Servire il futuro: Peggy Guggenheim e l’arte americana

La Collezione Peggy Guggenheim ospita a Palazzo Venier dei Leoni a Venezia una delle collezioni di arte moderna e contemporanea del XX secolo più importanti al mondo. Già protagonista della mostra Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, con il suo mecenatismo Peggy Guggenheim ha saputo riunire attorno a sé i più grandi artisti dell’epoca, portandoli alla fama negli Stati Uniti che in Europa. Gražina Subelytė (Associate Curator della Collezione Peggy Guggenheim), in occasione della mostra American Art 1961-2001, sottolinea l’importanza del collezionismo della filantropa americana e di come abbia influenzato l’arte d’oltreoceano, e non solo, per gli anni a venire.

Dopo essere fuggita dalla Francia occupata dai nazisti e aver fatto ritorno, nell’estate del 1941, nella natia New York, nell’ottobre del 1942 Peggy Guggenheim apre il suo museo/galleria Art of This Century, e nel comunicato stampa afferma: “Questa impresa avrà raggiunto il suo obiettivo solo se riuscirà a servire il futuro invece di registrare il passato”. Di fatto Art of This Century diventa ben presto il luogo più innovativo e stimolante dove poter assistere alle più recenti sperimentazioni artistiche.

Joseph Cornell, Untitled (Canis Major Constellation), 1960 circa,  legno, vetro, sughero, gomma, metallo, sabbia, carta, pittura cm 19,4 × 32,9 × 8,9. Minneapolis, Walker Art Center. Art © The Joseph and Robert Cornell Memorial Foundation By SIAE 2020

La prima mostra temporanea qui organizzata comprende delle bottiglie di Laurence Vail, artista Dada e primo marito di Peggy Guggenheim, e delle scatole magiche dell’americano Joseph Cornell, alcune delle quali oggi esposte alla Collezione Peggy Guggenheim, a Venezia. Cornell raccoglieva oggetti disparati che poi assemblava in composizioni tematicamente coerenti. Il suo archivio, una sorta di gabinetto delle curiosità, comprendeva migliaia di oggetti, anche effimeri, raccolti nell’arco di una vita. Appassionato narratore, riusciva a trovare un’unità di fondo nella diversità ed era inoltre profondamente affascinato e influenzato dal cosmo e dall’astronomia, come emerge da alcune sue opere, quali Untitled (Canis Major Constellation) (c. 1960), e Eclipsing Binary, Algol, with Magnitude Changes (c. 1965), esposte nella mostra American Art 1961-2001.

Marcel Duchamp, Scatola in una valigia (Boîte-en-Valise), 1941, cm 40,7 x 37,2 x 10,1. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York). Photo Matteo De Fina

Accanto alle creazioni di Vail e Cornell, quella prima esposizione ad Art of This Century include anche Scatola in una valigia (1941) di Marcel Duchamp, amico e fedele consigliere di Peggy. Questa valigetta da viaggio, che la collezionista porta con sé dall’Europa, raccoglie 69 riproduzioni di opere dell’artista create prima del 1935 e un “originale”. Tra le riproduzioni figurano, ad esempio, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche (Il grande vetro) e alcuni dei più celebri ready-made, come una miniatura dell’orinatoio rovesciato, Fontana, del 1917. Simile alla valigetta di un rappresentante, la “scatola” simula perfettamente, e in scala, l’ambiente di una stanza. Realizzata poco prima che Duchamp si trasferisse a New York durante la seconda guerra mondiale, la “scatola” diventa il modo in cui poter conservare in forma simbolica, in una sorta di piccolo museo portatile, una selezione in miniatura dei lavori. Insieme alle opere della collezione di arte cubista, astratta e surrealista della mecenate americana, lo spirito rivoluzionario delle creazioni di Duchamp, come la nozione stessa di ready-made, esercita una grande influenza sulle generazioni a venire degli artisti d’oltreoceano. Nella mostra American Art 1961-2001, tale aspetto emerge ad esempio nelle opere di artisti come Sherrie Levine, con la sua Fountain (1991), Andy Warhol con Campbell’s Tomato Juice Box (1964), Robert Rauschenberg con décor for Minutiae (1954/76), Jasper Johns con Set Elements for Walkaround Time (1968).

Mark Rothko, Sacrificio (Sacrifice), aprile 1946, acquerello, guazzo e inchiostro di china su carta, cm 100,2 x 65,8. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York)

Soprattutto, Art of This Century (1942-1947) serve il futuro invece di registrare il passato, andando a esporre molti giovani artisti americani allora sconosciuti, tra cui Jackson Pollock, Mark Rothko e Clyfford Still, le cui opere sono tuttora esposte a Venezia. All’epoca il lavoro di Rothko era ancora figurativo e carico di valenze mitologiche di matrice surrealista, ma alla fine degli anni ’40 volge alla completa astrazione, contribuendo allo sviluppo della pittura Color Field, basata su ampie campiture di colore, come si osserva nel suo dipinto No. 2 (1963), attualmente in mostra a Palazzo Strozzi.

Mark Rothko,  No. 2, 1963, olio, acrilico e colla su tela, cm 203,8 x 175,6.  Minneapolis, Walker Art Center © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / ARS, New York
American Art 1961-2001
, exhibition view Palazzo Strozzi, Firenze, 2021.© photo Ela Bialkowska, OKNOstudio

Grazie a Peggy Guggenheim, il lavoro di questa nuova generazione di artisti americani viene presentato per la prima volta al di fuori dagli Stati Uniti in occasione della Biennale di Venezia del 1948, dove la mecenate viene invitata a presentare la sua collezione negli spazi del Padiglione greco, allora vuoto a causa della guerra civile che imperversava in Grecia. È la prima volta che in Italia viene esposta una raccolta così esaustiva di arte moderna. Ma il padiglione di Peggy Guggenheim assume un’importanza ancora maggiore, poiché quell’anno il Padiglione degli Stati Uniti apre in ritardo, diverse settimane dopo, e così è il suo padiglione a rappresentare in qualche modo il paese durante l’inaugurazione e ad accogliere l’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, James Dunn.

Jackson Pollock, Alchimia (Alchemy), 1947, olio, pittura d’alluminio, smalto alchidico con sabbia, sassolini, filati e bastoncini spezzati di legno su tela, cm 114,6 x 221,3. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York)

Al termine della Biennale, la collezione di Peggy Guggenheim attraversa una fase “nomade” che dura circa due anni, durante la quale viene esposta anche a Palazzo Strozzi, nel 1949, dove sono presentate anche Scatola in una valigia di Duchamp e opere di artisti americani come Robert Motherwell, Pollock e Rothko. La mecenate continua a promuovere Pollock e nel 1950 organizza una sua personale nell’Ala Napoleonica del Museo Correr, in piazza San Marco a Venezia. Si tratta della prima personale dell’artista al di fuori degli Stati Uniti e vi sono esposti anche dieci suoi dripping. Suscita shock ed entusiasmo negli artisti italiani di generazioni differenti, dai più anziani ai più giovani, poiché l’idioma visivo astratto di Pollock è senza precedenti e decisamente radicale. E altrettanto radicali e progressisti sono gli sforzi compiuti da Peggy Guggenheim nel sostenere gli artisti americani e nell’introdurli a un nuovo pubblico, garantendo l’importanza e la continuità della loro eredità che, attraverso la contestazione, il cambiamento o l’accettazione, è oggi riflessa nelle opere esposte nella mostra American Art 1961-2001. L’obiettivo di servire il futuro piuttosto che registrare il passato è stato raggiunto.

Gli Amici di Palazzo Strozzi entrano gratuitamente alla Collezione Peggy Guggenheim e i possessori del biglietto di American Art 1961-2001 hanno diritto a un ingresso ridotto al museo veneziano (€ 13 invece di € 15).

I soci della Collezione Peggy Guggenheim entrano gratuitamente a Palazzo Strozzi. I possessori del biglietto della Collezione hanno diritto al biglietto ridotto per la mostra American Art 1961-2001 (€ 12 invece di € 15).

In copertina: Peggy Guggenheim nella sala da pranzo di Palazzo Venier dei Leoni, Venezia, anni ’60. Da sinistra: Vasily Kandinsky, Paesaggio con macchie rosse, n. 2 (Landschaft mit roten Flecken, Nr. 2, 1913); Georges Braque, Il clarinetto (La Clarinette, estate autunno 1912); Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14; Louis Marcoussis, L’Habitué (1920); Umberto Boccioni, Dinamismo di un cavallo in corsa + case (1914–15); Albert Gleizes, Donna con animali (Madame Raymond Duchamp-Villon) (La Dame aux bêtes [Madame Raymond Duchamp-Villon]), terminato nel febbraio 1914; tutte le opere sono in Collezione Peggy Guggenheim. Foto Archivio Cameraphoto Epoche. Fondazione Solomon R. Guggenheim, Venezia, Donazione, Cassa di Risparmio di Venezia, 2005.

Bruce Nauman: Contrapposto Studies

A Punta della Dogana, Venezia, dal 23 maggio 2021 al 9 gennaio 2022 è in mostra Bruce Nauman: Contrapposto Studies, a cura di Carlos Basualdo (The Keith L. and Katherine Sachs Senior Curator of Contemporary Art al Philadelphia Museum of Art) e Caroline Bourgeois (conservatrice presso la Pinault Collection). La mostra rende omaggio alla figura di Bruce Nauman, presente anche nella mostra American Art 1961-2001 con l’opera Art Make-Up (1967-1968). Di seguito un estratto da Volver sobre sus pasos di Carlos Basualdo, pubblicato nel catalogo della mostra, edito da Marsilio Editori.

Dal 2015 Bruce Nauman è impegnato nella realizzazione di una serie di opere, per lo più videoinstallazioni ma anche un collage preparatorio e un modellino in scala, che a prima vista sembrano un riesame o una continuazione di uno dei suoi primi video, Walk with Contrapposto del 1968. Nauman lavora spesso in serie, creando gruppi di opere che insieme vanno a comporre un’espressione artistica che abbraccia, o definisce nei suoi limiti, uno o più interrogativi. Prima di iniziare a realizzare la serie di proiezioni confluita nei Contrapposto Studies, aveva ampiamente esplorato i cambiamenti dei giorni della settimana in installazioni come Days e Giorni del 2009, e le possibili combinazioni delle posizioni delle sue dita in diversi disegni, video (For Beginners (all the combinations of thumb and fingers), 2010) e registrazioni sonore. Il suono e la composizione hanno sempre suscitato l’interesse di Nauman e sono un elemento centrale anche di questa serie recente. La differenza più sorprendente rispetto ai lavori precedenti sta nella scelta di una vecchia opera come punto di partenza. Sebbene questo sia un gesto ricorrente per molti artisti, a Nauman non accade spesso. Nell’ambito della sua pratica, la decisione di tornare sui suoi passi sembra costituire un’eccezione radicale.

Bruce Nauman, For Beginners (all the combinations of thumb and fingers), 2010, Collection of the Los Angeles County Museum of Art and Pinault Collection. Courtesy Sperone Westwater, New York. Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021

Nauman ha affermato che con queste nuove opere intendeva realizzare qualcosa che non era stato tecnicamente possibile, o fattibile, alla fine degli anni sessanta, quando aveva registrato Walk with Contrapposto. In quel video, vediamo l’artista camminare avanti e indietro lungo un corridoio stretto, che lui stesso aveva realizzato, con le mani intrecciate dietro la testa e il corpo che ondeggia mentre cerca di camminare in linea retta mantenendo una posa in contrapposto. Lo vediamo camminare fino alla fine del corridoio, il suo corpo si allontana a ogni passo, poi torna verso di noi, mentre lo sfondo rimane invariato. Nauman ha deciso di invertire il rapporto tra uomo e contesto per farli agire esattamente all’opposto: la figura è ferma mentre lo sfondo si muove[1]. Qualche decennio prima, i mezzi tecnologici a sua disposizione non gli avevano permesso di raggiungere questo risultato, e ora la possibilità di farlo sembra sia stata la motivazione per rinnovare il tentativo nei nuovi lavori. L’unico modo per ottenere l’effetto desiderato è riprendere la figura in movimento e poi utilizzare uno zoom digitale in postproduzione, facendo sì che l’inquadratura sul corpo dell’artista rimanga invariata. Esattamente ciò che Nauman intendeva fare.

Bruce Nauman, Contrapposto Studies, I through VII, 2015-2016, Jointly owned by Pinault Collection and the Philadelphia Museum of Art. Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021

Nauman ha accennato al fatto che, prima di scegliere Walk with Contrapposto, aveva guardato alcuni dei suoi primi video con l’intenzione di individuarne uno adatto a essere rivisitato. Cosa di per sé notevole, poiché notoriamente Nauman evita di guardare i suoi primi film e video, anche durante le mostre. Una delle opere che ha preso in considerazione è Slow Angle Walk (Beckett Walk) (1968), ma ha abbandonato presto l’idea a causa della complessità dei movimenti che richiede. Da ciò si deduce che fin dall’inizio avesse intenzione di eseguirli di persona. Tuttavia, ha anche accennato al tentativo di usare qualcun altro al suo posto per i nuovi video, e di avere poi cambiato idea. All’epoca Nauman si stava riprendendo da una malattia che lo affliggeva da diversi mesi e questo lavoro gli offrì l’opportunità di mettere alla prova il senso di equilibrio e la resistenza fisica. L’impulso alla base della realizzazione dei Contrapposto Studies sembra essere stato il desiderio di tornare a un’opera giovanile per ottenere qualcosa che non era stato possibile realizzare in origine – essenzialmente ribaltando il concetto alla base del lavoro esistente – e per mettere alla prova il suo equilibrio allo scopo di valutare la propria condizione fisica. L’obiettivo iniziale dunque era sia concettuale sia puramente pratico.

[1] Le considerazioni di Bruce Nauman riportate in questo saggio sono tratte dalle interviste fatte all’artista da chi scrive nel 2016 e 2017, durante le quali si discusse della genesi e della creazione dei Contrapposto Studies.

Bruce Nauman, (from left to right), Stamping in the Studio, 1968, Bouncing in the Corner, No.2: Upside Down, 1969, Electronic Arts Intermix, Bouncing in the Corner, No. 1, 1968, Pinault Collection. Courtesy of the artist and Electronic Arts Intermix (EAI), New York Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021

Gli Amici di Palazzo Strozzi entrano gratuitamente alla mostra Bruce Nauman: Contrapposto Studies e i possessori del biglietto di American Art 1961-2001 hanno diritto al biglietto ridotto (€ 12 invece di € 15).

I titolari della Membership di Palazzo Grassi e Punta della Dogana entrano gratuitamente a Palazzo Strozzi. I possessori del biglietto della mostra di Punta della Dogana hanno diritto al biglietto ridotto per la mostra American Art 1961-2001 (€ 12 invece di € 15).

In copertina: Bruce Nauman, Contrapposto Studies, I through VII, 2015-2016 Jointly owned by Pinault Collection and the Philadelphia Museum of Art. Installation View, Bruce Nauman: Contrapposto Studies at Punta della Dogana, 2021. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi © Bruce Nauman by SIAE 2021

La grande arte americana a Palazzo Strozzi

Negli ultimi mesi segnati dalla chiusura dei nostri spazi espositivi, i due grandi progetti site specific di Marinella Senatore e JR hanno permesso di riflettere sull’idea di comunità, condivisione, fruizione della cultura, creando un inedito dialogo tra Palazzo Strozzi e lo spazio pubblico, fisico e digitale. Sono stati progetti che hanno avuto un’eco enorme, dalla stampa ai social media, passando per il passaparola delle persone che sono riuscite a vedere le due grandi installazioni. Con American Art 1961-2001, finalmente, torniamo ad aprire una grande mostra all’interno del Palazzo dopo sette mesi dalla chiusura di Tomás Saraceno. Aria. Si tratta di un’occasione speciale, sia perché questa esposizione segna la riapertura di Palazzo Strozzi, ma anche per l’eccezionalità dell’esposizione: uno straordinario percorso fatto di capolavori della storia dell’arte del Novecento, importanti e iconiche opere di artisti che hanno segnato l’arte americana dall’inizio della Guerra del Vietnam fino all’attacco dell’11 settembre 2001.

Sono oltre 80 le opere che sono arrivate a Firenze direttamente dagli Stati Uniti, in prestito dal Walker Art Center di Minneapolis. L’arrivo delle casse nel cortile è stato, per Palazzo Strozzi e per la città, un simbolo di rinascita: l’arte diventa nuovamente fruibile in presenza e non più solo a distanza. Il trasporto e l’installazione di così tante opere, in un’epoca così difficile, sono stati resi possibili dal lavoro degli staff di Palazzo Strozzi e del Walker Art Center che si sono ritrovati ad affrontare nuove sfide logistiche, per realizzare secondo i protocolli di sicurezza aggiuntivi tutte le operazioni necessarie all’apertura della mostra.

A cura di Vincenzo de Bellis (Curator and Associate Director of Programs, Visual Arts, Walker Art Center) e Arturo Galansino (Direttore Generale, Fondazione Palazzo Strozzi) American Art 1961-2001 è il frutto di quattro anni di lavoro e di stretta collaborazione tra i due istituti. La mostra testimonia la poliedrica produzione artistica americana propone un’inedita rilettura di quarant’anni di storia affrontando temi come lo sviluppo della società dei consumi, la contaminazione tra le arti, il femminismo, le lotte per i diritti civili. Il percorso espositivo parte da figure fondamentali come Mark Rothko, Robert Rauschenberg e Andy Warhol, di cui sono presentate ben 12 opere, celebrando la grande stagione dell’arte degli anni Sessanta, testimoniata anche dalle opere di maestri come Donald Judd, Robert Morris, Bruce Nauman.A questi fanno seguito la riflessione sulla figura della donna di Cindy Sherman, le appropriazioni dal mondo della pubblicità di Richard Prince e Barbara Kruger, la fotografia provocatoria e allo stesso tempo intimista di Robert Mapplethorpe, o le inquietanti narrazioni posthuman di Matthew Barney. Un focus speciale è dedicato inoltre alle più recenti ricerche artistiche, tra cui spiccano autori centrali nella riflessione sull’identità americana come Paul McCarthy e Catherine Opie o figure di riferimento per la comunità afroamericana quali Kerry James Marshall e Kara Walker.

A conclusione del primo weekend di mostra, oltre 2000 visitatori hanno ammirato le opere dei grandi maestri dell’arte americana a Palazzo Strozzi. Questo numero costituisce un importante segnale di ripartenza della vita culturale, sociale ed economica del nostro territorio. I visitatori hanno dimostrato da subito grande entusiasmo e questo testimonia non solo la qualità delle nostre proposte, ma soprattutto quanto sia importante che le persone riprendano a frequentare mostre, musei e luoghi della cultura per riappropriarsi delle città all’insegna dell’arte e della bellezza.

In copertina: American Art 1961-2001, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2021. © photo Ela Bialkowska, OKNOstudio

Lavori in corso

“Cosa state facendo?” “E ora che i musei sono di nuovo chiusi su cosa lavorate?” “Che cosa fate tutti i giorni?” Queste sono solo alcune delle domande che ci sentiamo rivolgere in questo periodo. In realtà, ogni giorno, in presenza o da remoto, ognuno di noi a Palazzo Strozzi sta lavorando per portare avanti tanti progetti, alcuni destinati a compiersi nei prossimi mesi, altri che vedranno la luce negli anni a venire.

A un anno esatto dall’inizio della pandemia che ha cambiato il nostro mondo, come tutte le istituzioni culturali italiane ci ritroviamo nuovamente di fronte alla chiusura di mostre e musei, questa volta a intermittenza. Le conseguenze sul mondo dell’arte, e non solo, sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo dovuto adeguare i nostri programmi all’insegna della flessibilità, modificare la programmazione delle grandi mostre e delle attività quotidiane con i nostri visitatori, cambiare le modalità con cui interagiamo con ogni singola persona. L’abbiamo fatto negli ultimi dodici mesi con la riapertura della mostra Tomás Saraceno. Aria a giugno, sperimentando nuove forme di visita e di interazione con il nostro pubblico, e a dicembre con la grande installazione We Rise by Lifting Others di Marinella Senatore, che ci ha dato l’opportunità di ricreare un senso di comunità tra il fisico e il digitale. Abbiamo dato il meglio di noi, e continueremo a farlo.

Laboratorio famiglie durante la mostra Tomás Saraceno. Aria. Foto Giulia Del Vento.

Ogni giorno, tutto il nostro gruppo di lavoro è all’opera, da chi si occupa di comunicazione e promozione a chi elabora progetti educativi, da chi è impegnato sulle pubblicazioni e da chi gestisce gli spazi e gli allestimenti fino a chi sovrintende alla nostra amministrazione. Si lavora ai prossimi progetti espositivi e artistici, alle nuove modalità di dialogo con i nostri pubblici, all’analisi dell’anno che abbiamo da poco lasciato alle spalle. Sono attività che hanno da sempre caratterizzato il lavoro della nostra Fondazione, fin dalla sua nascita ormai quindici anni fa. Proprio in questo periodo stiamo dedicando ancora più attenzione ai piccoli dettagli, per poter offrire il meglio in un anno che si prospetta ancora difficile e ricco di sfide.

Le sale del piano nobile preparate per la mostra American Art 1961-2001. Foto Matthias Favarato.

Per questo 2021 stiamo lavorando – anzi, siamo in dirittura d’arrivo – nella preparazione di American Art 1961-2001. I lavori per l’allestimento delle sale sono già quasi terminati: i nostri spazi sono in attesa di accogliere le opere in arrivo dal Walker Art Center di Minneapolis e i futuri visitatori che potranno così scoprire una straordinaria selezione di opere che testimoniano la storia dell’arte americana, da Andy Warhol a Kara Walker. Insieme alla mostra, stiamo predisponendo un ricco public program, con appuntamenti fisici e online, che permetterà di far conoscere a fondo i grandi artisti esposti ma anche questi quarant’anni di storia. In parallelo, il nostro direttore Arturo Galansino e il curatore Joachim Pissarro continuano a lavorare alla grande mostra Jeff Koons. Shine, in calendario per il prossimo autunno.

Andy Warhol, Sixteen Jackies (det.), 1964, Collection Walker Art Center, Minneapolis© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc.

La nostra attività, tuttavia, non si ferma qui. Ci sono molti altri progetti e fondamentali spazi del palazzo sono interessati da importanti interventi, come la nostra biglietteria, che sarà più accogliente e luminosa e allo stesso tempo adeguata alle nuove necessità dettate dalle regole di distanziamento. Ma stiamo lavorando anche per i prossimi anni. Per rispettare l’alternarsi a Palazzo Strozzi di mostre di arte moderna, contemporanea e di cosiddetti “old masters”, per la primavera del 2022 stiamo organizzando una straordinaria esposizione su uno dei più amati artisti del Rinascimento fiorentino. Infine, non mancano molti giorni a un grande appuntamento che vedrà protagonisti gli spazi pubblici del Palazzo: una sorpresa che sicuramente lascerà un segno per il forte significato e l’impatto visivo dell’intervento.

Ecco perché alla domanda “cosa state facendo?” rispondiamo: “stiamo lavorando per voi!”.

Le sale del piano nobile preparate per la mostra American Art 1961-2001. Foto Matthias Favarato.

In copertina: il cortile di Palazzo Strozzi. Foto Alessandro Moggi.

Voci che uniscono

di Irene Balzani e Nicoletta Salvi

La fruizione di un’opera d’arte sollecita facoltà sensoriali e aree motorie diverse: quando osserviamo un quadro, una scultura, un’installazione o un video non solo i nostri occhi ma tutto il nostro corpo è coinvolto e attivato. È su questo principio che si basa Corpo libero, progetto della Fondazione Palazzo Strozzi dedicato all’inclusione delle persone con Parkinson nato grazie al confronto con le esperienze di Dance Well della Città di Bassano del Grappa e del Centro Parkinson di Villa Margherita (Kos Care) di Vicenza, con il supporto del Fresco Parkinson Institute.

In occasione di ogni mostra è organizzato un calendario di appuntamenti condotti da educatori museali e insegnanti di danza che propongono la sperimentazione di varie forme di relazione con l’arte. La parola e il linguaggio corporeo diventano modalità per esplorare le opere esposte nelle sale di Palazzo Strozzi, che costituiscono il punto di partenza dell’esperienza.

Attraverso la danza si entra in relazione con le opere esposte e si crea un dialogo con gli altri partecipanti fatto di gesti e azioni. Ogni movimento è un modo per comunicare e un potente mezzo per costruire un gruppo che ogni volta si è fatto più unito fino a diventare una vera “collettività danzante”. Studi medici come quelli del dottor Daniele Volpe hanno dimostrato come la danza aiuti le persone con il morbo di Parkinson producendo un impatto positivo sul sistema neurologico e sulle prestazioni fisiche toccate dalla malattia. Il progetto Corpo libero parte da ciò sfruttando l’arte come strumento di espressione per lasciarsi andare, ognuno con le proprie fragilità. Sebbene con una prerogativa strettamente creativa e non terapeutica, Corpo libero, nelle parole di uno degli stessi partecipanti, diviene “un’eccezionale risposta di libertà a un corpo che tenderebbe sempre più a imprigionarmi”.

Corpo Libero, performance per la mostra Natalia Goncharova. Foto Giulia Del Vento

Abbiamo incontrato le sculture del Verrocchio, osservato i quadri di Natalia Goncharova, vissuto le performance di Marina Abramović. Questi incontri sono stati occasioni per ridurre l’isolamento che può essere conseguenza della malattia, nel confronto con gli altri partecipanti e con altri visitatori. Osservare e produrre gesti e azioni ha suggerito nuovi possibili modi di avvicinarsi all’arte. E anche per questo a conclusione di ogni esposizione è stata organizzata una performance pubblica nelle sale: azioni a coppie o collettive vivevano in stretto dialogo con le opere esposte, mentre la forza del gruppo aumentava nel sostenersi a vicenda fino quasi a respirare insieme come un unico organismo.

Con le restrizioni imposte dall’attuale emergenza sanitaria, Corpo libero ha dovuto trovare una nuova forma che permettesse di rimanere connessi gli uni agli altri e garantisse una continuità nella pratica della danza. Attraverso un gruppo WhatsApp appositamente creato, Corpi liberi – a casa, sono stati condivisi contenuti legati alla mostra di Tomás Saraceno, che ancora nessuno aveva avuto modo di vedere, e pratiche di danza. È stato scelto come formato l’audio, che, rispetto al video, apre a una maggiore libertà interpretativa da parte di chi ascolta.

Il distanziamento ha richiesto di trovare una modalità alternativa a un’esperienza che fino a quel momento era incentrata sul contatto, sulla presenza fisica e sulla dimensione corale, una nuova strada che possa mantenere salde le due anime del progetto: l’arte e la danza, da esperire ognuno nella propria casa. In questa nuova dimensione domestica, come ha detto Laura Scudella, una delle insegnanti di danza del gruppo Corpo libero, è stato fondamentale “percepire l’assenza dell’opera come un arricchimento della nostra sfera immaginativa e come un riconoscimento della possibilità di fraintendimento”.

Settimana dopo settimana la modalità audio è diventata più familiare e gli esercizi proposti hanno rotto simbolicamente l’isolamento cui tutti eravamo costretti. Partecipare insieme, anche se a distanza, ha aumentato il senso di appartenenza e ha unito il gruppo in modo nuovo.

Un incontro di Corpo Libero per la mostra Verrocchio, il maestro di Leonardo. Foto Giulia Del Vento

Il 17 settembre è stato possibile incontrarci di nuovo in presenza nel cortile di Palazzo Strozzi sotto l’installazione Thermodynamic Constellation di Tomás Saraceno. Ritrovarsi ha significato sperimentare un nuovo modo di stare insieme, pur mantenendoci a distanza: nascondere i sorrisi dietro alle mascherine, cercare negli sguardi le emozioni e quindi prestare ancora più attenzione ai gesti propri e altrui.

Il contatto fisico crea vicinanza e relazione ed è simbolo di rispetto e ascolto reciproco. Permettere ad altri di entrare nel proprio spazio significa affidarsi, secondo un processo graduale. Il Covid-19 ha bruscamente interrotto questo percorso e ha cambiato le nostre percezioni: toccarsi e stare vicini sono diventati qualcosa di potenzialmente pericoloso. Per questo motivo anche in presenza è stato necessario trasformare le modalità di interazione, evitando contatti ravvicinati ma continuando lo stesso a “toccare” gli altri in modo nuovo. Le installazioni di Saraceno ci hanno aiutato in questa delicata fase di transizione in quanto parlano, coinvolgono emotivamente, attivano reazioni profonde anche attraverso la distanza che intercorre con l’osservatore e secondo un’idea di interazione che non si basa sul contatto fisico: gli intrecci di sguardi negli specchi di Connectome; le Tillandsie di Flying Gardens che vivono appoggiate su altre piante senza danneggiarle, i grovigli di segni di luce e ombra delle tele dei ragni.

Oggi, 25 novembre 2020, celebriamo la giornata nazionale del Parkinson con la restituzione pubblica della nuova dimensione del progetto nata in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Riprendendo il formato che aveva caratterizzato i mesi del lockdown, è stato chiesto a ciascun partecipante di condividere la suggestione più evocativa, il ricordo più vivido, la sensazione più forte lasciata dall’arte di Tomás Saraceno attraverso una traccia audio. Come nelle ragnatele collettive della sala Webs of At-tent(s)ion, tutte le voci sono state unite in un’unica composizione, Ensemble. Questa condivisione vuole superare i confini della mostra e di Palazzo Strozzi, poiché è pensata per essere ascoltata, interpretata o trasformata in gesto e movimento da chiunque la senta. Ensemble non vuole solo raccontare un’esperienza vissuta ma desidera farne vivere una nuova, trasportando altre persone nei mondi esplorati dai partecipanti di Corpo libero.

Corpo Libero: together again, 17 settembre 2020, in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Foto Giulia Del Vento

Ensemble fa parte del palinsesto della giornata nazionale del Parkinson organizzata da Dance Well in diretta sulla pagina Facebook di Dance Well. Il programma in dettaglio è consultabile alla pagina dell’evento.

Le voci di Ensamble sono di: Fiora, Giorgio, Raniero, Marco, Lavinia, Cristina, Ginevra, Valentino, Nicoletta, Chiara, Irene, Ada, Azzurra, Laura, Fabio, Ilaria, Maho, Amina, Nicoletta, Enzo, Alessandro, Alessandro, Margherita, Laura.
Montaggio audio a cura di Carola Haupt
Musiche: Kai Engel, Ketsa, Blue Dot Sessions (released under CC BY-NC 4.0)

In copertina: Corpo Libero: together again, 17 settembre 2020, in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria. Foto Giulia Del Vento

Sullo Schermo dell’arte e altre considerazioni in tempi incerti

Direttrice dello Schermo dell’arte – Festival di cinema e arte contemporanea, Silvia Lucchesi porta una riflessione sul festival di quest’anno, arrivato alla sua XIII edizione, che ha dovuto necessariamente reagire alla situazione attuale spostandosi in una nuova dimensione online.

Esterno giorno. Campagna. Bianco/nero. Primo piano di un uomo anziano. Un viandante, impermeabile stropicciato, sciarpa, borsa a tracolla, si muove vacillando in una strada secondaria alberata. Appoggiate al suolo delle tubazioni industriali, un impianto idrico a cielo aperto, deturpano il paesaggio. Appare la scritta 2020. L’inquadratura si sposta sui piedi dell’uomo. Sta camminando sopra a quei brutti lunghi cilindri metallici in equilibrio precario. Che ci fa quell’uomo in questa improbabile situazione, al limite dell’assurdo? Appare un titolo: A Metaphor. L’uomo sembra quasi divertirsi come quando da ragazzini si saltava, accorti, di pietra in pietra evitando di sfiorare le intersezioni tra queste. Chi non l’ha mai fatto? Alla fine l’uomo desiste e sorridendo verso la telecamera torna a camminare con i piedi per terra. È l’ironica sigla che l’artista britannica Kasia Fudakowski ha realizzato per l’edizione 2020 dello Schermo dell’arte.

Ringrazio gli amici di Palazzo Strozzi che mi hanno chiesto di scrivere un testo sullo Schermo dell’arte per la piattaforma In Contatto. Come l’uomo del video di Kasia, anche tutti noi viviamo oggi un presente incerto e irregolare. E chi come me lavora nel campo dell’arte non può sottrarsi dal riflettere sull’esperienza di questo annus horribilis. Così, desidero approfittare di questo spazio non solo per dare informazioni sul programma della XIII edizione del festival. Voglio qui condividere un’esperienza di lavoro straordinariamente nuova in cui la velocità di reazione alla situazione fluida e inaspettata che stiamo sperimentando in questi mesi convive con la riflessione sui contenuti e sulle pratiche dell’arte che rimangono l’elemento centrale della proposta culturale.

Lo schermo dell’arte lavora tutto l’anno su differenti progetti. Cinema e arte contemporanea. Ma è il festival di novembre il momento in cui la nostra attività ha la maggiore visibilità e intensità. È un momento atteso dal pubblico. Si vivono le opere degli artisti che dalla realtà che ci circonda traggono le ragioni stesse del loro fare, elaborando in una forma estetica le suggestioni del tempo in cui siamo immersi. È l’occasione in cui una comunità di artisti e professionisti che lavorano con le moving images si incontra e scambia pensieri e riflessioni su nuovi progetti. Un festival ha una prospettiva dinamica e diacronica, accoglie il tempo, il suo trasformarsi, il suo succedere. È un’esperienza complessa in cui si intrecciano aggregazione sociale e arricchimento personale.


Rudolf Herz, Szeemann and Lenin Crossing the Alps, 2019. Courtesy l’artista

Il DPCM del 4 novembre ha decretato ulteriori restrizioni. Proprio adesso, mentre sto scrivendo, arrivano a raffica sulla mia casella di posta elettronica le notizie di annullamento, sospensione, rinvio, chiusura di tante attività previste che avrebbero dovuto svolgersi in questo periodo in musei e centri d’arte. Teatri, sale da concerto, cinema avevano già chiuso i battenti. Che dispiacere. Quanta amarezza.

All’espressione resistere preferisco reagire perché più che sopportare una condizione avversa, Lo schermo dell’arte 2020 agisce rispondendo con scelte consapevoli. Per esempio, oltre ai film in streaming, il programma prevede l’ampia proposta di contenuti dei Festival Talks, eventi trasmessi live con conversazioni e tavole rotonde con artisti e curatori perché, in questo anno così difficile, confrontarsi e lavorare insieme è questione ancor più essenziale. O la scelta di non interrompere il progetto VISIO rivolto a promuovere e sostenere la giovane generazione di artisti, certamente l’anello più debole e meno tutelato del sistema dell’arte, i più colpiti dalla interruzione delle attività culturali ed espositive. La mostra ad esso correlata, dal titolo quanto mai attuale Resisting the Trouble. Moving Images in Time of Crisis, è allestita e pronta ad accogliere i visitatori, appena sarà possibile, alla Manifattura Tabacchi.

Valentina Furian, 55, 2019, 1’53’’. Video installazione a due canali. Courtesy l’artista

Ma ci sono altre parole a cui sto pensando in questi tempi di semi-isolamento. 

Fruizione: basata sull’esperienza insostituibile della condivisione sociale della cultura, si è adesso spostata in rete, strumento la cui modalità di visione, al di là di ogni demonizzazione, si è straordinariamente espansa nei mesi della chiusura permettendo di aumentare l’accessibilità ai contenuti dell’arte.

Libertà: perché oggi gli artisti, e noi tutti con loro, abbiamo bisogno di tempo e spazio per recuperare, procedere e immaginare un futuro.

Curiosità: che nessun lockdown potrà mai spegnere. Quella che ci ha spinto a guardare tantissimi film per arrivare a costruire una proposta con opere scelte tra la recente produzione internazionale: da una parte gli artisti in quanto autori dei film, dall’altra gli artisti come soggetto di osservazione da parte del cinema. Tra gli oltre 40 film disponibili in streaming sulla piattaforma Mymovies.it che trattano temi di attualità, dalla violenza domestica all’omofobia, dalle politiche post coloniali al nazionalismo, dall’impatto della tecnologia sul quotidiano all’ecologia, vi sono rimandi e assonanze che lo spettatore anch’esso curioso potrà scoprire costruendo il proprio percorso di visione e trovando risposte al proprio desiderio di contemporaneità.

In copertina: still da video © Kasia Fudakowski

Lo schermo dell’arte – Festival di cinema e arte contemporanea
XIII edizione
diretto da Silvia Lucchesi
10 – 14 novembre 2020
I film saranno visibili in streaming dall’Italia fino al 22 novembre
https://www.mymovies.it/ondemand/schermodellarte
abbonamento standard € 9,90

Festival Talks Live Events
in streaming
http://www.schermodellarte.org/live-events-2020/
e sui canali Facebook dello Schermo dell’arte e di Manifattura Tabacchi

Resisting the Trouble – Moving Images in Times of Crisis
mostra a cura di Leonardo Bigazzi
prodotta con NAM – Not A Museum
Firenze, Manifattura Tabacchi
L’apertura prevista il 9 novembre è posticipata a causa delle restrizioni previste dal DPCM del 5 novembre

Lo schermo dell’arte è un progetto nato a Firenze nel 2008 dedicato all’esplorazione, all’analisi e alla promozione delle relazioni tra arte contemporanea, moving images e cinema. Tra gli artisti internazionali ospiti delle passate edizioni: Hito Steyerl, Isaac Julien, Omer Fast, Simon Starling, Alfredo Jaar, The Otolith Group, Phil Collins, Melik Ohanian, Adrian Paci, Sarah Morris, Shirin Neshat, Runa Islam, Roee Rosen, Yael Bartana, Hassan Khan, Peter Greenaway, Jeremy Deller.

www.schermodellarte.org

L’ABC di Tomás Saraceno

di Martino Margheri

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un microcosmo con caratteristiche diverse che permette di approfondire temi e momenti specifici della storia dell’arte, suggerendo sempre nuove opportunità di ricerca e coinvolgimento per progetti educativi e di formazione. Abbiamo riscoperto la storia della bottega di Andrea del Verrocchio con una mostra di impeccabile scientificità, ci siamo commossi davanti alle ri-performance di Marina Abramović in una retrospettiva che ha coinvolto un vastissimo pubblico, abbiamo approfondito il lavoro eclettico di Natalia Goncharova artista sacra e profana, santa e diavola, futurista e passatista. I contenuti delle mostre cambiano, e di conseguenza anche le attività che proponiamo, rimane però un obiettivo costante: sostenere la didattica formale attraverso opportunità di formazione, esperienze sul campo e progettualità condivise.

Da Pausa d’arte al progetto Glossario

Grazie al contributo di Unicoop Firenze e alla collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze e l’Accademia di Belle Arti, dal 2017 la Fondazione Palazzo Strozzi ha avviato il progetto Pausa d’arte: un’esperienza di formazione indirizzata agli studenti universitari per favorire lo studio dell’arte e la sua comunicazione. Parallelamente il progetto ha offerto al pubblico di Palazzo Strozzi un’occasione di coinvolgimento attraverso cicli di visite condotte dagli studenti: incontri settimanali di 30 minuti per scoprire nuove connessioni tra le opere esposte.

A causa dell’attuale situazione sanitaria la Pausa d’arte, incentrata sulla mostra Tomás Saraceno. Aria, non ha potuto rispettare le modalità previste: la formazione degli studenti è stata avviata, ma non è stato possibile organizzare le visite come da programma. Il progetto ha assunto una nuova forma online: gli appuntamenti con gli studenti a Palazzo Strozzi sono diventati incontri virtuali settimanali e le esposizioni orali si sono trasformate in un lavoro di scrittura che ha dato vita al progetto Glossario.

Un lavoro di analisi sulle opere e sui testi del catalogo ha permesso di rintracciare alcuni concetti fondamentali e di individuare i vocaboli ricorrenti che necessitavano di un ulteriore approfondimento. Il lavoro di Tomás Saraceno vive infatti nell’interazione tra ricerca artistica e ricerca scientifica ed è facile incontrare nei suoi testi termini specifici come ballooning o connettoma. L’approfondimento e la spiegazione delle parole chiave più frequenti ha restituito con maggiore forza e chiarezza la portata del lavoro artistico di Saraceno.

UN ULTERIORE PASSAGGIO

Il progetto Glossario è stato seguito da un’ulteriore attività che si è integrata al corso di Storia dell’arte contemporanea del professor Giorgio Bacci, Dipartimento SAGAS, Università degli studi di Firenze. Il gruppo di nove studenti, con il supporto del Dipartimento Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi, ha sviluppato una presentazione che non fosse un semplice racconto della mostra, ma che permettesse di connettere il lavoro di Tomás Saraceno con altre esperienze artistiche, con il pensiero di filosofi, scienziati e intellettuali. Tra le caratteristiche del lavoro di Saraceno c’è la capacità di mettere in comunicazione le arti visive con altri ambiti disciplinari: architettura, biologia, astronomia e progetti collaborativi. Con la presentazione abbiamo cercato di restituire la ricchezza del suo pensiero attraverso un percorso tra le opere presentate in mostra. Di seguito la registrazione della presentazione che si è tenuta in aula giovedì 4 giugno.

Il percorso che abbiamo fatto ci ha insegnato e rimodulare un progetto consolidato negli anni traendone nuovi stimoli e modalità di lavoro. Prossimamente torneremo a visitare le mostre in gruppo, a sviluppare progetti in presenza, ma tutto ciò che è accaduto in questo periodo non sarà perso, anzi, ci permetterà di osservare sotto una nuova luce l’importanza della condivisione dell’arte e di potenziare ulteriormente il nostro lavoro.

Il progetto Glossario e la presentazione sono il frutto del lavoro di Sara Gavagni, Federica Giglio, Gianpaolo Irtinni, Arianna Laguardia, Marta Lorenzi, Maria Palleschi, Vittoria Rossini, Federica Pascarella, Silvia Villafranca, studenti del corso di Storia dell’arte contemporanea, professor Giorgio Bacci (laurea magistrale in Storia dell’Arte) e del corso di Storia dell’Arte Contemporanea, professoressa Tiziana Serena (laurea triennale in DAMS e Scienze umanistiche per la comunicazione), Dipartimento SAGAS (Storia, Arte, Geografia, Antropologia, Spettacolo), Università degli Studi di Firenze.

We shall overcome

di Arturo Galansino

In programma a Palazzo Strozzi per la primavera 2021, la mostra American Art 1961-2001 racconterà, attraverso più di cento importanti opere provenienti dalle collezioni del Walker Art Center di Minneapolis, quarant’anni di storia americana, dalla guerra in Vietnam fino all’attacco alle Twin Towers.
In questa narrazione verrà dato ampio spazio ai temi della diversità e della lotta per i diritti: valori fondanti e, allo stesso tempo, profondamente contraddittori nella costruzione dell’identità culturale americana. E proprio le opere di alcuni degli artisti presenti in mostra ci appaiono in questi giorni in tutta la loro drammatica attualità.

Kerry James Marshall, “BY ANY MEANS NECESSARY”, 1998.
Minneapolis, Walker Art Center

Ripreso da numerosi video, il tragico evento dell’arresto che lo scorso 25 maggio, a Minneapolis, ha portato alla morte di George Floyd, afroamericano di 46 anni, ha dato il via a una serie di crescenti e sempre più violente proteste in tutte le grandi città americane. Le immagini, ormai virali, diffuse e condivise da tutti i media americani e internazionali, mostrano come siano inascoltate le grida di aiuto di Floyd, schiacciato a terra sul collo dal ginocchio di uno degli agenti fino a non riuscire più a respirare. Si tratta dell’ennesimo abuso di potere da parte della polizia nei confronti di un cittadino di colore, e quello che gli Stati Uniti stanno oggi vivendo riporta alla mente i fatti che si susseguirono a Los Angeles tra il 1991 e il 1992 a partire dalla diffusione del video del pestaggio da parte della polizia di un altro uomo di colore, Rodney King. Il processo agli agenti si era concluso con un verdetto di quasi totale assoluzione e per oltre un mese si sono susseguite numerose azioni di protesta, sanguinosi scontri e violenti saccheggi in tutta la città californiana. Questi fatti e i tanti casi di violenze razziste perpetrate dalle autorità, che nei primi anni Novanta iniziarono a essere documentati e condivisi anche dai principali media, crearono un ampio dibattito pubblico nella società americana, che trovò eco anche nel mondo dell’arte. 

Gary Simmons, Us and Them, 1991
Minneapolis, Walker Art Center

Durante gli anni Novanta impegno civico e sociale entrarono con forza al centro del dibattito artistico grazie a figure provenienti da comunità tradizionalmente emarginate, come quelle LGBTQ, afroamericana e nativa. È in questo contesto che artisti di colore come Glenn Ligon, Gary Simmons o Kara Walker si sono imposti nel panorama artistico americano dimostrando la capacità di poter unire storia dell’arte e attualità in un linguaggio di forte impatto e suggestione. 

Una ampia sezione della mostra American Art 1961-2001 metterà in luce queste figure che hanno dimostrato con le loro opere una forza espressiva senza precedenti, figlia di ingiustizie e tensioni che ancora oggi sono lontane da essere risolte. Uno dei principali interpreti di questo nuovo corso dell’arte americana è Kerry James Marshall, le cui opere saranno tra le protagoniste della mostra di Palazzo Strozzi. 

Kerry James Marshall, “WE SHALL OVERCOME”, 1998
Minneapolis, Walker Art Center

Artista afroamericano nato nel 1955 a Birmingham (Alabama) e cresciuto a Los Angeles, Marshall spazia dall’astrazione al fumetto, tra pittura, installazione, video e fotografia, e si è imposto negli anni Novanta come uno dei più importanti artisti in grado di raccontare la storia (e il presente) dell’identità nera negli Stati Uniti. Tra le sue opere che saranno esposte a Palazzo Strozzi, spiccano le celebri stampe che hanno per soggetto slogan storici del movimento per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta, alcuni pacifisti e identitari, altri militanti e di lotta: ‘Black is Beautiful’, ‘Black Power’, ‘We Shall Overcome’, ‘By Any Means Necessary’ e ‘Burn Baby Burn’. L’appropriazione di frasi provenienti da un contesto storico passato come quello della lotta al segregazionismo diviene strumento di attualizzazione di una battaglia mai in realtà vinta e conclusa. E quelle parole, ancora oggi, risuonano come attuali e vibranti nella loro perdurante irrisolutezza.

Kerry James Marshall, “BLACK POWER”, 1998
Minneapolis, Walker Art Center

Gli eventi di questi giorni testimoniano nella loro tragicità le profonde tensioni che animano ancora oggi l’America e, con essa, gran parte del mondo occidentale. Tutto ciò pone le istituzioni culturali di fronte alla possibilità di raccontare l’oggi attraverso l’arte contemporanea, prendere posizione e partecipare al dibattito pubblico. Da sempre Palazzo Strozzi si impegna a parlare ai propri pubblici dei temi più rilevanti e urgenti del nostro presente e mai come in questi ultimi mesi è risultato evidente che il ruolo di un’istituzione che voglia contare nel proprio tempo impone il dovere di assumersi questa responsabilità.

Verso la nostra fase due

di Arturo Galansino, Ludovica Sebregondi, Riccardo Lami e Matthias Favarato

Ottantaquattro: tanti sono i giorni da domenica 8 marzo, inizio del lockdown di Palazzo Strozzi, a lunedì 1° giugno, data della riapertura della mostra Tomás Saraceno. Aria. Inizia anche per Palazzo Strozzi una “fase due” nell’epoca del COVID-19, che parte anche da un bilancio e un ripensamento del nostro progetto online IN CONTATTO verso una sua nuova evoluzione.

IN CONTATTO è nato con immediatezza, spontaneità e un forte senso di urgenza, in un momento di totale incertezza su quello che sarebbe successo nelle settimane successive. Fin da subito abbiamo voluto reagire a questa crisi con un chiaro obiettivo: non perdere il rapporto con i nostri visitatori, con la volontà di sentirli vicini in un momento di profonda insicurezza per tutti noi, disorientati da una situazione nuova e sconosciuta. La mostra di Tomás Saraceno è stata un punto di partenza perfetto, quasi profetica nel suo riflettere sulla fragilità del nostro mondo. E il paragone con la tela di ragno a illustrare l’ambiente in cui siamo inseriti, fortemente collegato alle opere di Saraceno, è il più adeguato per definire la rete di relazioni che in questo periodo ci ha tenuto uniti. Una rete legata al mondo online, attorno a cui sono gravitate necessariamente tutte le nostre attività quotidiane tra cui anche soddisfare il nostro bisogno di cultura e bellezza.

Il videomessaggio di Tomás Saraceno

La nostra scelta per IN CONTATTO è stata quella di unire il sito e i canali social attraverso la creazione di contenuti nuovi e originali con cui rileggere, e non solo rievocare in chiave amarcord, alcuni momenti della storia di Palazzo Strozzi, riscoprendo un loro nuovo valore alla luce dell’attualità del presente. È così che abbiamo trattato temi mai così attuali come l’interconnessione, l’isolamento, il senso di Nazione e comunità, la famiglia, l’inclusività. Per rivolgerci a pubblici differenti, abbiamo dato spazio a punti di vista diversi, come dimostrano gli autori dei contributi – interni ed esterni alla Fondazione Palazzo Strozzi – con cui abbiamo voluto guardare non al passato ma sempre al presente e al futuro. Un impulso fondamentale è stato dato dai videomessaggi degli artisti che hanno voluto testimoniare la propria vicinanza a Palazzo Strozzi, in considerazione del loro forte legame con noi, ma anche all’Italia intera. Marina Abramović, Ai Weiwei, Jeff Koons e Tomás Saraceno hanno fatto sentire il loro sostegno, ottenendo un riscontro straordinario. Tra tutti emerge quello di Marina che ha ottenuto quasi un milione di visualizzazioni.

Il videomessaggio di Marina Abramović

Anche altri numeri possono aiutare a raccontare questo progetto. Sulla piattaforma IN CONTATTO abbiamo pubblicato ventiquattro contributi, letti da quasi 60.000 utenti unici. Sui canali social, tra Facebook e Instagram, abbiamo pubblicato oltre 100 post, raggiungendo oltre un milione e mezzo di persone e facendo crescere la nostra community online del 10% in solo due mesi. L’elevato tempo medio trascorso sulle pagine di IN CONTATTO rappresenta inoltre un dato estremamente interessante, dimostrando che le persone hanno preferito focalizzare la loro attenzione in una fruizione non superficiale, nonostante il momento di frenesia nel consumo dei contenuti online. La “top 5” degli articoli più letti è rappresentata da Siamo tutti sulla stessa barca, Abbracci spezzati, A tavola con Pontormo, Uomini, albicocchi e mucche, Il cielo in una stanza. Non si tratta di una semplice classifica, ma di un vero e proprio specchio della poliedricità del nostro approccio e della varietà di interessi dei nostri lettori. Una menzione speciale la merita il progetto educativo a distanza L’ARTE A CASA dedicato alle famiglie con bambini e ragazzi, che è stato visitato da quasi 6.000 utenti, molti dei quali ci hanno inviato anche i risultati delle varie attività. Inoltre abbiamo apprezzato l’affetto e la stima di chi, da tempo, segue le nostre iniziative: la newsletter è stato infatti lo strumento principale attraverso il quale IN CONTATTO è stato fruito, a dimostrazione della vicinanza del nostro pubblico anche in un momento di distanziamento fisico.

Una selezione degli articoli di IN CONTATTO dal nostro blog.

E adesso, con la riapertura della mostra dal 1° giugno, si apre una nuova fase di IN CONTATTO che diviene una rubrica in uscita ogni due settimane. Palazzo Strozzi, come ogni istituzione culturale che voglia parlare al proprio tempo, si impegna a trattare i temi più rilevanti del presente e ogni nostra mostra e attività diventano così occasioni per indagare il mondo in cui viviamo in chiave sempre contemporanea. Nelle prossime settimane continueremo a portare avanti il progetto IN CONTATTO ispirandoci a quelle che Saraceno definisce “visioni di futuro e di realtà”. Parleremo delle mostre, delle attività e della vita di Palazzo Strozzi con la volontà di mantenere uno spazio di riflessione parallelo, un luogo di contaminazione e condivisione di punti di vista diversi.

Opavivará! Chi sono

Il collettivo di artisti Opavivará! (Brasile 2005) propone un uso sovvertito e fortemente sociale dello spazio urbano attraverso la creazione di dispositivi relazionali che producono un’esperienza collettiva, come l’installazione Rede Social, una grande e coloratissima amaca di oltre 10 metri in cui il pubblico è invitato a salire per vivere lo spazio e l’architettura del palazzo da un punto di vista e da una posizione inconsueta.
Rede Social Palazzo Strozzi
L’opera è stata pensata e disegnata appositamente per il cortile di Palazzo Strozzi, luogo racchiuso nel cuore del Palazzo ma nel contempo aperto alla città. Ispirata dalla cultura brasiliana, aperta, libera e fortemente collettiva, Rede Social (in inglese Social Network, ma anche con un doppio senso delle parole “rete” e “sociale”) consiste in una struttura simile ad un tunnel aperto, che sostiene una unica amaca colorata con 12 postazioni collegate insieme che permetterà al pubblico di abbandonare temporaneamente il proprio singolo e consueto ruolo sociale rilassandosi e prendendosi una pausa dal mondo esterno al fine di concentrarsi sulle cose più essenziali della vita e sulle relazioni umane. Il pubblico e i partecipanti si trovano coinvolti come agenti fondamentali dell’installazione, in nome di un totale coinvolgimento fisico, partecipativo e relazionale con essa, al fine di superare la visione individualistica delle performance secondo la quale ci si limita ad osservare senza interagire. Ognuno, senza preoccuparsi del ruolo sociale che ha nel suo quotidiano più abituale, viene ricondotto e costretto alla forma più semplice delle relazioni umane. Malgrado il tono umoristico e leggero della loro identità artistica, una parte del loro lavoro punta a evidenziare la corruzione politica e l’ineguaglianza economica che paralizza la società brasiliana. L’opera realizzata nel cortile di Palazzo Strozzi Rede Social, che ha già avuto una sua presentazione in forma diversa in altri luoghi espositivi e pubblici in Brasile e in Inghilterra, è stata pensata e disegnata specificatamente per gli spazi del cortile rinascimentale. In questa visione culturale brasiliana, le amache sono per eccellenza gli spazi per l’ozio e il relax, tipiche della cultura indigena brasiliana (in contrapposizione a quella dominante portoghese arrivata in seguito che vedeva nella pigrizia uno dei sette peccati capitali). L’inattività era considerata come un invito spirituale ad aprirsi a una temporalità più vicina alla natura, priva di orpelli o sovrastrutture culturali. Rede Social permetterà a chi lo vorrà di esplorare uno spazio di riflessione e di crearsi momenti di intimità e divertimento, godendo dell’architettura del palazzo da un punto di vista a da una posizione inconsueta.