi e le sue mostre un luogo accogliente e aperto a tutti.

 

Come hai iniziato a lavorare alla Fondazione Palazzo Strozzi?
Ho iniziato con una collaborazione al progetto Open Studios del CCC Strozzina quando ancora ero una studentessa dell’Università di Firenze. Accompagnare i visitatori a scoprire gli studi degli artisti in Toscana è stato il mio primo contatto con la Fondazione Palazzo Strozzi. Poi nel 2010, dopo aver passato una selezione, sono entrata a far parte del Dipartimento Educazione della Fondazione, inizialmente occupandomi dei progetti dedicati alle famiglie.

Puoi raccontarci cosa fa un Dipartimento Educazione?
Il lavoro del Dipartimento Educazione è molto vario: ci occupiamo di tutto quello che riguarda il rapporto tra le mostre e i visitatori. Con i miei colleghi Alessio e Martino progettiamo percorsi per le scuole, le famiglie, gli adulti e tutto il campo dell’accessibilità. “Accessibilità” è una parola fondamentale perché credo che il nostro lavoro consista principalmente nel rendere “accessibile” l’arte a chiunque voglia provare ad avvicinarvisi, creando progetti che aiutino a riflettere ma anche a divertirsi, e che inoltre abbiano una continuità nel tempo. All’interno del Dipartimento ogni giornata lavorativa è fatta da riunioni e momenti di scambio con gli altri colleghi della Fondazione, che si alternano alla gestione e alla conduzione di attività in mostra: oltre al coordinamento, una parte dei progetti viene infatti seguita direttamente da noi perché il contatto con le persone è fondamentale per non perdere di vista il senso del nostro lavoro.

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Quale progetto ti ha appassionato di più?
Tra i progetti che ho seguito un posto speciale lo occupa A più voci, dedicato alle persone con Alzheimer e a chi se ne prende cura.
Nato nel 2011, il progetto si è sviluppato grazie alla collaborazione con educatori geriatrici specializzati e il confronto con loro mi ha arricchito moltissimo da un punto di vista personale e professionale, insegnandomi a valorizzare le potenzialità di ognuno. Partendo da questa esperienza sono nati progetti simili in tutta la Toscana e anche internamente ha dato l’avvio ad altri due programmi: Connessioni, dedicato alle persone con disabilità (fisica, psichica e cognitiva) e Sfumature, indirizzato a ragazzi con il disturbo dello spettro autistico.

Quale mostra di Palazzo Strozzi ti ha più ispirata nell’ideazione di una nuova attività?
Ogni mostra offre nuove ispirazioni, ogni opera dà infinite possibilità. Sicuramente gli artisti presenti nella mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim hanno offerto spunti ricchissimi da questo punto di vista: l’idea che l’arte possa nascere dalla traccia di un gesto non del tutto controllato è stata d’ispirazione per trovare nuove forme di comunicazione che andassero oltre quella verbale.
Anche la mostra Ai Weiwei. Libero ha fornito nuove prospettive e insieme ai ragazzi del centro Casadasé – Autismo Firenze abbiamo lavorato alla progettazione di un percorso indirizzato ai loro coetanei. L’uso di un linguaggio contemporaneo e di mezzi a noi familiari ha reso questa idea più facilmente realizzabile.

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Raccontaci qualcosa che la maggior parte delle persone ignora del tuo lavoro.
Credo che talvolta per le persone sia difficile rendersi conto quanto impegno ci sia dietro a ogni singola attività. Progettazione, studio, ricerca dei materiali, test di prova, rimodulazione, valutazione: è un lavoro complesso! Una professione che spesso non ha ancora un nome: ci chiamano mediatori, educatori, operatori per arrivare fino a nomi più fantasiosi… anche tra gli addetti ai lavori ancora non abbiamo trovato una definizione univoca.

In cosa è diversa la Fondazione Palazzo Strozzi sul tema dell’accessibilità rispetto ad altre realtà museali o espositive?
Palazzo Strozzi è uno dei centri culturali che investe maggiormente sui progetti dedicati a questo tema. Ogni settimana c’è un incontro di A più voci, due attività di Connessioni e una volta al mese una di SfumatureÈ richiesta una grande attenzione e un investimento importante, non conosco altre organizzazioni a livello regionale ma anche nazionale che facciano altrettanto.

Che consiglio daresti a chi come te vuole lavorare nell’ambito dell’accessibilità nei musei?
Prima di tutto crederci, come in ogni cosa che si fa. Consiglierei inoltre di formarsi il più possibile andando nei musei e partecipando alle attività possibilmente anche all’estero (nel mio caso sono state molto importanti le esperienze formative fatte presso l’Ecole du Louvre a Parigi e alla School of the Art Institute of Chicago). Oltre a questo è fondamentale stare il più possibile a contatto con le persone e con l’arte. Si impara moltissimo se ascoltiamo; è sorprendente quante cose possa suscitare un’opera d’arte se ci concediamo il tempo di osservarla, sentirla, viverla.

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Il 10 e 11 novembre si terrà a Palazzo Strozzi il convegno L’arte accessibile, Musei e progetti per persone con disabilità, cosa ti aspetti da questo incontro?
Ogni convegno che abbiamo organizzato (nel 2012 e 2014 sui progetti per persone con Alzheimer, nel 2015 dedicato al rapporto con la scuola) sono stati l’occasione per conoscere altre esperienze e scambiare idee, prospettive, sfide. Credo che anche il convegno di quest’anno possa essere una preziosa opportunità per condividere e costruire reti, oltre a servire come ispirazione per gli altri musei del territorio.

Quali sono le tue ambizioni per il futuro?
Domanda difficile… Direi continuare a lavorare divertendomi, e contribuire a creare una cultura sempre più aperta.

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Se non si sperimenta, che laboratorio è?

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim il Dipartimento Educazione si è lasciato inspirare dai grandi dipinti astratti presenti in mostra, dalle tecniche dei pittori surrealisti e degli espressionisti astratti. Da queste suggestioni iniziali sono nate svariate attività educative proposte ai gruppi in visita alla mostra. Figure in fuga e Arte in scatola sono i due laboratori progettati rispettivamente per le classi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Si tratta di due attività che condividono molti aspetti, a partire dal focus sulla pittura astratta e all’attenzione per il processo artistico contraddistinto da un atteggiamento di ricerca libera che si ritrova nelle opere di molti dei pittori protagonisti della mostra come Max Ernst, Jackson Pollock e Morris Louis.

Figure in fuga (classi con bambini dai 6 agli 11 anni) è nato da una riflessione sui modi in cui l’arte astratta libera il pittore dalla necessità di imitare il mondo trasformando la tela del dipinto in uno spazio di sperimentazione di pratiche che producono risultati imprevedibili. Per restituire in laboratorio questo atteggiamento e valorizzare la dimensione di scoperta che caratterizza l’opera di questi artisti sono stati utilizzati pochi materiali e il laboratorio può essere utilizzato come spunto da riproporre a casa o in classe. Per prima cosa i bambini suddivisi in gruppi hanno posizionato dei fogli di carta velina colorata sopra dei grandi fogli di carta da pacchi bianca. Utilizzando della semplice acqua i bambini hanno a turno iniziato a bagnare la carta colorata, in certi casi simulando con i pennelli il dripping di Pollock, o usando strumenti meno convenzionali come i contagocce, le spugne o i diffusori spray. L’acqua ha sciolto il pigmento colorato della velina che immancabilmente ha macchiato la carta da pacchi bianca sottostante in corrispondenza delle parti bagnate. Il risultato inaspettato spesso prendeva la forma di grandi macchie di colore che mutavano in affascinanti sfumature date dalla sovrapposizione di più carte colorate e che i bambini via via imparavano a gestire secondo le proprie intenzioni. Alla scoperta, dunque, è seguito il tentativo di controllo dei risultati da parte dei partecipanti.

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Questa attività, così come Arte in scatola, la variante progettata per le scuole medie in cui i ragazzi e le ragazze potevano utilizzare liberamente un set di strumenti prestabiliti per realizzare una propria opera astratta, ha messo in discussione il ruolo dell’educatore chiamato a condurre le attività. Proprio perché si tratta di due attività elementari dove il superamento delle regole precostituite e la gioia della scoperta autonoma sono da considerarsi come gli obbiettivi educativi più importanti, l’educatore deve riuscire a fare il necessario passo indietro lasciando che siano le suggestioni ottenute dalla visita della mostra a indicare le soluzioni espressive e a farne emergere di nuove.

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Proposte di laboratorio come queste rappresentano un esempio di come la semplificazione dei passaggi possa garantire lo spazio di libertà necessario al partecipante per esprimere la propria individualità e allo stesso tempo facciano emergere quei limiti (i pochi materiali a disposizione, il rispetto dell’ambiente di lavoro, il tempo prestabilito) che i bambini o i ragazzi possono esplorare con l’obbiettivo di forzarne le logiche attraverso ulteriori soluzioni creative.

Collezionismi

Due collezioni a confronto, quella di Solomon e di Peggy Guggenheim, hanno definito nel tempo il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art.

Da questo confronto nasce la mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim da cui prende spunto il progetto educativo Collezionismi.

Collezionismi nasce dall’idea di utilizzare la mostra come terreno di confronto finalizzato alla produzione di nuove opere d’arte e nuovi progetti artistici. Collezionismo a 360 gradi dunque: come pratica artistica, come approccio operativo, come metodo di lavoro. Organizzare una raccolta di oggetti o immagini, secondo un’idea, una riflessione, un racconto, come stimolo per nuovi scenari o la definizione di inedite suggestioni visive.

Il progetto ha coinvolto gli studenti delle Accademie d’arte di Firenze che, dopo una visita alla mostra e l’incontro con due artisti, Chiara Betazzi e Francesco Carone -la cui ricerca artistica ha un forte legame con l’idea di collezione- hanno esplorato possibili forme di collezionismo attraverso la fotografia, la performance e la pittura.

width=Ogni studente ha attinto dal proprio percorso di formazione e dalle proprie esperienze, traducendo l’atto del collezionare non solo in una raccolta di oggetti, ma in una serie più complessa di attività, scendendo più in profondità nel processo creativo.

In un incontro pubblico a Palazzo Strozzi, i partecipanti al progetto hanno presentato in anteprima le produzioni più significative: c’è chi ha catturato il proprio tempo attraverso una video performance, chi ha costruito scatole cinesi concettuali attraverso collezioni di fotografie il cui soggetto sono collezioni di sculture, chi ha utilizzato gli oggetti dimenticati della propria infanzia come incipit di un progetto video in stop-motion.

width=Tante le possibili forme di “collezionismo” realizzate dai ragazzi che, grazie alla collaborazione con gli studenti del corso di Art Management dello IED Firenze, sono divenute una mostra di arte contemporanea dal titolo #tantecose.

Il progetto espositivo #tantecose si terrà negli spazi di IED (in via Bufalini 6R) e ONART Gallery, (in via della Pergola 57-61/r) dal 23 al 30 giugno 2016 presentando non solo il concetto del collezionismo di opere d’arte ispirate alle collezioni dei Guggenheim, esposte a Palazzo Strozzi, ma considerando anche i vari approcci psicologici del collezionismo come azione di raccolta di oggetti, pensieri e esperienze.

L’atto di collezionare include una selezione: una scelta specifica degli elementi selezionati. #tantecose invita lo spettatore ad esplorare la natura di queste scelte.

width=Collezionismi è realizzato grazie alla collaborazione di:
Accademia di Belle Arti di Firenze (Marco Raffaele)
LABA Firenze (Federica Chezzi, Massimo Innocenti)
IED (Daria Filardo)
Fondazione Studio Marangoni, (Lucia Minunno, Margherita Verdi)
Chiara Bettazzi e Francesco Carone

Dove vivo io

«Abitare è essere ovunque a casa propria». Inizia così il documentario del 1977 dell’architetto Ugo La Pietra. A questo pensiero e alla migrazione contemporanea rappresentata nella mostra Liu Xiaodong: Migrazioni si ispira il progetto Dove vivo io, realizzato dal Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi.

L’idea è di raccontare la comunità che vive nei luoghi raffigurati dal pittore Liu Xiaodong, attraverso una testimonianza diretta, fatta di voci, suoni e immagini. Un progetto pensato per far emergere i legami con il territorio e i percorsi emotivi di chi abita quotidianamente la città.

Come ci rappresentano e cosa raccontano di noi i luoghi in cui viviamo? Quanto siamo influenzati dai quartieri, dalle vie e dalle piazze che frequentiamo? Quanto la nostra presenza modifica questi luoghi?

A queste domande risponde un gruppo di ragazze e ragazzi, che vivono tra Prato e Firenze, riflettendo sui luoghi del proprio vissuto quotidiano: una strada, una piazza o qualsiasi altro posto legato ad un ricordo, a un’emozione, alla personale percezione della città.

Il punto di partenza è stato quello di individuare sulla mappa di Prato, i “luoghi del cuore”; è seguita una visita in città per scoprire insieme le aree indicate: un percorso durante il quale ognuno ha raccontato le storie, le trasformazioni, le relazioni, con una particolare attenzione al quartiere di Chinatown. La fase successiva è stata quella di intervistare persone che vivono nel territorio, scelte direttamente dai partecipanti.

width=Ad ogni luogo corrisponde una storia: c’è chi ha indicato Piazza dell’Immaginario, chi via Pistoiese, chi piazza Duomo, raccontando così frammenti della città. Vincenzo, spazzino italiano, si prende cura della strade del Macrolotto Zero; Giulia, ex studentessa di medicina, vive in Italia da venticinque anni lavorando come sarta, innamorata del centro storico pratese; Massimiliano, ha un cognome e un passaporto cinese, senza però conoscere la lingua. Tante le storie che si intrecciano, raccolte in un progetto sonoro, con sottotitoli in italiano e cinese, affiancato da una selezione di fotografie e mappe dei luoghi raccontati.

Il video, le fotografie e le mappe che potete vedere per intero qui, sono il risultato di alcuni mesi di lavoro che hanno permesso di scoprire, approfondire e raccontare l’articolata convivenza multiculturale che caratterizza Prato.

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Tutte le interviste e le fotografie sono disponibili sul nostro account Youtube e Flickr.

width=Il progetto è stato reso possibile grazie alla collaborazione con Sara Jacopini, Miao Miao Huang e all’attenzione e sensibilità di tutti i partecipanti.
Il progetto audio è stato realizzato in collaborazione con Radio Papesse.
La documentazione fotografica e il montaggio video è di Giancarlo Barzagli.
Le mappe sono state realizzate da Emanuele Barili.

 

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Una mostra, tanti modi di visitarla

Palazzo Strozzi dedica un’attenzione particolare ai propri visitatori e propone un’ampia selezione di attività pensate per rendere la visita alla mostra un’esperienza ancora più significativa. Oltre ai percorsi guidati con gli educatori si può scegliere un’attività da fare in autonomia come il Kit Famiglie o il Kit Disegno per scoprire le opere in mostra per scoprire le opere da inaspettati punti di vista. E per chi vuole prendersi una pausa durante la visita la Sala Lettura offre una selezione di libri da sfogliare ispirati ai temi e agli artisti della mostra.

 

Sala lettura: una sala sempre aperta alle vostre storie

La sala lettura è un luogo speciale all’interno del percorso espositivo dedicato ai visitatori che vogliono far volare l’immaginazione, che desiderano scoprire e sfogliare le pubblicazioni dedicate ai temi e agli artisti della mostra oppure, semplicemente, a chi vuole un momento di pausa dalla visita.

In occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, troverete in sala lettura una grande parete con la cronologia degli eventi collegati alla vita di Solomon e Peggy Guggenheim e il progetto La storia di un’opera d’arte. Avrete infatti la possibilità di creare un nuovo contesto e una nuova storia per i dipinti di Francis Bacon, di Wassily Kandinsky e per un mobile di Alexander Calder, disegnando su tre album che sono sempre a disposizione del pubblico e della sua creatività.

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Kit Famiglie

Il Kit famiglie è dedicato ad adulti e bambini, pensato appositamente per condividere la visita in mostra in maniera divertente e creativa. Ogni tappa del percorso prevede un’attività che permette un approfondimento inedito sugli artisti e sulle opere della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim.

Con il Kit potrete: scoprire, osservare, inventare, disegnare, creare storie, affidarvi al caso, progettare sculture in movimento, lasciarvi stupire dall’arte!

Avrete sempre con voi tutto il necessario per una visita in autonomia: un piccolo libro con giochi e suggerimenti per osservare le opere, oggetti speciali da usare in mostra e un diario per condividere la propria esperienza con le persone che lo utilizzeranno in futuro.

Il Kit Famiglie si può richiedere gratuitamente al Punto Info della mostra, è sempre disponibile e non è neccesaria la prenotazione.

Si ringrazia Il Bisonte per la borsa del Kit Famiglie

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Kit Disegno

Un album, una matita, una gomma ed un suggerimento per osservare le opere!

Il Kit Disegno è un materiale disponibile per i visitatori della mostra, pensato per allenare lo sguardo ed esprimere la propria creatività attraverso la più antica forma d’arte: il disegno.

Disegnare è guardare, è conoscere, è interagire con un’opera d’arte in modo diverso, è un metodo per concentrarsi e allo stesso tempo per perdersi davanti ad un quadro o una scultura. Un’immagine disegnata contiene in sé l’esperienza dell’osservazione, tradurre quello che vediamo in un nuovo disegno rappresenta il nostro personale sforzo di dare una forma al mondo.

Il Kit Disegno è rivolto a chiunque voglia visitare la mostra e sperimentare un nuovo modo di guardare l’arte dei grandi artisti. L’importante non è realizzare un bel disegno, ma lasciare che occhio, mano e matita lavorino insieme trasportandoci nell’esperienza della creazione.

Il Kit si può richiedere gratuitamente al Punto Info della mostra, sempre disponibile e non necessita di prenotazione.

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Scoprite tutte le attività educative di Palazzo Strozzi

A più voci

Oggi parliamo di accessibilità museale e di quanto il progetto A più voci stia contribuendo all’abbattimento delle barriere, non solo fisiche, all’interno dei nostri percorsi espositivi. Si tratta di un’iniziativa, tra le prime in Italia, che Palazzo Strozzi porta avanti dal 2011.

Dedicato alle persone affette da Alzheimer e a chi se ne prende cura, il progetto è finalizzato a rendere accessibili alle persone con demenza le mostre promosse dalla Fondazione attraverso attività appositamente concepite. Le persone affette da Alzheimer hanno così la possibilità di esprimersi attraverso l’arte, attraverso un modello per una comunicazione ancora possibile, facendo ricorso all’immaginazione e non alla memoria, alla fantasia e non alle capacità logico-cognitive, valorizzando le residue capacità comunicative.

Gli obiettivi perseguiti dal progetto A più voci sono:

  • proporre alle persone con Alzheimer e ai loro caregiver un incontro diretto con l’arte attraverso un’esperienza piacevole, stimolante, emozionante;
  • offrire ai partecipanti la possibilità di esprimere se stessi e proporre nuovi esempi di comunicazione possibile;
  • creare nuove occasioni di relazioni sociali e promuovere un cambiamento nella percezione sociale della malattia.

width=Per ogni mostra vengono organizzati quattro cicli di tre incontri ciascuno, completamente gratuiti per i partecipanti. Ogni incontro è condotto da tre educatori in compresenza, di cui almeno uno specializzato in comunicazione museale e almeno uno specializzato in animazione geriatrica. Gli incontri si svolgono negli orari di apertura di Palazzo Strozzi per promuovere la conoscenza della malattia e un cambiamento nella percezione sociale del malato.

Nei primi due incontri viene scelta un’opera della mostra di fronte alla quale soffermarsi. Attraverso una conversazione guidata, si invitano tutti i partecipanti alla creazione di un racconto collettivo o di una poesia (appunto le più voci che può assumere un’opera) suggerendo così altri modi possibili di guardare all’arte.

Il terzo incontro è invece dedicato a un’attività creativa ispirata alle opere esposte in mostra e incentrata sulla relazione tra le persone affette da Alzheimer e i loro accompagnatori.

Parte importante del progetto è costituita dai due incontri riservati ai caregiver. Il primo appuntamento viene fissato all’inizio di ogni mostra per spiegare gli obiettivi del progetto e ascoltare le opinioni dei partecipanti. Il secondo avviene a conclusione della mostra, per valutare insieme l’attività svolta e per progettare le azioni future.

Nel 2012 e nel 2014 sono stati organizzati da Palazzo Strozzi due convegni internazionali sulle proposte museali per le persone affette da Alzheimer che hanno visto la partecipazione delle più importanti realtà museali internazionali (fra cui il MoMA e il Museum of Modern Art di New York, la Royal Academy di Londra, il Prado di Madrid, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Norsk Teknisk Museum di Oslo, la Kunsthaus di Zurigo, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e le Gallerie d’Italia di Milano). I due convegni hanno avuto una risonanza internazionale e hanno contribuito a far nascere nuovi progetti analoghi a Firenze ed in Italia.

Maggiori informazioni www.palazzostrozzi.org/il-progetto-a-piu-voci/

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Un giovedì speciale a Palazzo Strozzi

Immaginate un giovedì sera a Palazzo Strozzi, la mostra Bellezza divina (terminata domenica 24 gennaio) e un gruppo di ragazze e ragazzi, tra i 18 e i 20 anni, che vi guida tra le sale espositive per osservare e discutere delle opere insieme a voi, soffermandosi su quelle che maggiormente hanno colpito la loro attenzione. Quello che vi abbiamo appena descritto è il Giovedì per i Giovani, appuntamento che, da alcuni anni, è diventato un momento imprescindibile dell’attività didattica di Palazzo Strozzi, dove arte e giovani trovano un punto d’incontro e di dialogo.

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L’idea del progetto è di offrire ai ragazzi delle scuole superiori un’esperienza di confronto con l’arte, dando loro la possibilità di diventare i protagonisti del racconto di un’opera esposta in mostra. Per raggiungere l’obiettivo è necessario stabilire un contatto ravvicinato con l’opera, mettersi in gioco e superare la timidezza, sviluppare un vocabolario specifico e riflettere sulla comunicazione. Un’attività in cui si mescolano apprendimento, curiosità e passione, per un’esperienza formativa che ogni volta coinvolge studenti, insegnati e visitatori.

In occasione della mostra appena conclusa Bellezza divina, grazie alla collaborazione con le professoresse Giovanna Ragionieri e Francesca Giannetti abbiamo lavorato al progetto con due scuole superiori fiorentine: il Liceo Artistico Statale “Leon Battista Alberti” e l’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gobetti Volta”. Gli studenti hanno aderito all’esperienza per i motivi più diversi: c’è chi ha preso parte al progetto per superare le proprie barriere emotive (come parlare in pubblico), chi semplicemente per passione dell’arte, chi come approfondimento del proprio percorso scolastico, chi per farsi un’idea su un possibile lavoro futuro. I partecipanti erano accomunati dal desiderio di comprendere l’arte e di comunicare il loro punto di vista.

Ma come si racconta un’opera d’arte? Come relazionarsi a qualcuno che non si conosce? Quale opera scegliere? Tante le domande e tante le preoccupazioni che si sono posti i ragazzi.

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A questo proposito Martino Margheri e Alessio Bertini, del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi, hanno organizzato un calendario di incontri di avvicinamento alle due serate, per preparare i ragazzi sul percorso espositivo, sulle singole opere e sulle strategie comunicative da adottare con il pubblico della mostra.

Le “lezioni” da apprendere sono molteplici:

1: presentarsi e stabilire un contatto con il visitatore;

2: coinvolgere il visitatore attraverso il racconto dell’opera;

3: restituire la ricchezza di un percorso espositivo;

4: condividere le proprie idee e trasmettere la propria passione per l’arte.

Il risultato è stato un evento speciale, che ha permesso di visitare la mostra con occhi nuovi, confrontandosi con il punto di vista degli studenti, con la loro spontaneità e la loro passione.

Vi aspettiamo per il prossimo Giovedì per i Giovani in occasione della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim!


Gli insegnati interessati a partecipare con le proprie classi al progetto in occasione delle prossime mostre possono rivolgersi al Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi: edu@palazzostrozzi.org

Si ringrazia per le foto Martino Margheri.